La solitudine del prete

di:

piotr1

Solitudine non è stare da soli; anzi, un prete spesso ha fin troppa gente accanto, o tra i piedi.

Solitudine è non sapere a chi affidare quella tua cotta estiva, quella preoccupazione che non puoi rivelare dal pulpito, quel gran pasticcio che hai combinato stanotte, quel problema con una parrocchiana insistente, con un catechista invadente, con un confratello pettegolo o con il vescovo invidioso che ti tratta come una pedina.

Calpestando, per esigenze funzionali, i tuoi bisogni umani, relazionali, spirituali e psicologici. Quante vocazioni, usate ma ignorate nel profondo, appassiscono così! Non è forse pure questo “cultura dello scarto”?

Solitudine è dover essere sempre a disposizione, altrimenti la gente pensa male. E lo fa comunque, anche quando effettivamente sei a disposizione.

Solitudine è dover tenere per te le cose, reprimere rabbia e frustrazione, rispondere sempre “tutto bene, grazie”, perché non puoi permetterti di dire che stai male senza che qualche impiccione indaghi sulla tua vita, o si precipitino a salvarti schiere di divote crocerossine.

Solitudine è essere – dover essere, agli occhi degli altri – innanzitutto un ruolo, quello del clero: e quel ministero che ti rende una persona separata.

Questo vale per tutti: non abbiamo bisogno di persone che ci chiedano superficialmente come stiamo, ma di persone che ci sembrino sufficientemente capaci di accogliere, senza giudicare né scandalizzarsi, qualsiasi risposta potremmo dare.

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12 Commenti

  1. Giuliana 12 agosto 2025
  2. Vanio 7 agosto 2025
  3. Marco 7 agosto 2025
  4. Ele 7 agosto 2025
  5. Roberto 6 agosto 2025
  6. Michele 6 agosto 2025
  7. Giuseppe 6 agosto 2025
    • Franci 6 agosto 2025
  8. Elena 6 agosto 2025
    • Paola 8 agosto 2025
  9. Roberto 6 agosto 2025
  10. Luigi Bonometti 6 agosto 2025

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