Quando ci si fa di religione: mimetismo e apocalisse

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Non posso immaginare cosa farà tra non molte ore, cioè nelle ore in cui uscirà questo articolo, Donald Trump. Ma le sue parole sull’imminente ritorno dell’Iran all’età della pietra grazie alle sue bombe e sull’abbandono americano della Nato meritano qualche riflessione.

Ma conta anche capire gli altri. Cominciamo però Trump.

Trump vs Iran

Vale la pena di ricordare che questa guerra fu annunciata per aiutare il popolo iraniano a liberarsi dal regime, non per tornare all’età della pietra, che probabilmente gli iraniani non desiderano. “L’aiuto sta arrivando”, disse come a smentire che si fosse dimenticato della sua promessa, qualche tempo dopo.

Quando i missili di Israele e Stati Uniti hanno ucciso Ali Khamenei molti in Iran gioirono. Ora Trump dice che il cambio di regime per lui c’è già stato, visto che i capi sono tutti nuovi. Il principale è il figlio di Khameney. È sicuro Trump che questo sia un cambio di regime? Gli iraniani per i quali sarebbe entrato in guerra non sembra che la vedano così.

Questo american dream, cambiare regimi qua o là nel corso della storia, non lo abbiamo mai visto realizzarsi, neanche in Venezuela, essendo cambiato solo Maduro e il rapporto dei suoi vecchi sodali con le grandi compagnie americane.

Forse però è stata rimossa la minaccia nucleare. Sebbene fosse stata rimossa, si disse, già un anno fa, nell’altra guerra, sembra che la minaccia sia ancora lì. Forse l’Iran ha perso la sua presa sullo stretto di Hormuz, e tramite gli Houti la sua minaccia su quello del Mar Rosso? A oggi non è così.

Il Dio della Nazione

Dunque questa guerra dove ci ha portato? Alla fine dell’Occidente? Chi lo sostiene lo attribuisce all’ intenzione di Trump di uscire dalla Nato, ai suoi insulti ai vecchi amici. Il fatto è rilevante, ma a mio avviso la fine dell’Occidente potrebbe essere indicata dalla decisione del Ministro della Guerra di Trump di tenere una messa mensile al Pentagono, nella quale si è pregato “per una violenza travolgente”.

The Guardian al riguardo ha scritto: “Il corpo dei cappellani vedrà ridotti i codici di appartenenza religiosa da circa 200 a soli 31. Inoltre, i cappellani non indosseranno più le insegne di grado sulle uniformi, ma solo i simboli religiosi. Questi cambiamenti mirano a rendere nuovamente grande il corpo dei cappellani” – secondo il Ministro della Guerra Hegset.

Donald Trump ha detto che “per essere una grande nazione, bisogna avere religione, fede e Dio. Il 17 maggio 2026 inviteremo gli americani provenienti da tutta la nazione a riunirsi nel nostro National Mall (il viale monumentale a Washington) per pregare e ringraziare. Ridedicheremo l’America come Una Nazione sotto Dio”.

La Radio Svizzera Italiana ci ha fatto sapere che Mikey Weinstein, fondatore e presidente della Military Religious Freedom Foundation, attiva da oltre vent’anni nella difesa della libertà religiosa all’interno delle forze armate statunitensi, ha lanciato l’allarme. L’allarme: “Una cultura ormai radicata”.

Secondo Weinstein il fenomeno del fondamentalismo cristiano non può essere considerato come marginale. Infatti, dopo l’avvio dell’operazione militare contro l’Iran, la sua fondazione ha ricevuto in poche ore oltre 200 richieste di aiuto, in gran parte da militari che si sentono sotto pressione religiosa o che denunciano comandanti pronti a presentare il conflitto come parte di un disegno biblico legato all’Armageddon e alla fine dei tempi.

La religione come cocaina eccitante

Credo si possa dire che emerge un problema che vorrei affrontare correggendo due celebri frasi di Karl Marx. La prima, a tutti nota, sostiene che “la religione è l’oppio del popolo”. Oggi affermare questo non avrebbe più senso, potrebbe dirsi invece che “la religione è la cocaina del popolo”.

Non più un illusorio calmante nell’acquiescenza con ogni potere politico, bensì un potente eccitante che sconvolge il mondo, grazie alla correzione dell’altra sua nota affermazione: non più “proletari di tutto il mondo, unitevi”, ma “apocalittici di tutto il mondo, unitevi”.

Saremmo cioè in pieno mimetismo, la teoria girardiana della rivalità mimetica.  Molto citato in questi giorni, il grande Renè Girard ci guida in questa possibile lettura, che in un’intervista citò al riguardo di Osama bin Laden. Nel suo libro Il dissidio cattolico, Massimo Borghesi ci aveva avvisato: “Il cristiano diventa cristianista. Il cristianismo è uno dei possibili esiti dell’11 settembre 2001. Negli Stati Uniti questa tendenza somma le battaglie pro-life, contro il progressismo ideologico dei democratici, grazie al supporto offerto dai cristiani alla guerra voluta dai teocon e dal presidente Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein. Il cattolicesimo viene così coinvolto nella trasformazione politico religiosa che viene dagli Usa nel passaggio da Bush a Trump”.

Rileggendo ora si coglie la rilevanza del pontificato di Leone XIV, tante ferme prese di posizione dell’episcopato americano (o parte rilevante) di questi tempi, ma soprattutto la centralità della sua critica alla polarizzazione.

È comprensibile, forse anche giusto, che ognuno si confronti sul proprio mondo, i propri rischi, quelli per cui è più facile prefigurarsi l’Apocalisse che varare una legge elettorale, come ha più o meno scritto – non ho il testo sottomano – padre Antonio Spadaro. Ritengo che cedimenti al pensiero apocalittico, diffuso nel khomeinisimo, rafforza il khomeinsimo, sarebbe bene vedere a discapito di cosa.

Il destino dei pensieri apocalittici è collegato. Se da noi va in crisi l’Occidente “da loro” si rischia di far estinguere la fragile ricerca di un’alternativa al pensiero apocalittico.

La tecnocrazia araba

I leader arabi del Golfo l’hanno cercata, a mio avviso, nel paradigma tecnocratico. Dubai, Abu Dhabi, Doha, sono l’esempio di un mondo arabo che ha scelto il paradigma tecnocratico, con pochi milioni di fortunatissimi privilegiati, tanti milioni di lavoratori immigrati tenuti in condizioni estreme, e il resto del mondo arabo indotto a seguire senza la pretesa di esprimere la sua complessità.

Questo modello è in difficoltà oggettive per causa della guerra. Il paradigma tecnocratico è sotto stress. In questa situazione di stress è intervenuto Donald Trump, dicendo pochi giorni fa che il custode di fatto dei Luoghi Santi dell’islam, il capo del governo saudita principe Muahammad bin Salman, gli “deve leccare il culo”, “essere gentile”.

Donald Trump di certo sa meglio di me che l’onorabilità nella cultura araba è il punto principale al quale ci si appella sempre, per via del complesso del declino: innamorati del loro passato luminoso si sentono umiliati dalla storia, e questa umiliazione chiede leader forti che garantiscano l’onore del mondo arabo. Possiamo immaginarci cosa abbia significato per questo mondo la frase di Donald Trump?

Qualcuno ha detto che Trump “ha sputtanato” bin Salman, che mentre a parole si distanzia dalla guerra al telefono gli direbbe di attaccare di più. E se fosse il contrario, se Trump volesse obbligarlo a sostenere l’invasione privandolo di onorabilità? Quella frase è un terremoto culturale, non passerà così. E potrebbe aiutare chi non dovremmo aiutare.

Altri mondi arabi

Ma la risposta araba non sta scritto da nessuna parte che debba essere culturalmente univoca. Se il mondo del Golfo ha scelto il paradigma tecnocratico, quello di quella parte di mondo arabo che affoga nella totale devastazione ha a lungo indicato di cercare un’altra risposta; il pluralismo della società civile.

Personalmente ho sempre percepito nel Libano il difficile ma possibile volano di questa “altra via”. I regimi, le loro milizie e i leader tribali non hanno mai apprezzato questa strada. Ma la lotta sarebbe ancora possibile, darebbe ai cristiani un enorme ruolo regionale, se la guerra non avesse ragione della società civile. E per spiegare come può averne ragione voglio citare un esempio e poi indicare quando si è imboccata la strada del fallimento.

L’esempio viene dalla cronaca di questi giorni drammatici, successivi all’inizio della nuova invasione del Libano del sud da parte di Israele, facilitata dall’aiuto di Hezbollah che ha attacco il nord di Israele per vendicare l’ayatollah Khameney.

Non ho mai visto una resistenza che attacca la popolazione civile del proprio avversario. Non lo fecero i nostri padri attaccando la popolazione civile tedesca, non lo fa Cuba attaccando la Florida, non lo fecero i Viet Cong compiendo azioni in Francia o negli Stati Uniti e neanche gli ucraini.  La resistenza non ha un padrone all’estero, sebbene ovunque abbia avuto sostenitori e finanziatori.

Ora questa occupazione che ha causato più di mille morti e più di un milione di profughi sembra voler spostare il suo “confine di sicurezza” 20 chilometri più a nord di quello riconosciuto, distruggendo le infrastrutture militari di Hezbollah ma anche quelle civili. Sarà uno spazio senza popolazione? È più del dieci per cento del territorio libanese. Ed eccoci alla cronaca.

Manal è una giovane cittadina libanese, è sciita, ma lei per prima cosa si dice e sente “studentessa di medicina”. Ha lasciato con sua madre la casa di loro proprietà in un quartiere di Beirut-sud la notte del 2 marzo, quando ha capito che il lancio di razzi di Hezbollah contro Israele avrebbe aperto una nuova guerra. Hanno trovato rifugio da parenti in un’altra area della città, poi affittato per breve tempo un piccolo appartamento nel quartiere cristiano più importante della città.

Intorno a metà marzo hanno ricevuto in piena notte una telefonata: “la vostra casa è vicina a una struttura di Hezbollah, evacuate immediatamente”. Erano gli israeliani: stavano per bombardare anche lì, nel quartiere cristiano? O forse li pensavano ancora a casa loro? Per capire cosa stesse accadendo si sono affacciate, poi hanno fatto una rapida ricerca, tirando un sospiro di sollievo: l’avviso era relativo a un altro appartamento che avevano preso in affitto ai tempi di una guerra precedente, quando erano dovute fuggire dalla loro casa, come oggi.

La loro casa dunque era ancora salva, in quel quartiere cristiano tutto era tranquillo. Il mattino seguente Manal doveva andare all’Università alle 7. Durante le guerre precedenti la segreteria dell’Università ha sempre avvertito quando venivano sospese le lezioni, e non essendo arrivato alcun whatsapp si è messa in marcia per arrivare puntuale, come sempre. Ma la lezione era stata cancellata.

Ha chiesto se fosse per la guerra, le hanno detto di no; era un contrattempo personale del professore. La guerra, ne ha dedotto, per loro non c’era. C’era solo per gli sciiti, per chi vive nei quartieri dove c’è anche Hezbollah. Ma io, si è detta Manal, sono una studentessa di medicina prima che una sciita. Uscita dall’Università ha deciso di andare a cercare un appartamento in un quartiere attiguo alla sua università, dove non ci sono basi di Hezbollah.

La casa dove si trovava era una sistemazione provvisoria. Ha bussato, palazzo per palazzo, ovunque. Molti neanche hanno aperto: e tra le tante rispostacce l’ha colpita una: “voi sciiti vi presentate in tre, poi diventate venti: no.” Intanto i prezzi sono andati alle stelle: un mini appartamento con una camera da letto, bagno e cucina costa facilmente tremila dollari al mese.

Ho letto questa storia sul giornale francofono libanese, che essendo tale è letto soprattutto da cristiani. Sotto l’articolo mi ha colpito un commento che fondamentalmente dice: “E vi meravigliate? E tutte le guerre che voi sciiti ci avete portato dove le mettete?” Dunque il desiderio, l’obiettivo di Hezbollah, identificarsi con tutta una comunità, si è realizzato? Ma gli sciiti, obiettano in diversi, quando si sono distinti da Hezbollah?

L’occasione mancata

E siamo al giorno in cui si è persa l’occasione. Era il 15 marzo 2005. Nel giorno precedente più di un milione di libanesi sono scesi in piazza per dire no all’idea teocratica di Hezbollah, sostenuta dall’esercito invasore, quello siriano, presente nel Paese dalla fine della guerra civile, cioè da 15 anni.

Non è stato un evento senza precedenti, ma unico per dimensioni e per trasversalità: c’erano tutti, di ogni comunità. Ci si arrivò perché operativi di Hezbollah, su ordine siriano, avevano ucciso l’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri. A quell’evento impensabile Damasco ha risposto ritirando il suo esercito di occupazione. Non i servizi segreti, ma l’esercito sì.

Dopo un evento del genere non c’è stata la capacità della classe politica libanese di interpretare politicamente quella sollevazione popolare. Cristiani, sunniti, drusi, sciiti, sono tutti tornati nelle loro realtà politiche tribali, nei loro partiti confessionali e personali. Ognuno per sé, nessuno per tutti. Il Libano è tornato a essere governato da una cupola alla cui base ora si poneva un patto spartitorio: a voi le armi, a noi la speculazione, equamente difesa tra capi-clan.

Decisivo è stato il ruolo del principale partito cristiano, che ha firmato il suo patto con Hezbollah per primeggiare nel piccolo retrobottega libanese. Da parte sua Hezbollah, per cancellare la memoria del 2005, ha provocato la guerra con Israele del 2006.

Oggi ancora

Oggi Hezbollah ripete la stessa operazione di allora, e il ceto politico libanese cerca di affermare che lui è lo Stato, non Hezbollah. Davvero? Qualcosa si è vista nei centri di assistenza per quel mare di sfollati, che Hezbollah ha spinto a non andarvi, per non allontanarsi dai loro territori “storici”.

Ma non si svuota il mare col secchiello: lo Stato non c’è perché il ceto politico non ha voluto che ci fosse per proprio tornaconto. A Beirut, città araba, europeizzata, mediterranea, si è preferita la montagna, chiusa, identitaria, tribale.

La storia non si fa con i se: ma se i leader arabi avessero investito sul Libano, sul suo esercito, sulla sua società civile, avrebbero certamente aiutato un modello alternativo a quello che hanno scelto per sé, quello del paradigma tecnocratico.

Sarebbe stata una scelta lungimirante, un piccolo esperimento nella periferia del regno, che oggi gli sarebbe utile per dire che hanno anche una risposta politica, non militare, per un mondo che sembra alla deriva. Magra consolazione, dal loro punto di vista, non essere più da soli.

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