Iran: proteste e carneficina

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La rabbia iraniana per una situazione economica intollerabile sta facendo scattare l’ora della fine di un regime sanguinario? È quello che il regime sembra temere, vista la carneficina insopportabile che sta compiendo.

Chi potrebbe prendere le redini del Paese? Difficile dirlo, ma il sangue che sta scorrendo a fiumi in queste ore, stando a moltissime fonti, potrebbe davvero determinare la fine di un’epoca tragica.

Non si può rifare qui la storia del khomeinismo.  Vale però la pena soffermarsi su qualcosa che è più di un dettaglio. E poi leggere i fatti più recenti.

La Fratellanza Musulmana

Poco dopo l’inizio dell’era coloniale occidentale si registrarono nel mondo arabo islamico alcune novità di grande rilievo. Tra queste va considerata certamente l’emergere della Fratellanza Musulmana, fondata da Hassan al Banna. È stato da subito un movimento importante, caratterizzato anche da attenzione alle masse popolari povere, alle quali proponeva un rinnovamento sociale attraverso i principi islamici.

Emersa in Egitto, la Fratellanza Musulmana ha avuto da subito un rapporto assai difficile con Gamal Abdel Nasser, “laico”, panarabista. Amin Maalouf ha scritto che la rottura fu determinata dalla loro pretesa di imporre il velo alle donne.  La principale scommessa di Nasser era quella di redistribuire i dividendi della decolonizzazione con le grandi masse popolari; ma questo non avvenne, non ci fu l’atteso miglioramento del proprio tenore di vita, dei servizi.

Se questo è stato un problema in particolare in Egitto, dove il leader laico e avverso ai Fratelli Musulmani Gamal Abdel Nasser aveva promesso proprio la redistribuzione, fallendo, l’esito della contesa ha riguardato tutto l’islam – in particolare perché un volto giovane e smagrito dalla detenzione è emerso grazie a un messaggio che possiamo riassumere così: “la giustizia sociale verrà con la shariaa”, cioè con l’applicazione della legge islamica. Quest’uomo è Sayyid Qutb, che Nasser fece giustiziare il 29 agosto del 1966.

Con Qutb dunque si apriva una fase nuova, capace di ispirare gruppi e movimenti assai diversi, e anche di valicare il confine confessionale tra i sunniti, la confessione islamica a cui apparteneva, e quella sciita, a loro storicamente avversa. Il suo estremismo jihadista si ritrova un po’ ovunque nella galassia islamista, tra i salafiti, in al-Qaida, nell’Isis e nella leadership khomeinista, con cui molti dei gruppi citati si sono combattuti ferocemente.

Quello di Qutb non è un estremismo di sostegno a questo o quel governante, no, lui invocava un governo religioso, uno stato islamico. Non cogestisce, proponeva un islam rivoluzionario, teocratico, e contrapponeva l’epoca dell’ignoranza, incarnata dall’Occidente, a quella della verità islamica. Non deve sorprendere questa trasversalità, visto che oltre a criticare alcuni cardini della storia sunnita, Qutb esaltava nei suoi scritti, ad esempio, i Carmati, una setta ismaelita (sciita) nota per il suo millenarismo, che rifiutava l’autorità religiosa tradizionale tanto da rubare la famosa pietra nera di La Mecca, per restituirla dopo decenni.

L’Iran del governo islamico

Venendo a tempi più recenti, a Qutb si sono ispirati pezzi di partiti estremisti sciiti prima di Khomeini, ma è stata l’opera ritenuta più importante di Khomeini “il governo islamico”, libro del 1969, a convincere molti studiosi che le idee dell’ayatollah venivano da quelle del giovane pensatore egiziano fatto giustiziare da Nasser. Khamenei decise addirittura di tradurne e pubblicarne le opere, quando fondò una casa editrice per far conoscere i principali ideologhi di un islam rivoluzionario. Ovviamente i convegni su di lui, tenuti a Teheran, sono numerosi.

La teocrazia di Khomeini, sconfessata allora come oggi dalla principale scuola teologica sciita, quella di Najjaf,  si è imposta politicamente con il golpe della cattura degli ostaggi all’ambasciata statunitense (che determinò le dimissioni del primo ministro Mehdi Bazargan) e poi  con la teoria del governo del giureconsulto (velayat-al-faqih): in attesa del ritorno del dodicesimo imam, Mohammad al-Mahdi, occultatosi nell’874, che non è morto ma vive nel nascondimento e tornerà alla fine dei tempi.

Questo giureconsulto esercita una sorta di ruolo di supplenza dell’Imam nascosto, gestendo gli affari politici e religiosi della comunità sciita. Quindi la rivoluzione va esportata, fino al Mediterraneo. Che  questo abbia il sapore da una parte di riedizione dell’impero persiano e dall’altra di perseguimento di quello sbocco sul Mediterraneo che ha sempre sedotto gli ayatollah ansiosi di avere una loro via di esportazione del loro greggio fino al Mediterraneo, sono altre storie, sono pieghe politiche di un discorso che richiederebbe un’analisi storica ampia. Ma è l’ideologia religiosa che ha mosso tutto e nel corso del tempo si è diffusa anche in virtù dell’altro caposaldo del qutbismo, il millenarismo e il pensiero apocalittico.

Anche questo è stato un principio di gran parte del regime. Non è difficile leggere in opere divulgative che “la fine del mondo sta per arrivare, se guardate la luna vedete nei suoi chiaroscuri il volto dell’imam Khomeini, è un segno dell’apocalisse, e i nostri aspiranti martiri devono combattere per aggravare sempre più lo scontro per avvicinare la deflagrazione finale e consentire alle forze del bene il loro trionfo finale”. Si racconta, non so quanto seriamente, che l’ex presidente Ahmadinejad facesse tenere un posto libero accanto a lui durante le riunioni di governo, nel caso l’’Imam nascosto fosse tornato in quel mentre.

Teocrazia a spese del popolo iraniano

I tre vincoli indicati, teocrazia, pensiero apocalittico ed esportazione della rivoluzione hanno prodotto una spesa enorme, miliardaria, per costruire le proprie milizie in Iraq, Siria, Libano, Yemen. Questa scelta ha comportato la milizianizzazione delle comunità sciite nel mondo arabo.

Questi miliardi sono stati sottratti al popolo iraniano, alla società iraniana, che si è trovata sempre più impoverita davanti ad un’economia che è stata appaltata all’apparato militar-industriale e in particolare ai pasdaran. L’elezione di Mohammad Khatami alla presidenza dell’Iran nel 1997 è stata certamente la grande novità. Un riformista opposto al qutbismo, alla teocrazia, allo scontro di civiltà, emergeva in Iran con il suo impegno per il dialogo tra civiltà.

Ma dopo di lui la ruota politica ha girato con la vittoria del pasdaran-apocalittico Ahmadinejad. Definito dal mondo il presidente populista ed estremista, Ahmadinejad ha vinto di nuovo, nel 2009. È una data decisiva.

Quell’anno si sono svolte le elezioni presidenziali, fu rieletto Ahmadinejad, ma tutto l’Iran scese in piazza protestando e definendo quell’elezione fraudolenta. Il vincitore, secondo la protesta diffusasi in poche ore in tutto il Paese, era Mir Hossein Mousavi, arrestato dal regime, dell’ala riformista ispirata dalla linea per il “dialogo tra civiltà” elaborata dall’ex presidente-chierico, Mohammad Khatami.

Il dialogo non era solo “tra” civiltà, ma anche interno all’Iran. La scelta del regime fu opposta: venne rafforzato il peso delle istituzioni non elettive, quelle che rispondono direttamente alla guida suprema della rivoluzione, incluso il corpo scelto dei “guardiani della rivoluzione”, molti giornali vicini all’ala riformista vennero chiusi. La repressione fu feroce, i morti centinaia, gli arrestati migliaia.

Masha Amini

Nel 2022 l’assassinio di Masha Amini, ridotta in coma e poi morta in carcere perché non indossava correttamente il velo, innescò la nuova protesta, chiamata in tutto il mondo “donna, vita, libertà”, molto diversa dalla precedente.

L’ala riformista del regime non aveva più ascendente sui giovani insorti; la sfida diventava totale. Diffusasi in tutta le 31 province iraniane, secondo Iran Human Rights durante quel movimento si registrarono 551 manifestanti uccisi e decine di migliaia arrestati. Il potere delle istituzioni non elettive è diventato ancor più assoluto rispetto a un parlamento sempre meno influente, il giro di vite contro i giornali di opposizioni ancor più forte.

Si arriva così alla protesta in corso, la più ampia affermano concordi i media del mondo. Ci sono voci di una vera e propria carneficina. Questa nuova ondata di proteste è cominciata il 28 dicembre dello scorso anno, il dollaro quel giorno è arrivato a valere 1,43 milioni di rial iraniani, l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 42%, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 72%. Così i mercanti del bazar hanno chiuso. I lavoratori, gli studenti, le giovani generazioni si sono uniti alla protesta che è diventata nazionale. La repressione, per quanto si legge, sarebbe violentissima, i morti migliaia. È il prodotto di una linea che risale al 2009.

Difficile dire cosa sarà dell’Iran dopo una simile tragedia. L’effetto di una caduta del regime potrà essere capito solo dopo, cioè quando eventualmente si vedrà cosa arriverà. Certo ad oggi sembra che la linea scelta dall’ayatollah Khamenei abbia tagliato le gambe ai moderati, ai riformisti. Tra piazza e sistema sembra impossibile ogni compromesso.

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