I ragazzi di Shivaji Nagar /1

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Lo slum di Shivaji Nagar (Mumbai, India).

All’ingresso di Shivaji Nagar il rumore è continuo. Non c’è un momento preciso in cui la giornata inizia: sembra piuttosto che non finisca mai. Durante il mese che ho vissuto qui, questa sensazione è stata costante.

Le strade sono strette, spesso ridotte a corridoi tra costruzioni addossate l’una all’altra. Camminando, ci si trova costretti a rallentare, a cedere il passo a persone, motorini, carretti.

Lo slum: una città nella città

Tutto si muove nello stesso spazio, senza una separazione netta. Shivaji Nagar, come molti altri slum di Mumbai, è spesso descritta come “una città dentro la città”. Qui convivono centinaia di migliaia di persone, distribuite in un intrico di case, botteghe, laboratori artigianali. Le abitazioni sono sovraffollate, costruite in parte in muratura, in parte con materiali precari come lamiera e legno. Una stanza può essere cucina, camera da letto e soggiorno insieme. In molti casi condivisa da intere famiglie. In queste condizioni, la sopravvivenza quotidiana è una questione pratica prima ancora che sociale.

L’accesso all’acqua corrente è limitato e spesso regolato da orari precisi: alle sei di mattina, le famiglie si mettono in fila per riempire taniche e secchi. I servizi igienici sono condivisi da decine di persone; le infrastrutture sono minime o carenti. Per chi nasce e cresce qui queste difficoltà rappresentano la normalità.

Lo slum è in continua espansione. Esiste una parte più “sedimentata”, dove le abitazioni, costruite anni fa, sono ormai stabili e in muratura. Accanto a questa, si sviluppano nuove aree, le più povere, dove le case vengono costruite rapidamente con lamiere e materiali di recupero. È proprio su queste zone che interviene periodicamente lo Stato. In media una volta all’anno, circa, vengono avviate operazioni di demolizione: centinaia di abitazioni vengono abbattute nel tentativo di contenere l’espansione dello slum. In pochi giorni, intere famiglie si ritrovano senza nulla. Poi, lentamente, ricostruiscono. È un ciclo che si ripete ed è noto a tutti.

Nascere, crescere e vivere nello slum

I giovani crescono all’interno di questo equilibrio instabile. Si muovono nello slum con familiarità: conoscono ogni vicolo, ogni scorciatoia. Molti percorrono ogni giorno le stesse strade labirintiche per andare a scuola o al lavoro; spesso non escono mai dal quartiere. Alcuni aiutano le famiglie nei piccoli laboratori di ceramica, pelle o riciclo della plastica, attività che rendono questa baraccopoli uno dei centri produttivi informali più attivi di Mumbai. La scuola esiste, ed è presente nella quotidianità dei ragazzi, anche se non per tutti in modo continuo.

Per chi riesce a frequentarla, rappresenta uno spazio diverso: più ordinato, più silenzioso, regolato da tempi distinti rispetto alla strada. È percepita come una possibilità, raramente come una certezza. Le difficoltà economiche e la necessità di contribuire al reddito familiare rendono il percorso scolastico fragile e spesso interrotto. L’istruzione resta una promessa aperta ma non sempre mantenuta.

Osservando la vita quotidiana, emerge una contraddizione costante. Da un lato la precarietà evidente delle condizioni materiali, dall’altro una straordinaria capacità di adattamento. I ragazzi giocano a cricket in spazi improbabili, studiano seduti sui gradini, lavorano accanto agli adulti imparando un mestiere. La vita pullula in ogni fessura.

Uscendo dallo slum, il contrasto con i quartieri circostanti è netto. Grattacieli, strade ampie, centri commerciali. Eppure, Shivaji Nagar rimane lì, incastrata nel cuore di Mumbai. Una città dentro la città, che continua a crescere, a trasformarsi, e a formare generazioni di giovani che imparano presto cosa significa adattarsi a uno spazio che non concede molto, ma che difficilmente si lascia ignorare.

Scuola e volontariato Shivaji Nagar

Durante il mese trascorso a Shivaji Nagar, una parte consistente delle mie giornate si è svolta all’interno di una piccola scuola informale dello slum. È una struttura aperta ai bambini le cui famiglie non riescono a iscriverli alle scuole pubbliche, per motivi economici, burocratici o semplicemente logistici. L’edificio è essenziale e in alcuni punti fatiscente, costruito in gran parte con lamiera. Nonostante questo, è uno spazio riconosciuto e frequentato, inserito nella vita quotidiana del quartiere.

Qui ho insegnato inglese ai bambini più piccoli. Non esistevano vere e proprie classi: i bambini erano divisi in piccoli gruppi, seduti in cerchio, in base all’età e al loro livello. Non seguivamo una metodologia strutturata. Le lezioni venivano preparate la sera precedente e adattate di giorno in giorno alle reazioni e alle capacità dei bambini. L’insegnamento si basava su parole semplici, filastrocche, giochi e ripetizioni. L’entusiasmo dei bambini era immediato e fisico. Seguivano, imitavano, ripetevano, ridevano. Il ruolo dell’insegnante, anche quello dei volontari, veniva accolto con rispetto e curiosità.

Osservando il loro modo di apprendere, emergeva però un aspetto ricorrente. I bambini tendevano a memorizzare più che a comprendere. Erano in grado di ripetere frasi e canzoni in inglese senza necessariamente afferrarne il significato. Nei quaderni copiavano parole e frasi con grande attenzione, ma spesso senza riuscire a collegarle a un contenuto reale. È una modalità di apprendimento diffusa, legata a classi numerose, a programmi rigidi e alla necessità di dimostrare risultati immediati più che processi di comprensione.

Durante il mese ho avuto occasione di visitare anche una scuola pubblica. La scuola pubblica rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui lo Stato indiano cerca di garantire l’accesso all’istruzione a una popolazione vastissima e socialmente molto diversificata. Il sistema educativo non è gestito in modo centralizzato: la responsabilità ricade in gran parte sui governi statali e sulle amministrazioni locali. L’istruzione è obbligatoria e gratuita per tutti i bambini dai sei ai quattordici anni, come stabilito dal Right to Education Act.

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La lingua di insegnamento varia. Nella maggior parte delle scuole pubbliche di Mumbai si utilizza il marathi, lingua ufficiale dello Stato del Maharashtra, oppure l’hindi. Esistono anche scuole pubbliche con insegnamento in inglese, ma sono meno numerose e molto richieste, spesso con classi sovraffollate. Il curriculum segue le direttive del Maharashtra State Board e si basa su un approccio didattico tradizionale, fortemente incentrato sulla memorizzazione e sugli esami.

L’istruzione è gratuita o a costi minimi e spesso comprende libri di testo, uniformi e, per i più piccoli, il pasto scolastico gratuito, che rappresenta un sostegno fondamentale per le famiglie a basso reddito. Molte scuole operano su doppi turni e con classi molto numerose, fattori che incidono sulla qualità dell’insegnamento. Nonostante le difficoltà strutturali, la scuola pubblica resta uno strumento essenziale di inclusione sociale, soprattutto in un contesto urbano come Mumbai, segnato da forti disuguaglianze educative rispetto al settore privato.

Il sistema scolastico indiano presenta una struttura in parte simile a quella italiana, ma con differenze significative. L’istruzione inizia con una fase pre-primaria facoltativa, paragonabile alla scuola dell’infanzia. La scuola primaria va dalla prima alla quinta classe, mentre la scuola media prosegue fino all’ottava classe, estendendosi per tre anni in più rispetto alla secondaria di primo grado italiana. Il ciclo secondario si conclude con le classi nove e dieci, al termine delle quali si sostiene un esame statale, il Secondary School Certificate. Le classi undici e dodici, equivalenti ai primi due anni delle scuole superiori italiane, rappresentano una fase di transizione verso l’università o la formazione professionale e non sempre sono integrate nel sistema pubblico di base.

Adolescenti già adulti

Tuttavia, per molti bambini dello slum, frequentare queste scuole resta difficile. Le distanze, i costi indiretti, la necessità di lavorare o di occuparsi della famiglia rendono la frequenza irregolare. La scuola esiste, ma non sempre riesce a trattenere gli studenti nel tempo.

È in questo contesto che crescono molti adolescenti di Shivaji Nagar. Uno di loro che ho avuto modo di conoscere bene, ha sedici anni. Mi parlava inglese con sicurezza e raccontava dei film di Bollywood che ama, della musica che ascolta e dei suoi sogni. Parlava anche della sua famiglia, delle responsabilità che sente e delle scelte che sa di dover affrontare presto. È cresciuto troppo in fretta. Come molti ragazzi dello slum, ha dovuto sviluppare una maturità precoce, imparando a orientarsi tra studio, lavoro e doveri familiari.

Ogni mattina si sveglia alle sei per riempire le taniche d’acqua per tutta la famiglia. Vivono in sette in uno spazio minuscolo: un’unica stanza, adibita a cucina e camera da letto, senza il bagno. È il maggiore di tre fratelli e aiuta in casa come se fosse un secondo padre. Il loro padre è quasi sempre assente, impegnato nel lavoro di guidatore di Risciò, la madre fa l’insegnante nella scuola in cui ho prestato servizio. Con loro vivono anche i nonni materni, rendendo l’abitazione ancora più affollata.

Nonostante le condizioni difficili, mi hanno invitato a entrare e a conversare con loro. Gli indiani hanno un senso dell’accoglienza che va oltre ogni immaginazione: mi hanno offerto tutto ciò che avevano, dal masala chai, un tè squisito, a dei dolcetti non altrettanto memorabili.

Rispetto ad altri ragazzi, ha avuto la possibilità di continuare a studiare e di ricevere supporto, ma questa possibilità non è né garantita né stabile. È una conquista fragile, che può interrompersi in qualsiasi momento. Mi ha raccontato di aver iniziato l’undicesima classe con indirizzo ingegneristico e mi ha promesso che si impegnerà con tutto sé stesso per poter continuare a studiare. A sedici anni è già un uomo, ma nei suoi occhi resta la bellezza di un ragazzo che sa di poter immaginare un futuro diverso.

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Il lavoro minorile e informale è una realtà diffusa in India. Molti bambini e adolescenti aiutano le famiglie nei laboratori artigianali, nei negozi, nel riciclo della plastica o nella vendita ambulante. Il lavoro non è sempre continuo né formalizzato, ma è parte integrante della crescita. Spesso inizia come aiuto occasionale e diventa, col tempo, una necessità. L’ingresso nel mondo del lavoro avviene presto, non come scelta, ma come risposta a un contesto che richiede contributi immediati.

Scuola e lavoro, a Shivaji Nagar, non sono mondi separati. Si sovrappongono, si interrompono a vicenda, si alternano. Per i giovani dello slum, crescere significa imparare a muoversi tra queste due dimensioni, cercando di mantenere aperta la possibilità di un futuro diverso, senza poter contare su certezze. L’istruzione resta una speranza concreta, ma da sola non è sufficiente. È una strada che va percorsa giorno dopo giorno, tra compromessi, rinunce e tentativi di resistenza.

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Un commento

  1. Franci 17 gennaio 2026

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