
L’inviato americano Tom Barrack con il presidente siriano al-Sharaa.
La Siria è un Paese nevralgico nel Medio Oriente, passano di lì le linee di equilibrio regionale. E per capire Washington accorre chiarire i termini regionali del problema. L’inviato della Casa Bianca, il miliardario di origini libanesi Tom Barrack, ha competenza per Turchia e Siria e già questa scelta sulle sue competenze non dice poco.
È decisiva una sua recente affermazione: “Penso che tutti questi confini risalgano all’accordo Sykes-Picot, all’accordo di Sèvres, a tutti i confini falliti. È giunto il momento di ridefinirli e raggiungere un accordo”.
I confini falliti di cui parla sono quelli dell’ordine coloniale disegnato da francesi e britannici dopo il dissolvimento dell’impero ottomano. In quel tempo il concetto di “nazione” non era diffuso in quei territori, tanto che la parola venne tradotta con il vocabolo che si usava per indicare le comunità di fede.
Ma l’entusiasmo per la novità portò il nazionalismo arabo all’elaborazione di una idea forte e popolare: il nostro nazionalismo intende raggiungere gli europei lì dove sono arrivati, ponendo i diritti di cittadinanza e la sovranità del popolo alla base del nostro nuovo ordine politico.
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Questa realtà i colonialisti europei l’avrebbero dovuta governare per conto della Società delle Nazioni per condurre alla nascita di Stati moderni. Cominciavano gli anni Venti del secolo scorso e i francesi prendevano il controllo dei palazzi del potere di Damasco, dal quale separavano – nelle loro intenzioni – per i cristiani, in particolare maroniti, il Libano.
Dunque il generale Henri Gouraud si insediò a Damasco. Nei primi giorni del suo governo il suo segretario, il diplomatico e visconte Robert de Caix de Saint‑Aymour, gli disse (stando alla ricostruzione storica di Peter Shambrook) che a suo avviso erano disponibili solo due opzioni: “Costruire una nazione siriana che non esiste, ammorbidendo le profonde frizioni che la dividono, o coltivare questo fenomeno, che richiede il nostro arbitrato. Devo dirle che la seconda opzione è la sola che mi interessi”.
Approfondire le divisioni confessionali o etniche per governare, diciamo per capirci divide et impera. L’epoca coloniale interruppe dunque il cammino che si tentava anziché rafforzarlo, dando ai nazionalisti arabi l’idea di un tradimento. Così definire questi Stati e queste Nazioni divenne ancor più difficile, riportando a galla, con la frammentazione, la dimensione tribale e confessionale delle appartenenze. Ma etnie, tribù e confessioni non coincidevano con i confini degli Stati.
Un bel problema per i governanti che hanno visto a portata di mano un’altra logica: la maggioranza di un Paese non è politica, cioè socialista, liberale, conservatrice e così via, ma tribale (per via di alleanze) e confessionale: la maggioranza è sunnita, o cristiana, o sciita o quel che si vuole e gli altri sono le minoranze etniche e religiose. Gli sviluppi di Westfalia restavano lontani.
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In questo quadro i leader arabi hanno interpretato la nuova realtà invece come un conflitto sotto traccia tra i Paesi che guidano, con fronti opposti ai tempi del bipolarismo e poi sempre più diversi interessi geopolitici o geostrategici, con la piccola attenuazione della debole Lega Araba.
La Siria al suo confine settentrionale ha la Turchia, in conflitto da decenni con la minoranza etnica curda, che ha propaggini nei territori siriani, dove vive buona parte dei siriani curdi. Questa popolazione, che ha sognato un Kurdistan indipendente, sa che il suo epicentro storico è nei territori turchi e la leadership, per la forza dell’indipendentismo armato, è stata loro, del Pkk.
Quando nel 2011 è esplosa la rivoluzione siriana e la feroce repressione di Damasco, i curdi, i cui diritti civili erano negati dal governo “nazionalista” di Damasco, hanno dovuto combattere per la loro sopravvivenza contro l’Isis. Di qui è nata un’alleanza strategica con gli statunitensi e la coalizione anti Isis che guidano: voi assumete il controllo non solo dei territori storicamente curdi della Siria, ma anche di quelli limitrofi, combattete con il nostro sostegno l’Isis estendendovi alle città arabe dove è stato l’Isis.
Era il Rojava, che in curdo vuol dire “Occidente”, i territori siriani a occidente del fiume Eufrate. Dunque un esperimento, un laboratorio di partecipazione democratica e plurale tra curdi, arabi, turcomanni, assiri e altri alla costruzione di una “casa comune”, che ha compreso le città arabe liberate dall’Isis, Raqqa e Deir ez Noor.
I tentativi elettorali ci sono stati, ma comprensibilmente farraginosi, mentre il comando militare è rimasto in mani curde, delle SDF. L’affascinante idea di partenza era quella di un “decentramento dal basso”, mentre l’arma strategica, oltre al monitoraggio e l’eliminazione delle cellule superstiti o in via di rifondazione dell’Isis, è stata la gestione dei campi dove sono rinchiusi o gli ex jihadisti stranieri che hanno combattuto con l’Isis e che nessuno vuole indietro, o i loro familiari, moglie e figli. Quest’ultimo, il gigantesco campo di al-Hol, è un autentico buco nero dove nessuno sa cosa può accadere o crescere.
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La caduta di Assad ha portato un capovolgimento delle alleanze siriane: Damasco non era più vicina al rivoluzionario Iran, ma alla Turchia che, con il benestare di Washington e Mosca, ha portato in armi il jihadista Ahmad al- Sharaa al potere.
Descrivere il lungo dialogo-braccio di ferro tra al-Sharaa e i curdi è impossibile in uno spazio contenuto. Ma al-Sharaa, sebbene ex jihadista, ha offerto a Washington con il sostegno di Ankara, di combattere lui l’Isis in tutta la Siria, offrendo un coordinamento di intelligence più ampio.
Washington ha accettato e quando l’esercito di al-Sharaa è entrato a Raqqa e Deir ez-Zoor le tribù arabe non gli sono state certo ostili. Per il portale “Reason” è la prova che “in luoghi conservatori e omogeneamente arabi come Deir el-Zour e Raqqa, le SDF si sono trasformate da milizia rivoluzionaria in esercito di occupazione che governa su una popolazione ostile”.
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Emerge dunque, e Tom Barrack lo sa bene, una Turchia che tutela la Siria sotto la vigilanza americana. Per completare il lavoro occorrerà trovare la quadra con Israele: una linea di armistizio accettabile da entrambi, che eviti a Israele il timore di trovarsi l’esercito turco-siriano troppo vicino. Dunque si lavora a una “terra di nessuno”, o di interposizione che riduca i timori israeliani?
Emerge dunque sopra lo Stato un protagonismo turco (in condominio con la potenza pagante, cioè i sauditi) per stabilizzare l’area sotto suo predominio. Le perplessità di Israele, condivise dagli Emirati Arabi Uniti, sono il tassello successivo del lavoro americano. Lo stesso, forse potrebbe accadere nel sud del quadrante arabo, con un predominio dell’Arabia Saudita.
Per entrare in un’altra dimensione occorrerebbe un’idea di cittadinanza, e quindi di Stati basati sulla volontà popolare, nelle sue diversità, ma dove tutti sono cittadini. Ma questo non si vede emergere nel fronte che divide gli Stati in ridefinizione.
È il destino del Documento sulla Fratellanza Umana firmato da papa Francesco e dall’imam al-Tayyeb, una road map che indica la salvezza possibile per Stati complessi, plurali, ancora lontana per le paure ataviche e i riflessi condizionati di tanti “leader”.





