
C’è un fil rouge che attraversa gli ultimi pontificati e che quasi costituisce una cartina da tornasole per valutare e apprezzare il grado di maturità ecclesiale, di consapevolezza storica – nonché di visione strategica e di responsabilità istituzionale di ciascun successore di Pietro. Merita pertanto di essere riconosciuto come dato teologico e politico-ecclesiale di prima grandezza il fatto che nessun pontefice, dall’epoca conciliare in poi, abbia potuto sottrarsi al confronto con il Vaticano II. Non già come omaggio rituale, ma come passaggio identitario.
I primi quarant’anni; da Paolo VI a Giovanni Paolo II
L’atteggiamento di Paolo VI al Concilio Vaticano II fu insieme prudente e audace, pastorale e istituzionale, riformatore ma mai rivoluzionario. Per quanto nella prima sessione si posizionasse fra gli alfieri della maggioranza conciliare, la sua azione da pontefice non fu mai quella di un capo fazione. Cercò l’equilibrio tra le istanze di riforma e le preoccupazioni della minoranza più cauta. La sua cifra fu il governo della mediazione. Succeduto a Giovanni XXIII nel giugno 1963, egli non si limitò a proseguire l’assise: la orientò, ne governò le tensioni e ne garantì l’approdo.
Montini assunse il Concilio come eredità e responsabilità. Lo riaprì con determinazione, dissipando i dubbi su una possibile interruzione. Il suo primo gesto fu politico-ecclesiale: affermare che il Concilio non era un episodio, ma un processo irreversibile. Se Giovanni XXIII accese la miccia, Montini ne governò la fiamma, impedendo che diventasse incendio o si spegnesse per paura.
Del Vaticano II papa Montini fu il traghettatore e l’interprete inquieto: chiudere il Concilio non significò archiviarlo, bensì aprire una stagione di recezione. Dal 1966 al 1978 nei suoi interventi ufficiali sul Vaticano II si possono contare più di 150 discorsi tematici e almeno altre 150 occorrenze di circostanza.
Per parte sua Karol Wojtyła partecipò all’assise in San Pietro per tutte le quattro sessioni. Come padre conciliare, si distinse: a) per un’antropologia personalista e cristocentrica, contribuendo alla redazione dello schema XIII che divenne poi la Gaudium et Spes; b) per la difesa convinta della libertà religiosa («solo la verità rende liberi»), denunciando d’altra parte gli orrori del comunismo; c) per una visione del dialogo non ingenua, ma radicata nella verità (Dignitatis humanae).
Gli interpreti sono portati a ritenere che l’architrave portante della Gaudium et spes – la madre-perla racchiusa al n. 22: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» – sia stata suggerita dall’allora giovane vescovo Wojtyla.
Divenuto Giovanni Paolo II, già dalla scelta del nome indicò che il suo pontificato avrebbe assunto l’ultimo Concilio come piattaforma missionaria. Sotto questo profilo la categoria «nuova evangelizzazione» nelle sue intenzioni fu la declinazione dinamica della Lumen gentium e della Gaudium et spes in un mondo post-ideologico. Il Catechismo del 1992, la teologia del corpo, l’ecumenismo di Assisi sono tutti aspetti che chiedono di essere iscritti dentro l’orizzonte conciliare, mai fuori.
Ratzinger e Bergoglio; continuità e/o riforma
Anche Joseph Ratzinger partecipò all’assise vaticana, tuttavia non come padre sinodale, ma come giovanissimo perito teologo al seguito del cardinale Frings di Colonia, posizionandosi pertanto nel campo riformatore dell’episcopato centro-europeo, insieme a teologi più conosciuti quali Karl Rahner, Hans Küng, Yves Congar ed Edward Schillebeeckx.
Nel novembre 1964, durante la fase finale di redazione della Lumen gentium, allorquando papa Montini decise di far precedere il testo da una Nota explicativa praevia, onde chiarire il rapporto tra collegialità episcopale e primato del Papa, alcuni ambienti riformatori interpretarono inizialmente l’iniziativa come una limitazione della portata innovativa sulla collegialità. Come è documentato nei suoi ricordi autobiografici (La mia vita) e in testimonianze coeve lo stesso Ratzinger manifestò disappunto e preoccupazione. Nel 1965 Ratzinger fu tra i fondatori della rivista internazionale Concilium, il cui intento era di promuovere la recezione creativa del Vaticano II. Con il tempo, però, Ratzinger percepì che ilperiodicotendeva a privilegiare una prospettiva fortemente riformista, talora critica verso il magistero romano. Di conseguenza ne prese le distanze progressivamente e fondò insieme a Has Urs von Balthasar e Henri de Lubac la rivista più moderata Communio.
Divenuto papa, nel dicembre 2002 dichiarò inequivocabilmente che fra la Chiesa del pre- e quella del post-Concilio si dovesse sostenere una «ermeneutica della riforma nella continuità» di contro a una «ermeneutica della rottura». Si trattò non di una querelle storiografica, bensì di una questione di governo ecclesiale: stabilire come leggere il Concilio significava decidere come guidare la Chiesa nel XXI secolo.
Jorge Mario Bergoglio, a differenza dei suoi predecessori non entrò nell’aula conciliare. Nondimeno, del Vaticano II ne ha proposto una ricezione pastorale ed esistenziale. La Chiesa «in uscita», la sinodalità, la centralità dei poveri e della misericordia non sono slogan, ma capitoli vissuti di quella costituzione pastorale che invitava a leggere «le gioie e le speranze» del mondo contemporaneo come luogo teologico.
In un’omelia nell’aprile 2013 sostenne che «Il Vaticano II è stato una visita di Dio alla sua Chiesa»; inoltre, contro la tentazione di neutralizzare la spinta riformatrice reclamò: «Non dobbiamo addomesticare la potenza del Concilio» (Discorso alla curia romana, 21 dicembre 2019).
Abitare il Concilio: la scelta di papa Leone
Ora la decisione dell’attuale pontefice Leone XIV di dedicare le catechesi del mercoledì del presente anno a una rilettura sistematica dei testi conciliari segna un passaggio ulteriore. Non si tratta soltanto di memoria celebrativa, né di un’operazione di archivio. È un gesto di indirizzo culturale e politico nel senso più alto del termine: una scelta che orienta la coscienza ecclesiale e ne definisce l’agenda.
In un’epoca segnata da polarizzazioni intraecclesiali, da tensioni geopolitiche crescenti e da trasformazioni antropologiche accelerate, tornare ai testi significa sottrarre il Concilio alle caricature e alle appropriazioni selettive. Il Vaticano II è stato spesso evocato come bandiera identitaria: per alcuni simbolo di rottura permanente, per altri trauma da ridimensionare o parentesi da chiudere. La scelta di rileggerlo catecheticamente indica invece una terza via: la via dell’alfabetizzazione ecclesiale. Prima di discutere sul Concilio, occorre conoscerlo. Prima di brandirlo, occorre ascoltarlo. Prima di invocarlo, occorre abitarne le parole.
Dal punto di vista teologico, la rilettura sistematica dei testi conciliari riporta al cuore stesso della svolta del Vaticano II: la centralità della Parola di Dio (= Gesù Cristo), restituita al popolo cristiano come fonte viva attraverso la Dei Verbum e la riforma liturgica che ha letto l’eucaristia come fons et culmen della vita cristiana, recuperando il binomio Parola e Sacramento e la participatio activa di tutti credenti durante la celebrazione della messa. Allo stesso tempo, la Lumen gentium ha proposto un’immagine di Chiesa come Popolo di Dio in cammino, prima ancora che come struttura giuridica, valorizzando la comune dignità battesimale e la corresponsabilità dei fedeli. Tornare a questi nuclei significa ripensare identità e missione non in chiave difensiva, ma come dinamica di comunione e ascolto.
Dal punto di vista politico-ecclesiale, l’operazione è tutt’altro che neutra. Il Concilio ha ridefinito il rapporto tra Chiesa e mondo, tra autorità e coscienza, tra collegialità episcopale e primato petrino; ha aperto nuove traiettorie nel dialogo ecumenico e interreligioso; ha ripensato la presenza pubblica dei cattolici nelle società pluralistiche. Rimettere mano a quei testi significa riaprire il cantiere dell’interpretazione su temi che oggi toccano la vita concreta delle comunità: partecipazione, corresponsabilità, ministerialità diffusa, libertà religiosa, pace, rapporto tra fede e democrazia.
In questo senso, Leone XIV sembra intuire che la stagione delle contrapposizioni ideologiche non si supera con decreti disciplinari o con prese di posizione muscolari, ma con un lavoro culturale lungo e paziente. Le catechesi diventano così uno spazio pubblico di formazione politica della coscienza ecclesiale: un laboratorio in cui si apprende a pensare la Chiesa non come campo di battaglia, ma come comunione in cammino.
Non è un ritorno nostalgico agli anni Sessanta, né una canonizzazione acritica dell’evento conciliare. È piuttosto un investimento sul futuro. Se ogni Papa, dall’epoca conciliare in poi, ha dovuto «fare i conti» con il Vaticano II, oggi la sfida appare diversa: non difenderlo né superarlo, ma abitarlo con maturità storica. In un tempo che chiede alla Chiesa di essere minoranza creativa e presenza dialogante nello spazio pubblico, il Concilio torna ad essere ciò che fu all’origine: non un evento chiuso, ma una grammatica aperta.
E forse è proprio questo il segnale più interessante per chi osserva la Chiesa con sguardo politico: il centro non è la nostalgia del passato né l’ansia di discontinuità, ma la qualità dell’interpretazione. Perché dal modo in cui si legge il Concilio dipende, in larga misura, il modo in cui si immagina la Chiesa di domani.
- Pubblicato sul sito della rivista Appunti di cultura e politica, 26 febbraio 2026






Al numero 16 del decreto conciliare Presbyterorum Ordinis, i Padri Conciliari scrissero parole di un’onestà intellettuale dirompente, che oggi sembrano quasi “eretiche” alle orecchie di certi dicasteri: “Essa [la perfetta e perpetua continenza] non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali.”
Il Concilio lo ha messo nero su bianco: non esiste un legame ontologico tra l’essere prete e l’essere celibe. È una scelta disciplinare, non un dogma di fede.
Il testo conciliare andava oltre, esortando “amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione”. Il paradosso di oggi: Se il Concilio esorta i preti sposati orientali a perseverare con generosità, perché la Chiesa di Leone XIV tratta i preti sposati latini come disertori? Perché quella “bussola” che dovrebbe guidarci verso il futuro viene chiusa in un cassetto quando si tratta di riconoscere che la fecondità spirituale può fiorire anche in una casa animata dall’amore di una moglie e dei figli?
Paolo VI ebbe il coraggio di aprire il Concilio, ma la “bussola” oggi sembra bloccata. Nonostante l’evidente crisi vocazionale (si pensi ai casi di Bergamo o del Belgio) e la sofferenza di migliaia di confratelli, si preferisce ignorare la radice storica del sacerdozio — quella che lo stesso Concilio definisce “prassi della Chiesa primitiva” — per difendere una sovrastruttura medievale.
Mentre il Dicastero per il Clero parla di “matrici di identità” (Eucaristia e Lavanda dei piedi), noi ricordiamo che la matrice originaria del sacerdozio non escludeva il matrimonio. Il digiuno di don Giuseppe Serrone non è altro che un richiamo alla fedeltà verso il Concilio: tornare alle fonti per respirare nel presente. Se il Concilio è davvero la bussola, è ora di smettere di girarci intorno e avere il coraggio di seguire la direzione indicata dalla storia e dallo Spirito: il sacerdozio uxorato non è un’eccezione da tollerare, ma una ricchezza da restituire alla Chiesa universale.
Interessante puntualizzazione di cui non ero a conoscenza. Grazie!
C’è oggi un fenomeno silenzioso che attraversa il presbiterio, soprattutto tra alcuni presbiteri più giovani: la convinzione, più o meno esplicita, che il Concilio Vaticano II sia stata una parentesi, un incidente della storia, una stagione ormai conclusa da archiviare con discrezione. Non lo si dice apertamente, ma lo si vede: negli stili celebrativi, nel linguaggio, negli abiti, nei modelli ecclesiali di riferimento. Come se la Chiesa dovesse semplicemente tornare indietro, recuperare forme, gesti, estetiche e sensibilità che appartengono ad altri secoli, ad altri mondi, ad altre domande dell’uomo.
Si ha talvolta l’impressione che il Concilio non venga combattuto, ma aggirato; non negato, ma lentamente svuotato; non discusso, ma reso irrilevante. Si bypassa la sua teologia della Chiesa popolo di Dio per tornare a una visione più clericale e piramidale; si dimentica la centralità della Parola di Dio per rifugiarsi in un ritualismo rassicurante; si attenua la dimensione missionaria per rifugiarsi in un’estetica del sacro che rischia di parlare più al passato che agli uomini di oggi.
E così riemergono forme desuete e anacronistiche: stili celebrativi che sembrano appartenere più a un museo liturgico che a una comunità viva; outfit che rischiano di diventare identità invece che segni; linguaggi teologici che parlano a pochi iniziati ma non più al popolo, ai poveri, ai giovani, a chi sta sulla soglia. Non si tratta di demonizzare la tradizione, perché la Chiesa vive di tradizione; ma la tradizione non è conservare la cenere, è custodire il fuoco.
Il Concilio Vaticano II non è stata una moda ecclesiale, ma un atto dello Spirito per la Chiesa del nostro tempo. Ignorarlo non significa essere più fedeli alla Chiesa, ma rischia di essere meno fedeli allo Spirito che parla nella storia. Non si può essere presbiteri del XXI secolo con il cuore ecclesiologico del XIX. Non si può celebrare per un popolo che non esiste più, mentre quello reale resta fuori dalle nostre liturgie, dai nostri linguaggi, dalle nostre categorie.
Forse la vera questione non è lo stile della casula o la lingua della liturgia, ma l’immagine di Chiesa e di prete che portiamo dentro. Se il prete si pensa come uomo del sacro separato, cercherà segni di separazione; se si pensa come fratello tra fratelli, pastore in mezzo al popolo, servo della Parola e della comunione, allora anche le forme esteriori troveranno un equilibrio diverso, più evangelico e meno ideologico.
Il problema non è tornare indietro o andare avanti, ma andare al Vangelo. E il Concilio, con tutti i suoi limiti storici, ha cercato esattamente questo: riportare la Chiesa al Vangelo perché potesse parlare all’uomo contemporaneo. Ignorarlo non significa essere più tradizionali, ma rischia di essere semplicemente fuori tempo, e talvolta fuori dal mondo reale in cui il Vangelo deve ancora diventare buona notizia.
La vera domanda, per un presbitero oggi, non è: come celebrava il prete cento anni fa?
Ma: come annuncerebbe Cristo oggi, in questo mondo, in questa cultura, a questi uomini?
È lì che si gioca la fedeltà. Non alle forme del passato, ma al Vangelo che deve ancora accadere.
Tecnicamente è la stessa strategia attuata con i concili precedenti, si chiama storicizzazione, se è la storia a definire la verità del cristianesimo come storicamente passa il tridentino passa anche il Vaticano II.
Francamente il fenomeno della messa tra parentesi del Concilio non è solo tra i giovani presbiteri, è anche tra gli over 40 presbiteri (non faccio nomi, ma ne conosco tanti). Ma il punto forse è questo: il Concilio è stato studiato, ma solo parzialmente attuato. Sul perché di questo non attuazione in pochi scrivono.
il Concilio comunque è figlio di un’era di ottimismo un po’ naif, e rapidamente è diventato inattuale in un mondo che sta cambiando sempre più velocemente
pensiamo solo alla riforma liturgica, fatta velocemente da gente piena di certezze su come erano le cose in passate, su cosa voleva la gente, su come avrebbe risposto etc., certezze ormai distrutte
Non a caso Papa Francesco aveva rivisto quell’ottimismo anni ’60 con una più corretta teologia della Speranza. Non è un ottimismo da “segni dei tempi” (che oggi sono oscuri) ma un più concreto reinserimento nel futuro escatologico del Regno. Ci sta che la parte “mondana” del concilio perda slancio, è avvenuto anche con Trento e il VatI proprio perchè i Concili sono incarnati nella storia.
Perfettamente d’accordo, si è cercato di inseguire il mondo senza mai raggiungerlo mentre bastava togliere la polvere da quei contenuti da quelle forme che si sono sedimentate nel corso del secoli e che hanno dentro di sé non il messaggio del tempo ma dell’eternità
Invece sono cautamente ottimista perchè la Chiesa in realtà è cambiata molto nei modi e poco nelle strutture. Banalmente i laici sono molto più attivi ora che 200 anni fa. I fedeli più conservatori hanno tanta voglia di dire la propria nella Chiesa. Se guardiamo alla vita di Padre Pio o di Giovanni XXIII si nota che obbedivano in silenzio anche quando le decisioni dell’autorità erano ingiuste o limitanti e poco gratificanti. Ora sui social le persone più alla tradizione non fanno altro che criticare l’autorità se dice quella cosa o se prende quella decisione o fa quella nomina. Anche nei settori più conservatori il Vaticano II è penetrato sin nelle midolla anche se negano ciò. Se dopo sessanta anni ancora parliamo, discutiamo e litighiamo sul Vaticano II significa che il Vaticano II ha ancora molto da dire alla Chiesa e agli uomini di buona volontà.
Il Vaticano II è decisivo per situare la Chiesa nella contemporaneita’ ed è quindi logico che i papi, che si avvicendano, si pongano in ascolto dello Spirito anche mediante la lettura dei documenti conciliari. Purtroppo da trent’anni a questa parte si è parecchio affievolito l’entusiamo conciliare e il clero italiano non conosce per nulla i testi del Vaticano II e, senza la lettera, nemmeno lo spirito. Il conservatorismo preconciliare, che si è imposto, accompagnato dal narcisimo, sta con inaudita protervia impedendo l’applicazione delle indicazioni dogmatiche e pastorali di quell’assise. Quindi fa bene il papa a cercarvi e a mettervi rimedio.