
Io devo ringraziare i catechisti italiani se sono riuscito a cambiare la macchina. In effetti mi capita ogni anno di tenere una trentina di conferenze a gruppi di catechisti dal Piemonte alla Sicilia e con le buste che mi danno alla fine degli incontri sono riuscito a pagare l’anticipo per la macchina. E il lavoro è garantito anche per i prossimi anni!
Perché da Nord a Sud tutti stanno prendendo atto che la catechesi dei ragazzi sta facendo molta fatica, qualcuno arriva persino a dire che non funziona, tutti cercano soluzioni, e le soluzioni sembrano non arrivare mai. E finché tutti vogliono smettere di fallire, io ho il lavoro assicurato. Io una soluzione ce l’avrei, ma la dico solo a voi a bassa voce, non vorrei perdere il lavoro: dovremmo essere felici di fallire. Provo a spiegarmi meglio.
I ragazzi non sanno fare il segno della croce
Insomma, i dati di fatto sono sotto gli occhi di tutti: la gente va sempre di meno in chiesa, arrivano bambini che non sanno nemmeno fare il segno di croce, fanno la cresima e poi spariscono. Da Nord a Sud i problemi questi sono. Si cerca allora di fare qualche cambiamento.
Ci sono un po’ di articoli in giro sui tipi di cambiamento che si stanno facendo in Italia sulla catechesi.
Però grosso modo le variabili sono queste: setting (qualcuno vuole distanziarsi il più possibile dalla scuola e dunque niente quaderni, niente penne, niente libri, niente aule; qualcuno pensa che valga la pena fare qualcosa di simile alla scuola scrivendo, imparando a memoria, leggendo), coinvolgimento delle famiglie (qualcuno arriva a non fare più la catechesi con i ragazzi, ma con i genitori che a loro volta fanno catechesi ai figli), ritmo (una volta a settimana, ogni due, una volta al mese ma tutto il giorno, ecc…), educazione alla preghiera (qualcuno inizia con la preghiera tutti insieme, qualcuno fa nei gruppi, qualcuno sostituisce incontri con la preghiera), contenuti (qualcuno fa esperienze e riflessioni su di esse, qualcuno affronta più temi dottrinali classici come dieci comandamenti e sette doni dello Spirito Santo, qualcuno privilegia la Bibbia, il più delle volte un mix), formazione dei catechisti (qualcuno insiste più sul metodo, qualcuno sui contenuti, qualcuno sulla spiritualità), ordine dei sacramenti (qualcuno anticipa la cresima alla prima comunione, qualcuno fa assieme, qualcuno fa la cresima dopo) e momenti particolari (ritiri, esperienze forti, testimonianze).
Si vocifera che mixando queste variabili, in Italia ci siano circa 25 modi diversi di fare catechesi. Io ne ho visti una quindicina. E comunque, quando mi chiamano, si parte sempre dal fatto che i bambini il segno di croce non lo sanno comunque fare, con tutte le varianti di questa terra in chiesa le famiglie non ci vanno comunque anche se vengono al ritiro, e dopo l’ultimo sacramento che gli dai tre quarti spariscono.
Ma nessuna catechesi “produce” la fede
C’è un problema in tutto questo: ma chi l’ha detto che la fede dipenda dalla catechesi? È sempre più difficile trovare catechisti, anche perché rischiano il burnout, ultimo baluardo della Chiesa Cattolica a difendere l’indifendibile, incaricati dell’impossibile missione di portare la fede. La fede non la porta nessuno! La fede inizia quando e come deve iniziare.
Tu puoi piangere in cinese e progettare i tuoi itinerari mistagogico-esperienziali con intonazione catecumenale; puoi coinvolgere le famiglie due volte al giorno dopo i pasti, fare l’ordinazione sacerdotale prima della prima comunione e la cresima dopo il matrimonio, dare tutti i nomi delle città bibliche ad ogni anno di catechesi e comprare i sussidi più belli di questa terra; ma nessun itinerario catechistico “produce” la fede.
Mi si dirà: «E come mai quando si faceva la catechesi imparando tutto a memoria i bambini andavano?». Io sono convinto che non ci fosse più fede (dove sono oggi tutti quelli che imparavano a memoria il catechismo? Cosa hanno trasmesso ai loro figli?), c’era solo più disciplina. Oggi non c’è la disciplina e la confondiamo per assenza di fede.
Ogni catechista semina molto ma sa che raccoglierà poco
Non c’entra nulla la catechesi con la fede. O almeno c’entra poco. La catechesi non può non essere fallimentare: noi non produciamo la fede di nessuno, teniamo solo aperta una porta perché se uno vuole, guidato dallo Spirito nei mille modi della sua fantasia, un giorno entrerà. Probabilmente non ricorderà nulla dei nostri itinerari esperienziali, e nemmeno di quelli dottrinali. Ricorderà una porta aperta, una rete che raccoglie ogni genere di pesce, un seme gettato, un pizzico di lievito. Ma il seme cresce. Come? Nemmeno il catechista lo sa.
Se vuoi fare il catechista, preparati a seminare, e a vedere poco. Sarà un fallimento, come la croce. Che l’hanno vista tutti. Solo qualcuno ha riconosciuto il risorto. Qualcuno nel cenacolo, qualcuno piangendo in un giardino, qualcuno discutendo sulla via di Emmaus, qualcuno mentre perseguitava cristiani.
Nessun fallimento allora è stato più fecondo. La catechesi deve fallire. Poi puoi cambiare tutte le variabili che vuoi. Ma con la libertà che sarà solo un altro modo di fallire, di piantare semi che sbocceranno indipendentemente da te, o forse non sbocceranno mai. Ma vi prego, non ditelo troppo in giro! Devo cambiare il computer!
- Pubblicato sul blog La barca e il mare, 24 febbraio 2026






“Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?
“Come crederanno in colui del quale non hanno creduto?
Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?
Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare?
Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?
E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?
(…) Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo”.
(Rm 10,14-15a.17)
Sorprende tuttavia che nonostante la secolarizzazione una percentuale rilevante di gente continua a portare i figli al catechismo.
Perchè?
Molto concretamente: fra la Chiesa (almeno qui da noi) e la società di è ormai stabilito un “patto” implicito: la chiesa offre dei servizi che sono comunque umanamente apprezzati (un ambiente cordiale e protetto) dove i figli possono socializzare lontano dai genitori in un ambiente non scolastico ma comunque controllato. Insomma non è la strada e non è casa di una altro dove vai a disturbare e comunque non sai bene cosa faccia tuo figlio.
E comunque per molti, ascoltare un po di Dio, è comunque un valore a prescindere dalla fede. Viene chiesto in cambio di “venire a messa” etc… un po noioso ma dopotutto è gratis. Si può fare.
Le parrocchie sono potentissimi fornitori di questo “servizio”, comunque apprezzato.
Cosa ottiene la parrocchia in cambio ?
La possibilità di “parlare di Dio”, che è il suo obiettivo principale. Se non ci fosse quel “servizio” offerto, e grasis con la tanta generosità di catechisti e volontari, chi porterebbe i figli a messa e catechismo? Quasi nessuno, se non quei pochi “convinti”: cioè la chiesa sarebbe una piccola setta.
Non lamentiamoci di questo perchè è ciò che ci rende, come cristiani, un grande valore, anche se non viene riconosciuto esplicitamente. E se anche poi alla cresima spariscono, molti poi tornano, e anzi quella possibilità che gli è stata data da bambino forse è l’unico contatto che poi rende “il ritorno” o “la conversione” possibile. Gesù non predicava ai bambini, ma agli adulti. Quando la vita inizia a farsi pensate, i sogni infranti e si comincia a fare i conti con le proprie fragilità, quella “semina” potrà dare frutti in futuro.
Non vedere i frutti “adesso” pone il cristiano difronte la scommessa sul “regno”: quella pasta che lievita da poca massa iniziale.
Perciò, si, la parrocchia con tanti bambini che non sanno fare il segno della croce, a me dopotutto piace.
Finché il “contratto” sociale reggerà. Poi chissà.
Sulla scia di Agostino (“ama e fai quel che vuoi”) la visuale di Manuel Belli è inappuntabile. Che le sue prestazioni formative siano così richieste, è un grande segnale che la Catechesi è tutt’altro che ingessata, bensì in alacre ricerca in ogni Chiesa particolare, si spera. Questo fa gridare Alleluja! Meno evidente risulta, nell’esposto e nei riscontri pervenuti, quanto afflato di comunione sussista nelle catechiste e nei catechisti, che evangelicamente costituisce il presupposto essenziale. Afflato significa essere a disposizione dello Spirito, cercare la sua voce, desiderare il suo ascolto, lasciarsene trasfigurare la vita. In comunione!
Incontrarsi per prender conoscenza comune del gregge, nel suo carattere sempre nuovo e spiazzante, nonché individualmente delle pecorelle che appaiano problematiche (mai tralasciare le evidenze di disagio!), e per studiare una strategia metodologica è già moltissimo (ma non so quanto sia diffusa questa attitudine). I catechisti siano però primariamente un gruppo di spiritualità. Tutto il resto sarà dato in aggiunta.
La Fede nasce dalla testimonianza di persone che si sentono amate da Dio (cfr. Figli di Dio) non dagli spiego i;
non svilisco l’approfondimento teologico, ma senza la conoscenza di persone innamorate il soffio dello Spirito non brucia.
Non serve consolarsi dicendo che siamo lievito, dobbiamo vivere la Liturgia e la Parola nella Chiesa e nel mondo: crescere noi stessi come Santi e Comunità per costruire il corpo di Cristo che cammina nel mondo; non servono complessi modelli organizzativi e sofisticate pedagogie, se non in un secondo piano, serve la Vita, serve la Verità.
Detto ciò penso che ci siano molti più cristiani oggi di quando la Chiesa era una autorità che inquadrava le persone e no promuoveva la ignoranza, manca forse più Fede e meno superstizione, una maggiore coscienza nei laici “sacerdoti-profeti-re’ e un clero più “al servizio” che al “potere”
Immaginavo di star fallendo da 23 anni. Ma quanto mi è piaciuto quel fallimento! Ora scopro perch’è di quella gioia, perchè era Croce e mi accosta a Cristo? Grande!
La catechesi continuerà a fallire finché non si capirà che la fede è personale, e che i catecumeni vanno messi in condizione di incontrare personalmente e riconoscere il Signore (come Eli con Samuele). Invece si continua con l’attivismo e il comunitarismo, a pensare che la parrocchia sia il centro della vita dei cristiani, e ad idolatrare la “Parola”.
La catechesi in Italia è completamente sbagliata. E non è assolutamente vero che una cosa vale l’altra. Dopo decenni di esperienza i fatti mi dicono che niente di ciò che noi facciamo può produrre deterministicamente un risultato a prescindere dalla complessa dinamica della libertà umana che risponde all’appello di Dio; ma anche che noi non possiamo usare questa complessa dinamica per giustificare degli errori strutturali che dipendono dalla NOSTRA mancanza di fede e di testimonianza del vangelo. Proverò quindi in modo necessariamente schematico ad elencare i principali nodi problematici.
1) il problema dell’età. In questo campo molti fanno della poesia a buon mercato, pensando così di esibire la propria fede ed il proprio acume sapienziale, ma a mio avviso le cose non stanno affatto così: l’unica cosa che si fa’ e ignorare la logica dell’Incarnazione e nascondere ciò che sta sotto la scelta di dare i sacramenti dell’iniziazione cristiana a persone che, nel migliore dei casi, si affacciano alla pre-adolescenza: la logica dei numeri che è poi la logica del consenso sociale, che è infine una logica di potere. Nonostante il crollo dei numeri, ci si fa forti ancora delle percentuali dei battezzati, dei cresimati ecc. Ma in una società in cui il valore della libera scelta si fa sempre più determinante, affidarsi al fatto che i genitori svolgano un ruolo determinate nell’indurti a fare la cresima o la comunione, è un grave errore. Oggi, nella società post cristiana, l’infantilizzazione dell’iniziazione cristiana è insostenibile. Ciò non significa che non ci si debba preoccupare dei bambini e dei ragazzi con delle iniziative formative adatte alla loro età: ma chiedere a dei bambini se sono disposti a dare la propria vita con Cristo per Cristo ed in Cristo, passando dalla Play al calvario, mi sembra francamente eccessivo, senza voler assolutamente sottovalutare la bontà e anche la capacità di amare di questi piccoli… Anche perché sappiamo che ci sono mille cambiamenti ancora da fare: lo sviluppo fisico, la ricerca di autonomia, l’esperienze nel gruppo dei pari. E d’altronde: che fine fanno la bontà e il senso religioso dei bambini?
Per cui occorre il coraggio di fare una proposta di iniziazione a delle persone che iniziano a disporre del loro destino, della loro vita, delle loro scelte. Ciò avviene più o meno alla fine del ciclo delle scuole superiori.
2) Occorre avere il coraggio di fare proposte forti, serie, esigenti. E non si venga fuori con la storia della chiesa dei perfetti, dei puri e duri, perché sono soltanto meccanismi di difesa che negano CLAMOROSAMENTE la prassi di Gesù, che non penso possa essere accusato di estremismo. Con tutto l’equilibrio di questo mondo, si deve trattare di una proposta seria, in cui i fondamenti della vita cristiana non possono essere considerati degli optional. Anche perché, la loro assunzione non è garanzia di successo ma presupposto necessario, benché insufficiente.
3) L’ora del catechismo non ha nessun senso: una ricerca spirituale seria non può essere assolutamente essere confinata in un ora. Si tratta di iniziare alla preghiera (quella ufficiale della chies), ad un rapporto vitale con la Parola, alla vita comunitaria, all’Eucaristia e alla condivisione, al servizio e alla missione: non parlando di queste cose ma vivendo e “iniziando” a vivere queste cose, nella complessità della vita delle vicende e degli impegni quotidiani. Si tratta di costruire una vera fraternità in modo da sperimentare ciò che l’accoglienza del vangelo è in grado di operare. Tutto questo implica sicuramente degli spazi realistici in cui incontrarsi, ma implica anche la capacità di supportare quotidianamente la ricerca spirituale.
4) È fondamentale di conseguenza cambiare l’idea di catechista che abbiamo generalmente in mente: e ciò non implica semplicemente una conversione dei modelli ma anche una conversione personale. Ciò che sembra decisivo è l’esperienza di un amore eccedente, fedele, sorprendente e gratuito: sull’esempio di Cristo. E questo spetta innanzitutto alla Chiesa e al catechista che svolge il suo ministero a nome della chiesa.
5) È importante uno spazio personalizzato, in cui uscire dal generico e accompagnare il catecumeno a incontrare la propria verità, senza paure e mistificazioni.
6) È importante il progressivo coinvolgimento di altre figure formative all’interno della comunità generante. Ciò avviene innanzitutto nella partecipazione del catecumeno al servizio ecclesiale (se partecipa al coro, con chi guida il coro; se collabora all’assistenza dei poveri, con il direttore della Caritas, ecc.)
7) È importante la partecipazione alla missione della Chiesa.
8) Non è da sottovalutare anche una progressiva promozione della crescita culturale.
9) Anche la conoscenza diretta di testimonianze significative svolge un ruolo di un qualche rilievo.
10) Infine, gli stessi errori, più o meno gravi, sono sempre da considerare come una risorsa da molto importante utilizzare: non quindi qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi ma una risorsa per la crescita spirituale.
Quando abbiamo fatto queste cose, ci affidiamo allo Spirito e alla grazia di Dio… Non prima!!!
A proposito: questo modesto contributo è del tutto gratuito…
Faccio catechismo da trentasei anni e non ho mai preteso di far sorgere la fede in nessuno: ultimamente riempio così il tempo che ho libero il sabato pomeriggio e tra una messa e l’altra la domenica mattina. Mi pare di poter mettere a frutto in questo modo i talenti che il Signore mi ha dato. Se qualcuno volesse dare una mano in parrocchia al posto mio in questo compito, glielo lascerei subito volentieri, come peraltro ho sempre fatto quando si è presentata l’occasione. Quel che mi piace di questo servizio è il fare il tappabuchi, senza rubare il posto a nessuno e senza alcuna pretesa di successo o di riuscita: in fin dei conti, non siamo servi inutili? Non pretendo ricompense economiche, finora auto e computer sono stato capace di sostituirli e pagarli comunque senza bustarella alcuna. Mi impegno nella catechesi ai fanciulli e ai ragazzi perché, mi pare, S. Paolo (non sono molto forte in materie bibliche) dovrebbe aver detto che la fede nasce dall’ascolto e non so se posso smentirlo senza trovarmi addosso una scomunica latae sententiae.
https://www.youtube.com/shorts/x_rrFOqIgMI Sono andata a googlare, è un prete influencer.
La fede nasce dall’ascolto della Parola, ma se non gliela spieghi, come potranno credere? Il problema è che non sappiamo spiegarla. Mons. Carlo Maria Martini ci ha introdotti alla lectio divina, difficile? No, assolutamente. Le mie parole sono Spirito e vita …
La fede non nasce , o non nasce solo dall’ ascolto della “Parola”. La fede nasce dall incontro personale con Cristo. Io ho creduto per la testimonianza di mia nonna e di mia madre. La fede inizia da un fatto.
Si ma meno nonne e madri che testimoniano meno cristiani futuri. Anche il signore che gira a tenere conferenze tra qualche anno non incontrerà più pubblico interessato..
grazie di queste riflessioni, sono anch’io un catechista fallimentare, ma dall’esperienza ho capito che la fede, o meglio l’adesione a Gesù Cristo, è qualcosa che va “raccontato” ed è e sarà questo “racconto” – con i suoi simboli, con le sue interpretazioni, con i sentimenti e le sensazioni che può ispirare – a seminare qualcosa in chi lo ascolta. Non si tratta di “credere” o di “non credere” (il rischio è quello di raccontare favolette che poi fanno la fine del credere a Babbo Natale o alla befana ….), ma piuttosto di far capire che con un racconto (quello biblico e poi la stessa storia di Gesù) si può gettare una luce su quelle domande spirituali che spesso restano inascoltate (chi siamo? perchè viviamo? perchè il male? cosa è il bene? la felicità? l’amore?). Altro è difficile da dire …. pretendere un’adesione alla fede tradizionale, sacramentale, dogmatica ed anti-scientifica è quasi impossibile oggi. E se ciò anche ci riuscisse, rischieremmo di alimentare pericolosi estremismi. Quindi ben vengano il dubbio, il fallimento e il disincanto … restano i semi gettati, il pizzico di lievito e la manciata di sale.
Condivido.
Il problema vero e’ proprio questo: nessuno si pone le domande che hai brevemente elencato.
Trasmettere la fede?
E’ semplicissimo: facciamo rinascere queste domande e rispondiamo a queste con i nostri esempi di vita.
Ah, gia’, scusate… mi sono scordato che stanno dando il curling in tv…
Ciao don Manuel, sono una catechista e sono d accordo con te, le Mie colleghe si fanno sempre tanti problemi se il giorno della catechesi vengono pochi ragazzi(cresima) se non sanno fare il segno della croce oppure non sanno il Padre Nostro, io dico sempre che va bene così, non siamo noi che abbiamo il compito di farli diventare dei bravi cristiani, noi gettiamo il seme poi ci penserà lo Spirito Santo, e poi la fede non si impara in poco tempo ma c’è tutta la vita per imparare , grazie
Pretendere che un bambino di sei anni ” creda” a un determinato Dio che gli viene imposto solo perché è nato in un Paese piuttosto che in un altro è semplicemente ridicolo; appena diventa un po’ più grande capisce che non c è nulla di vero e abbandona del tutto la pratica religiosa.
È invece necessario reintrodurre a scuola lo studio della storia delle religioni più importanti, tenendole ben distinte ma evidenziando alcuni principi comuni alle stesse
I nostri giovani non sono né atei né agnostici, sono semplicemente ignoranti in campo religioso
Quando io studiavo al liceo, la religione ” non faceva media” e anche oggi è così
È ovvio che la società di oggi sia del tutto indifferente a Dio e a nulla serve il catechismo senza una vera cultura religiosa
Sul fallimento della catechesi concordo. Ben venga il fallimento! Forse si capirà che la fede si trasmette per contagio o per attrazione/fascinazione. Dovrebbe farci riflettere molto di più il dato della Francia: + 20.000 catecumeni quest’anno a Pasqua nelle diocesi francesi senza passare da anni di catechesi. Cfr. https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2020/11/cattolicesimo-borghese5.html.
Bravo don Manuel ! Sono una catechista fallimentare…
Manuel Belli con parole semplici ha presentato la situazione di oggi. Essere catechista non vuol dire aspettare successi, ma continuare a seminare il bene, chi raccoglierà non sarà lui. Sono catechista da tanto tempo e credo che continuerò ad esserlo anche se dirò che non sono più adatta ad avere gruppi di ragazzi/e da seguire, comunque è la mia fede che ha bisogno di un continuo pieno di risposte nell’affrontare le gioie e i dolori della vita. Coerenza, pazienza, umiltà e disinteresse su quel che sarà il frutto di quanto si semina, sono per me le qualità di un catechista, per riuscire a far prevalere il bene anche dove non ci si aspetta. Ho avuto molti ragazzi/e davanti a me, uno solo è diventato sacerdote, un ragazzo con alle spalle una famiglia che non era delle migliori, era quello che mi faceva innervosire a catechismo, ma mi veniva a chiamare x dirmi che era ira di iniziare, io che dentro di me speravo fosse ammalato! Non si deve dimenticare che: “Lo Spirito Santo soffia dove vuole!”. Buona vita, e pace e bene a tutti. Nuccia Buratti.
Davvero condivisibili le riflessioni proposte. Ancora oggi, si tende a entusiasmarsi o a scoraggiarsi per i ‘ numeri’, abituati come siamo, a valutazioni quantitative. Il seme è microscopico; il lievito è un ‘poco’; il sale, un pizzico. Questi dati ci dovrebbero far riflettere. Il Regno ha una sua forza che non dipende dai nostri sforzi.
Credo sempre più nell’ importanza di fare esperienza personale, di curare una relazione autentica con il Signore. Da lì in poi può funzionare quel ‘ vieni e vedi’ del ‘ contagio’ tra discepoli. L’ autore dell’ articolo ha ragione quando ci invita a non confondere la fede con una certa disciplina. Vero!
Articolo interessante e ironico. Grazie don Belli! Non produciamo la fede è vero, ma possiamo far nascere il desiderio di lasciarsi incontrare da Dio se siamo testimoni credibili e gioiosi, se le comunità si risvegliano, diventano generative e soprattutto si allargano all’infinito. Certo è finito il tempo di misurare tutto con i numeri e le presenze, meglio chiederci se amiamo, accompagniamo, testimoniamo, il resto non è nelle nostre mani!
L’autore è simpatico, il problema in arrivo molto meno: i catechisti stanno finendo… Spero che in altre zone d’Italia non sia come da noi