Meloni e la Libia

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Farid Adly è direttore editoriale della Agenzia di informazione sul Medio Oriente ANBAMED. Dopo averci parlato della Tunisia (qui), sposta il fuoco esplicativo sulla Libia, suo Paese di cittadinanza, chiarendo i conflitti tra le fazioni e i rapporti coi governi italiani, tra politica, affari, tentativi di controllo dei flussi migratori. L’intervista è di Tiziana Bacchi e Giordano Cavallari.

  • Il governo italiano si sta mostrando molto attivo nel quadrante internazionale di cui tu, Farid, quotidianamente ti occupi: tra maggio e giugno hanno avuto luogo due visite della premier Meloni in Tunisia, mentre dalla Libia sono giunti in visita in Italia sia il generale Khalifa Belqasim Haftar sia il suo rivale Adbul Hamid Dbeibah. Perché?

Non c’è dubbio che, al centro di tante visite e colloqui, stia la questione migratoria che tanto preoccupa il governo italiano, mentre, dal punto di vista strategico, l’Italia avrebbe ben altro di cui trattare.

Si continua a pensare che, per impedire le partenze dei migranti dai Paesi che hai citato, possano bastare un po’ di soldi e altre motovedette per rinforzare le misure poliziesche che questi leader sarebbero in grado di esercitare sui trafficanti. Ma il problema è ben più complesso e riguarda le condizioni economiche, strutturali e ambientali in cui versano i Paesi africani in cui il colonialismo europeo – prima – e lo sfruttamento dei Paesi ricchi – poi – hanno fatto disastri.

La premier Meloni in campagna elettorale aveva detto di voler bloccare i porti della Libia per impedire il passaggio in mare dei migranti. Tale promessa pare abbia fatto breccia nell’opinione pubblica italiana. Ma ora – al governo – la Meloni sa benissimo che non si può fare nulla di ciò che ha detto. Pertanto, sta cercando una maggiore collaborazione con l’interlocutore tunisino e con quelli libici (al plurale).

Continuità
  • Noti una trasformazione – in merito – rispetto ai governi italiani precedenti?

Sostanzialmente la Meloni prosegue la politica dei governi precedenti, promettendo aiuti per rafforzare le attività delle guardie costiere di questi Paesi, bilanciando con l’attività diplomatica e con quella economica, soprattutto attraverso le Aziende partecipate: l’ENI in primo luogo.

Del resto, il progetto politico sulla Libia dopo Gheddafi è stato concepito dai servizi segreti italiani, approvato dall’ONU e affidato al governo di Fayez al-Sarraj, che effettivamente avrebbe potuto perseguire l’unità nazionale facendo un accordo con Haftar quando sarebbe stato ancora possibile. Purtroppo, le cose non sono andate in quel modo: al-Sarraj ha ceduto la sovranità libica alla Turchia perché, dopo l’attacco dell’esercito di Haftar su Tripoli (2019-2020), ha invocato l’aiuto di 18.000 mercenari siriani, con militari turchi a guidarli.

Le novità parziali stanno, secondo me, nella maggiore attenzione dedicata – per forza di cose – alla Tunisia in una crisi gravissima e quindi all’uomo forte della Cirenaica – il generale Haftar – oltre che al governo di Dbeibah.

  • Non ritieni che la linea del governo italiano – ampliando gli interlocutori – possa ottenere maggiori risultati, rispetto all’effetto voluto?

Non mi pare. I dati non dicono questo, anzi: dal 2022 al 2023 è triplicato il numero di migranti in partenza dalla Tunisia e dalla Libia, quindi in arrivo sulle coste italiane. Le morti nel mare Mediterraneo sono tragicamente aumentate. Il caso del peschereccio egiziano partito da Tobruk, città sotto il controllo dell’esercito nazionale di Haftar, mostra che non si possono fermare le migrazioni con decreti.

È aumentato – sì – anche il numero dei respingimenti delle piccole imbarcazioni da parte delle guardie costiere, ma ciò non incide sui grandi numeri, perché il potere delle organizzazioni criminali dei trafficanti resta troppo forte e condizionante. Con il bel tempo le partenze aumentano e i naufragi pure.

Lo scaricabarile non serve a nessuno e accresce soltanto le sofferenze di chi parte sulle carrette del mare. Servirebbe da tempo un piano collettivo europeo per i salvataggi e una conferenza coi Paesi di origine, per decidere i programmi di sviluppo nell’emisfero Sud.

  • Sono stati fatti tentativi per trattenere in migranti in un altro modo, ad esempio, con l’assistenza delle ONG?

Sì, sono stati fatti tentativi, con piccoli investimenti nel sud della Libia e nel sud della Tunisia, tramite ONG che hanno cercato di creare “oasi agricole” impiegando migranti subsahariani.

Ma questi progetti hanno generato la reazione delle piccole comunità locali autoctone: stabilizzare gruppi di 10-12.000 migranti in città di 5.000 abitanti o accanto ai villaggi è risultata una velleità. Si è visto come la minaccia della “sostituzione etnica” – tanto usata di questi tempi in Italia e in Europa – funzioni poi, nella propaganda, anche da altre parti.

Le milizie e lo stato
  • Perché neppure i leader con cui il governo italiano sta trattando riescono a fermare i trafficanti e i flussi di migranti?

Perché – specie se parliamo della Libia – non stiamo parlando di uno Stato in grado di controllare le milizie armate estremiste, alcune jihadiste, che fanno commercio irregolare di tutto, compresi, ovviamente, gli esseri umani.

Consideriamo poi i patti che gli stessi leader “riconosciuti” – non solo dal governo italiano, ma, di fatto, dalla comunità internazionale – sono in qualche modo costretti a stringere coi capi delle milizie (che, di giorno, fanno i guardiani e, di notte, fanno i criminali) da politici, senza scrupoli, quali essi stessi sono. La corruzione è il cancro che erode qualsiasi potere e chi comanda realmente sono il denaro e le armi.

– Parlaci delle due figure che sono venute in Italia e del tipo di potere che stanno esercitando in Libia.
Il generale Haftar – un militare che è una copia sbiadita del suo predecessore (Mu’ammar Gheddafi) – guida l’esercito nazionale libico che controlla la Cirenaica, la zona orientale della Libia, e vaste aree del Fezzan, la regione meridionale.

Il suo dominio è basato sulla forza pura: non c’è naturalmente alcuna forma di democrazia nelle zone controllate dal suo esercito e i migranti non godono di alcun diritto da quelle parti. Faccio un esempio recente.

Circa 4.000 migranti egiziani sono stati “liberati” dall’esercito di Haftar, ossia sottratti ai trafficanti: 2.200, senza permesso regolare in Libia, sono stati portati “di peso” a 2 chilometri dalla barriera egiziana perché rientrassero a piedi, gli altri – dotati di visto di ingresso in Libia – sono stati lasciati liberi, ma, di fatto, sono finiti nelle mani di altri trafficanti per “prepararli” a partire per l’Italia.

Nella parte orientale c’è una sola milizia efficace, quella di Haftar: questo è l’unico vantaggio che c’è a trattare con una simile figura.

Nella parte occidentale invece – quella che dovrebbe essere governata da Dbeibah – ci sono tante milizie. Dbeibah viene a patti con ciascuna di queste per ottenere qualcosa di simile ad un controllo sulle città e sui porti. Ciascuna milizia ha un proprio territorio. Spesso si scontrano tra loro.

Non hanno una ben precisa “fede politica”, quindi rispondono semplicemente a chi le paga, con un ampio margine di volubilità: se il governo Dbeibah non le paga bene, passano tranquillamente dall’altra parte. Si autofinanziano poi coi traffici di petrolio in primo luogo. Ricordo il caso che più ci tocca: a Catania è in corso un processo a tre trafficanti – rispettivamente libico, italiano, maltese – per milioni e milioni di dollari di petrolio contrabbandato in Italia e qui, “magicamente”, divenuto legale per le raffinerie italiane.

Dbeibah non ha quindi assolutamente alcun controllo affidabile, né dei migranti, né del resto. In vista della visita in Italia, ha promosso un’azione militare sul porto di Zawia, per presentarsi bene e poter dire di disporre dei porti occidentali della Libia, quelli da dove partono le piccole imbarcazioni. Ma intanto, da Tobruk e Bengasi, sono partite e partono navi ben più grandi.

C’è poi la parte sud della Libia, dove ci sono i campi petroliferi: anche lì ormai comanda Haftar che se la deve tuttavia vedere con milizie ciadiane, nigeriane e sudanesi che, insieme agli esseri umani, trafficano di tutto: petrolio, benzina, gas, derrate alimentari sovvenzionate ecc. Naturalmente il lavoro sporco viene fatto dai piccoli trafficanti – o persino da camionisti e povera gente regolare comprata con i soldi – mentre i veri trafficanti possono stare tranquilli a Tripoli o a Tunisi come a Palermo.

Recentemente, la polizia britannica ha arrestato un grande trafficante di esseri umani, di nazionalità egiziana dell’età di 40 anni. Dal suo comodo ufficio londinese tesseva le sue operazioni criminali con collaboratori organizzati verticalmente, per reclutare aspiranti migranti.

Un sistema collaudato e capillare che arriva lontano, fino anche in Pakistan, come ha dimostrato il caso del peschereccio affondato al largo delle coste greche con circa 750 migranti, 320 dei quali pachistani. Secondo le testimonianze dei 9 presunti scafisti arrestati dalla guardia costiera greca, sarebbe lui l’organizzatore del viaggio per contro di un trafficante libico di Tobruk.

Per tutto questo, dico che, soprattutto nella parte occidentale della Libia, la criminalità organizzata, più che essere controllata dal potere politico, è in grado di prendersi la forza del potere politico. Ma ovunque i migranti sono merce, “buona” solo per trattare con l’Italia, con l’Europa o con chi altri. Ricordo che Haftar è a caccia di soldi, ma ha alle spalle l’amicizia interessata dell’Egitto, degli Emirati e della Russia di Putin.

Dbeibah ha dalla sua parte la Turchia di Erdogan ed è sostenuto dall’Italia e dagli USA, ai quali aveva consegnato un ex generale del vecchio regime sospettato di aver avuto un ruolo nell’attentato terroristico di Lockerbie.

Incandidabili
  • Si è detto che in Italia sia stata imbastita una trattativa tra questi personaggi – mediata proprio dall’Italia – per arrivare presto ad elezioni regolari in Libia. È così?

Ci sono probabilmente diverse trattative e mediazioni in corso. I servizi segreti egiziani stanno lavorando. Io sono piuttosto scettico riguardo alle possibilità di riuscita.

Il primo problema è quello della candidabilità sia di Haftar sia di Dbeibah: il primo perché è un militare, il secondo perché avrebbe dovuto – per la comunità internazionale – preparare le elezioni senza parteciparvi.

Haftar dovrebbe lasciare la divisa e Dbeibah dovrebbe dimettersi per poi candidarsi. Quest’ultimo è venuto in Italia anche per questa ragione: per evitare di doversi dimettere, convincendo la comunità internazionale di essere indispensabile.

All’Italia concede altre quote dell’ENI libica alla società madre italiana, insieme agli indennizzi ai coloni italiani cacciati da Gheddafi nel 1970 (una cosa assurda, vista dai libici che hanno subìto il colonialismo italiano tra gli anni ’20 e ’40 del secolo scorso). E così spera di cavarsela.

Di mezzo alle elezioni c’è poi la potenziale candidatura di uno dei figli di Gheddafi – Seif Islam – che nessuno dei due vuole, ma che potrebbe divenire moneta di scambio tra i due. C’è poi la questione molto problematica delle false identità di molti cittadini libici. La procura di Tripoli ha scoperto almeno 98.000 identità false in Libia: chi potrà essere ammesso alle elezioni?

Per questo e altro, io penso che a dicembre non ci saranno ancora le elezioni in Libia.

Migranti
  • Ritieni che l’Italia sia comunque in grado di influenzare significativamente le sorti politiche della Libia?

Come ho detto, l’Italia sta cercando di coltivare qualche suo interesse in Libia: in primo luogo sulla questione migratoria. Ma così non andrà lontano: ci sono protagonisti internazionali molto più determinanti sulla Libia, nel mondo e nella regione, in primo luogo Turchia ed Egitto.

  • La questione migranti – tra Italia e Libia e non solo – è affrontabile in qualche modo, più umano?

L’Italia e l’Europa devono smetterla di ritenere l’immigrazione dai Paesi africani come una pericolosa invasione. I Paesi europei devono prendere atto di avere un gran bisogno di energie e di professioni che possono venire dai Paesi africani e quindi agire di conseguenza.

Anche l’opinione pubblica italiana dovrebbe convincersi. Credo che l’ultima legge tedesca sull’immigrazione dovrebbe essere studiata per capirne la portata. Non c’è nessuna sostituzione etnica, gli Stati Uniti sono diventati una grande potenza grazie all’emigrazione. Non solo militare ed economica, ma anche culturale, malgrado schiavitù e sfruttamento.

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Un commento

  1. Giuseppe 6 luglio 2023

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