Iran: la fine di un incubo, il timore del caos

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In primo piano Ali Khamenei, sullo sfondo Yasser Arafat (Harare, Zimbabwe, 1 settembre 1986 – foto Reuters).

Pur in assenza di conferme certe della morte di Khamenei, ieri molti iraniani hanno reagito alla notizia della sua possibile scomparsa come alla fine di un incubo.

Oggi, all’inizio del secondo giorno di guerra e l’annuncio da parte del governo iraniano della sua morte, la lunghissima stagione dell’ayatollah Ali Khamenei, segnata da una ferocia e spietatezza indiscusse, con esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture, detenzioni arbitrarie, imposizione di limitazioni insopportabili alle libertà personali, sarebbe finita.

L’epoca Khamenei

Raccontare cosa è finito non è difficile, forse ancora una volta necessario, un fiume nero di dolore e sopraffazione cominciato dopo la fine della guerra Iran-Iraq. Basterebbe ricordare i processi e le esecuzioni sommarie eseguite dal poi presidente Raisi, l’imposizione del duplice mandato di Ahmadinejad, la repressione feroce dell’onda verde dopo la sua rielezione, quindi quella spietata del movimento “Donna, vita, libertà”, e poi lo sterminio di gennaio dopo la nuova protesta di enormi segmenti dei più importanti settori  della società iraniana.

Questa probabile fine della lunghissima epoca-Khamenei non comporta però l’inizio di un’epoca nuova e una variabile temibile è certamente costituita dal numero delle vittime civili, da quante saranno.

Nessuno sa dire cosa accadrà ora a morte di Khamenei accertata. Lo spettro del caos può essere di certo evocato, senza truppe di terra il cambio di regime è complesso; ci sarà la sollevazione popolare in assenza di una leadership alternativa al regime consolidata e interna all’Iran?  Si può pensare così a diversi scenari, compreso un golpe di qualche settore interno all’attuale sistema; sebbene esisterebbe, si è scritto, una catena di comando designata da Khamenei. Washington tiene le sue carte coperte e fare previsioni è poco utile.

Il caos

Va ricordato, certamente, quanto è noto, cioè la diffusa e forte reazione iraniana, con lanci di razzi contro Israele, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Qatar, proseguiti per ore e il tentativo probabile, non è chiaro al momento in cui scrivo, di bloccare lo stretto di Hormuz, con le conseguenze economiche immaginabili soprattutto per il prezzo del petrolio, oltre ai rischi per il personale delle navi che vi potrebbero transitare.

È evidente che il rischio caos potrebbe essere anche una  “guerra per bande” tra settori del regime in conflitto tra di loro per la conquista del potere. E nessuno può escludere che si surriscaldino le minoranze iraniane, curdi, beluci, arabi, armeni, azeri, con settori propensi all’indipendenza. Alcune parole di Trump potrebbero anche far pensare che ci siano opzioni interne al regime preferite a Washington.

E poi ci sono i timori di estensione del conflitto, anch’essi evidenti. Anziché pronunciarsi su tutto questo, forse è preferibile tornare a Khamenei e capire cosa è finito e andrebbe evitato torni a manifestarsi sotto altre forme. Il riferimento è al filone apocalittico interno alla leadership khomeinista.

Apocalisse: tempo intermedio e battaglia finale

“Io penso che peggio di come ci è andata non ci possa andare”. Queste parole di un amico iraniano (della diaspora) quando si è saputo dell’inizio dei bombardamenti mi hanno fatto ricordare le ore dell’eliminazione di Hasan Nasrallah, non tanto perché l’operazione d’intelligence che ha consentito a Israele di penetrare nella rete di comunicazioni di Hezbollah ormai molti mesi fa è quella che ha cambiato l’equazione mediorientale, piuttosto perché in quei giorni, poco prima del colpo mortale, Hasan Nasrallah, il potente capo di Hezbollah vicinissimo all’ayatollah Khamenei, come lui un “apocalittico”, prima di morire disse “continuerò a starvi vicino, ad essere al vostro fianco”.

Probabilmente aveva capito che il colpo mortale era vicino, ma parlava di quella visione del martirio cara agli apocalittici per cui i martiri non muoiono, piuttosto vanno in quel tempo mediano nel quale sono visti da Dio (non lo vedono, sono visti, riconosciuti), rendono testimonianza e così sospingono i compagni nel combattimento verso la battaglia finale.

È il tempo dell’immaginale, quello dove si trova l’Imam nascosto, il Mahdi, che si è occultato al nostro sguardo secoli fa e tornerà (con Gesù) alla fine dei tempi, per il trionfo delle forze del bene.

Questo convincimento apocalittico mi ha sempre interessato per capire la loro visione del tempo, che è fatta di urti non di linearità, di sviluppi, ma di urti tra bene e male che devono essere sempre più forti per avvicinare il giorno della battaglia finale. Questo non vuol dire che nella loro gestione del potere non ci siano i calcoli, le frequenti propensioni di chi gestisce il potere, l’interesse, la corruzione, l’opportunismo e quant’altro si voglia elencare; ma indica un orizzonte che non può essere ignorato.

Le sorti dell’islam si decidono a Teheran

Così quando Trump ha detto che il regime è “malvagio” ha evocato una malvagità prodotta da questa visione, che comporta una lotta senza quartiere tra il definito bene e il definito male, dove non c’è spazio per la storia, un possibile sviluppo delle relazioni: questo ha comportato una milizianizzazione delle comunità sciite arabe e il tentativo di milizianizzare l’Iran.

Che cos’è oggi lo sciismo iraniano, così importante nella definizione storica di quella realtà?  È possibile un nuovo riformismo, diciamo uno sciismo non teocratico ma illuminato? Come importante sarebbe capire quale nazionalismo stia emergendo, altra costola storica certamente rilevante. I partiti nella storia iraniana non hanno funzionato: possono sostituirli oggi i movimenti?

C’è la novità democratica del movimento “Donna, vita, libertà”, quella che ha fatto tremare il piedistallo del regime e la cui repressione feroce forse ha determinato la rottura definitiva con gran parte della società. Molti di loro, oltre a essere contro il regime, si sono espressi contro la guerra, per una repubblica democratica, dunque un’opzione molto diversa da quella del fronte monarchico che emerge e ha trovato popolarità in alcuni ambienti in Iran oggi schierati con il figlio dell’ex scià. Quanto è estesa, quanto è ampia?

I timori oggi sono giusti e necessari, considererei i rischi costituiti anche dalla base fedele al regime, dalla strada che costoro potrebbero scegliere; ma soprattutto per capire quanto sarebbe importante uno sviluppo positivo, per l’Iran e per tutto l’islam, dopo decenni di contrapposizioni feroci e miliziane, il cui superamento oggi è legato a quanto accadrà a Teheran.

  • Articolo concluso alle 2 della notte di domenica 1 marzo e aggiornato alle 7.20.
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3 Commenti

  1. Giuseppe 1 marzo 2026
  2. Fabrizio Mastrofini 1 marzo 2026
    • 68ina felice 1 marzo 2026

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