La lezione civile di Puglisi e Livatino

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Nel quinto anniversario della beatificazione di Rosario Livatino, in queste pagine ci si chiedeva se la santità professionale del giudice di Canicattì non rischiasse di restare una santità in alto: riconosciuta, custodita dalle istituzioni – e tuttavia priva di radici nel popolo che quelle istituzioni dovrebbero servire. La domanda non era retorica. La risposta arriva – credo non per caso – proprio in questi giorni. Domani, 25 maggio, ricorre il tredicesimo anniversario della beatificazione di Pino Puglisi. E ricorre nello stesso giorno in cui si aprono i lavori dell’82ª Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, in calendario a Roma dal 25 al 28 maggio, con all’ordine del giorno la proposta di proclamare Livatino patrono dei magistrati.

Nelle quindici giornate che separano le due date – e proprio quando il ciclo si chiude, il 25 maggio, all’apertura dell’Assemblea – la Chiesa italiana decide cosa fare della legalità in Italia. Decide, soprattutto, se i suoi due martiri siciliani vadano letti come due figure parallele – un giudice e un prete, ciascuno nel suo ambito – o se non vadano letti, come io credo, come un’unica grammatica spezzata in due voci complementari. Livatino: la libertà del giudice davanti alla legge. Puglisi: la libertà dell’educatore davanti alla gioventù ed ai ragazzi. La prima senza la seconda è verticale e fragile. La seconda senza la prima è orizzontale e dispersa. Insieme, sono una proposta ecclesiale e civile.

Il calendario, per i credenti, non è mai del tutto neutro. Che il tredicesimo anniversario di Puglisi cada esattamente nel giorno in cui si aprono i lavori in cui i vescovi italiani esamineranno la proposta di Livatino patrono dei magistrati è una di quelle coincidenze che meritano di essere lette come domande. La domanda, qui, è la seguente: si può dare giustizia senza processi educativi? Si può reggere uno Stato (e la sua sicurezza, o legalità) sui magistrati senza prima formare il popolo che quei magistrati serviranno? La risposta dei due beati siciliani, presi insieme, è nitida: no.

Il documento dimenticato e la cultura del favore

Trentacinque anni fa, il 4 ottobre 1991, festa di san Francesco patrono d’Italia, la Conferenza Episcopale Italiana pubblicava un testo dal titolo semplice e scomodo: Educare alla legalità. Non era un documento contro le mafie – categoria nella quale il dibattito pubblico tendeva allora a rinchiudere ogni intervento ecclesiale sul tema. Era un documento sull’educazione e sulla legalità.

I vescovi italiani vi ponevano una domanda di rara onestà autocritica: se non fosse arrivato il momento di riflettere non tanto su come gli “altri” rispettassero il principio di legalità, quanto su come “noi” – cristiani e cittadini – lo vivessimo, in ordine alle norme. Una domanda indirizzata non ai magistrati, non ai politici, non ai mafiosi: indirizzata al popolo cristiano italiano, nel suo insieme.

Erano anni di sangue: dieci mesi dopo sarebbe stato ucciso Falcone, diciannove mesi dopo Borsellino, ventitré mesi dopo Puglisi – che di quella riflessione era figura operativa, non teorica.

Trentacinque anni sono passati. Il sangue non scorre più nelle vie siciliane come scorreva allora – ed è buona notizia. Ma la domanda dei vescovi del 1991 non ha avuto, nella Chiesa italiana, un seguito sistemico. È rimasta come sospesa.

La Chiesa italiana ha proclamato beati Puglisi nel 2013 e Livatino nel 2021, ha sostenuto le opere antimafia nate nel frattempo, ha celebrato Falcone e Borsellino. Ma il filo specifico del 1991 – la legalità come questione del popolo cristiano italiano nel suo insieme – sembra essere caduto.

È caduto perché, dopo le stragi degli anni Novanta, il Paese ha creduto che il peggio fosse passato. Non era vero: il peggio si era soltanto reso invisibile.

Erosione del tessuto civile. Cultura del favore – quella che Verga aveva già descritto come economia silenziosa dei vinti, e che Sciascia ha smascherato come l’esatto contrario dello Stato. Smarrimento del senso del dovere. Rassegnazione travestita da realismo. Ed è in questa zona grigia che oggi vivono tanti giovani e ragazzi italiani – e con loro, sotto altre forme, i ragazzi europei tutti.

Don Luigi Sturzo, prete e fondatore del Partito Popolare, in una conferenza giovanile del 1900, aveva detto, della mafia siciliana, che era «il sistema di vivere fuori della legge degli onesti». La formula è datata, ma il suo bersaglio è attualissimo: non l’organizzazione criminale in sé, ma la cultura del vivere fuori della legge degli onesti come abitudine sociale diffusa, come grammatica delle relazioni, come scorciatoia accettata.

Sturzo aveva visto – con lucidità di prete e di politico insieme – che la mafia è forma estrema di ciò che la cultura del favore prepara molto prima: una società in cui la legge non è norma comune, ma ostacolo da aggirare per via di privilegio o con gli appoggi opportuni.

“Educare alla legalità”, nel 1991 come nel 2026, significa anzitutto rompere quel codice: restituire alla legge il rango di norma del vivere insieme, e al favore il rango – modesto e ammesso – di occasionale gesto di amicizia che, tuttavia, non sostituisce mai la giustizia e la prassi della legalità.

Su questo punto il documento del 1991 era stato “profetico”, e il suo silenzio successivo è doppiamente increscioso: perché ha lasciato sola, sul terreno educativo, una generazione di parroci, insegnanti, ministri istituiti e di fatto, catechisti… che avevano colto l’istanza, ma non avevano alle spalle un magistero ecclesiale che li sostenesse nel tempo lungo, né disponevano di plausibili itinerari di formazione a livello locale.

Lo dico con franchezza, e parlando anzitutto come vescovo: noi non abbiamo dato – io stesso, nei miei anni di servizio, pur con un impegno verificabile nei documenti che ho prodotto, non ho dato fino in fondo – il seguito magisteriale e pastorale che la profezia del 1991 chiedeva, e che, dopo le stragi dei primi anni Novanta, sembrò assorbita dal lavoro ordinario di ricostruzione.

Pino Puglisi è, fra coloro che il 1991 lo capirono fino in fondo, l’icona perfetta: ha vissuto in prima persona il programma di quei vescovi, l’ha tradotto in pedagogia capillare, e ne ha pagato il caro prezzo.

La crisi dell’adulto educante

Il 1991 non poteva ancora prevedere ciò che, nei trentacinque anni successivi, sarebbe diventato il fenomeno antropologico decisivo: la scomparsa dell’adulto educante. Non del genitore biologico – che c’è quasi sempre, pur con tutte le crisi e derive dell’istituzione familiare (sia religiosa che civile). Non dell’insegnante giuridico – che occupa una cattedra dopo una laurea e un concorso. Non del catechista formale – che, magari esercitando un ministero istituito, si limita a registrare le presenze a dei corsi. Ma dell’adulto che si pone davanti al ragazzo e al giovane come figura di riferimento, di chiamata, di esigenza, di limite, di proposta di senso.

Quella figura, nell’Occidente contemporaneo – quello, per intenderci, del declino delle grandi narrazioni e dell’eclissi delle figure adulte di autorevolezza –, si è drasticamente assottigliata, peraltro non sostituita neppure da qualche artificio tecnologico.

Hannah Arendt, già nel 1958, aveva scritto pagine illuminanti sulla crisi dell’educazione moderno-contemporanea. «L’educazione – affermava – è il punto in cui si decide se amiamo abbastanza il mondo da assumerci la responsabilità verso di esso, e di salvarlo da quella rovina che, senza il rinnovamento, senza l’arrivo di nuovi giovani, sarebbe inevitabile».

La sua diagnosi era spietata: gli adulti del Novecento occidentale, terrorizzati dall’autoritarismo che avevano vissuto, avevano preso a chiamare libertà la loro abdicazione. Non chiedevano più nulla ai ragazzi, e li lasciavano soli a inventarsi un mondo di cui non avevano gli strumenti per costruire.

La risposta della Arendt era netta: chi educa deve assumersi la responsabilità del mondo davanti al giovane, anche al costo di apparire conservatore. Perché è questa responsabilità – e non una libertà che è soltanto abdicazione – che fonda l’autorità educativa.

Settant’anni dopo, la diagnosi di Arendt si è dimostrata profetica, anzi si è aggravata. La fragilità narcisistica della generazione adulta, reduce dalle proprie crisi e spesso incapace di uscire da sé; la paura pedagogica indotta da decenni di discorsi sulla libertà del minore, interpretati come rinuncia dell’adulto a chiedere alcunché; la pressione culturale verso un egualitarismo generazionale che scambia la democrazia politica con la parità pedagogica; il collasso dell’autorevolezza istituzionale in tutte le forme – scuola, Chiesa, politica, magistratura… –; e una cultura della fragilità che chiede agli adulti di accompagnare i ragazzi nelle loro emozioni senza, però, domandare loro nulla, come se chiedere fosse, in sé, forma di violenza.

Il risultato è una generazione che non è stata educata nel senso classico del termine. È stata intrattenuta, ascoltata, validata, forse gestita secondo antichi e nuovi criteri di merito o, al massimo, d’istruzione. Non educata.

Le mafie, nel frattempo, non sono più solamente la mafia siciliana di Brancaccio, o la stidda che decide di uccidere manu militari il giudice Livatino. Si sono italianizzate, anzi mondializzate, risalendo il Paese; europeizzate, insediandosi nei mercati legali del Vecchio Continente; globalizzate, fondendosi con i cartelli sudamericani e con le mafie dell’Est e dell’Ovest. E con le mafie al plurale si è italianizzata, europeizzata, globalizzata anche la cultura del favore, che ne è il terreno fertile.

Dove la mafia è ancora visibile come potere territoriale, questa fragilità educativa è manna: la mafia non ha più bisogno di reclutare, come negli anni Ottanta, le basta raccogliere.

Dove invece la mafia opera senza volto – nel Nord d’Italia, in mezza Europa, nei mercati finanziari di mezzo mondo – la stessa fragilità viene raccolta da altre forze: la dipendenza digitale, la disperazione solitaria, le derive nichilistiche, i suicidi giovanili in crescita documentata, fino al fenomeno hikikomori che dal Giappone si è ormai travasato fra le nostre città.

Non è geografia del male: è fisiologia di una generazione educativamente abbandonata. Lo stesso fenomeno attraversa le periferie di Lagos e di San Paolo, di Manila e di Manaus, di Kinshasa e di Mumbai. La crisi dell’adulto educante è universale; cambia il volto degli idoli che catturano i ragazzi privi di guida, non la dinamica.

Don Lorenzo Milani, dalla canonica di Barbiana, aveva scritto nel 1967 una formula che oggi suona come testamento per il nostro tema: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Sortirne tutti insieme: cioè fare popolo. La legalità, in fondo, è la versione adulta di questa frase – e la sua ostinata negazione è il segreto del clientelismo, del favore, delle mafie, e di ogni avarizia che pretende di salvarsi da sola.

Educare è sottrarre all’idolo

È in questo quadro che la testimonianza del beato Puglisi consegna una definizione di educazione che la pastorale cristiana farebbe bene a riprendere – perché è definizione esattamente cristiana. Educare significa, letteralmente, ex-ducere: condurre fuori. Ma fuori da cosa? Platone, nel mito della caverna, diceva: fuori dalle ombre e dal buio che fa ritenere reale un mondo solo sotterraneo e illuminato da fuochi. Puglisi, più biblicamente, dice: fuori dall’idolo.

Il salmo 115 descrive gli idoli con una precisione che attraversa i millenni: «Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non odono. Diventino come loro quelli che li fabbricano, e chiunque in essi confida».

La diagnosi biblica dell’idolatria è antropologica, prima che religiosa: chi serve un idolo – qualunque sia – finisce per somigliargli. Diventa muto, cieco, sordo. Smette di essere persona pienamente.

È questa la vera ragione per cui l’educazione cristiana è, strutturalmente, sottrazione dell’essere umano dall’idolo: non per intolleranza confessionale, ma per fedeltà alla dignità umana.

Ogni contesto umano, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, è attraversato da forme idolatriche che pretendono di catturare i ragazzi prima che siano capaci di scegliere.

A Brancaccio era la mafia: sistema idolatrico esplicito, che offriva appartenenza, potere, denaro, identità. A San Salvador, ai tempi di Romero, era l’oligarchia armata e la dottrina del potere come sacralità. In Nord America oggi è, per molti ragazzi, l’idolo del successo misurato in denaro, in possesso di armi, o in visibilità. In Europa è, sovente, l’idolo del consumo, della performance, della dipendenza digitale travestita da libertà.

Ovunque, in forme diverse, il ragazzo è catturato da idoli che vogliono possederlo. E ovunque – questo è il punto teologico decisivo – l’idolo uccide chi lo smaschera.

Qui sta la portata del decreto di Benedetto XVI del 28 giugno 2012, con cui la Chiesa ha riconosciuto Puglisi martire in odium fidei. La sua novità non sta in un’espansione della categoria, ma nell’averla letta fino al fondo biblico.

Non solo perché lo ha ucciso un sicario di Cosa Nostra – e affiliarsi a Cosa Nostra è in sé ateismo puro: chi entra nelle mafie sceglie come Dio il proprio capo, riconoscendogli quel potere di vita e di morte sugli adepti, che spetta soltanto al Creatore. È l’ateismo dello stultus del salmo 14: non quello dichiarato con la bocca o sancito nel santino, ma quello pronunciato con l’atto.

Ma anche perché la sua azione pastorale – sottrarre ragazzi all’appartenenza idolatrica, educandoli alla dignità del figlio di Dio – smascherava oggettivamente l’idolatria strutturale del sistema, e per questo è stato ucciso. Un sistema idolatrico, mascherato di religione e di fede, contro un pastore che incarnava l’antidoto del Vangelo.

Quella svolta ha aperto la strada al riconoscimento di Oscar Romero come beato nel 2015 e canonizzato martire nel 2018, e alla causa tutt’ora aperta di padre Jacques Hamel, sgozzato sull’altare di Saint-Étienne-du-Rouvray il 26 luglio 2016 da due giovani islamisti, che lo costrinsero a inginocchiarsi prima di colpirlo.

La mappa dei martiri moderni si ri-disegna attorno a Puglisi: pastori, magistrati, educatori… che, esercitando la propria funzione con coerenza evangelica in un contesto idolatrico – mafioso, oligarchico, totalitario, fondamentalista –, diventano intollerabili al sistema e perciò ne sono uccisi.

Il dono italiano alla teologia universale del martirio passa attraverso la Sicilia: Livatino e Puglisi, presi insieme, sono il prototipo di una santità nuova, che la Chiesa universale sta imparando a leggere e a proporre.

Il modello Puglisi: povertà, trasparenza, giovialità

Detto questo dell’universalità della categoria, occorre tornare al concreto della figura. Perché ciò che fa di Puglisi un modello – e non solo un esempio – è una triade di virtù, che si tengono insieme e che vorrei chiamare per nome. Una triade praticabile, non eroica nel senso di adatta a pochi. Adatta non solo ai preti, ma a ogni educatore: padre, madre, insegnante, allenatore, catechista, amministratore pubblico, magistrato, giornalista… Povertà, trasparenza, giovialità.

La povertà, anzitutto. Puglisi non ha mai costruito posizioni, né si è procurato sistemazioni per il dopo. Non ha capitalizzato il proprio ministero. È vissuto leggero, senza accumulare. Non era povero per ascesi: era povero per libertà. Perché solo chi non ha nulla da difendere, può chiedere ai ragazzi di Brancaccio di non vendere la propria coscienza per qualche soldo.

La povertà evangelica è il fondamento della libertà educativa: chi non ha riserve, non teme di perderle. E va aggiunto subito – perché senza questo si fraintende il personaggio – che Puglisi non gridò mai questa povertà ai quattro venti. Non ne fece bandiera, non ne ricavò pulpito, non se ne servì come argomento. La visse umilmente, nel nascondimento, come forma silenziosa della propria libertà interiore. Fu povero come si è figli: senza spiegarlo, senza rivendicarlo, senza farne tema di omelia.

È questa la differenza fra una povertà evangelica e una povertà programmatica: la prima si vede solo dopo, guardando indietro; la seconda si vede subito, e proprio per questo perde la sua forza.

Va detto, e mi assumo la responsabilità di dirlo, che tale grammatica è oggi rara nella stessa Chiesa, dove non poche figure ecclesiastiche – e dico questo come vescovo, dunque consapevole di parlare anche di me – hanno costruito intorno a sé piccole o grandi posizioni da difendere. Ogni posizione difesa è una credibilità indebolita; ogni patrimonio custodito è una parola affievolita. Puglisi ricorda che la libertà del ministero comincia, prosaicamente, dal portafoglio.

La trasparenza, in secondo luogo. Don Pino era leggibile a tutti senza sforzo: i ragazzi, le famiglie, i confratelli, gli arcivescovi e perfino i suoi nemici sapevano sempre con chi avevano a che fare. Nessun doppio fondo, nessun calcolo, nessuna parte nascosta. La sua parola corrispondeva esattamente alla sua vita, e la sua vita non aveva angoli oscuri.

Era questa coerenza visibile a renderlo intollerabile per chi sulla doppiezza e sulla chiacchiera fonda il proprio potere e la propria immagine. Vale per il vescovo, vale per il prete, vale per il magistrato, vale per il maestro di scuola, vale per il pubblico amministratore. Ovunque, l’erosione della credibilità pubblica passa attraverso la caduta nella doppiezza; ovunque, la sua restaurazione passa attraverso la riscoperta della trasparenza personale come forma del servizio.

Ed è esattamente questa la trasparenza che, sull’altro versante della diade, descrive Rosario Livatino. Chi lo ha conosciuto ne ricorda lo stile sobrio quasi fino al riserbo: la precisione dell’istruttoria, la mitezza dei modi, l’assenza di qualunque protagonismo.

Annotava sull’agenda la sigla “S.T.D.”, sub tutela Dei, e non ne fece mai uno slogan: era riserbo, non insegna. La sua trasparenza non parlava – lavorava. Povertà di sé, esattezza del compito, mitezza dei modi: la stessa grammatica di Puglisi, declinata nel silenzio di un’aula di tribunale invece che nel chiasso di un quartiere. È la prova che le due voci dicono, davvero, la stessa cosa.

La giovialità, infine – la più sorprendente, e forse la più importante. Salvatore Grigoli, il killer, raccontò ai magistrati che un istante prima dello sparo don Pino sorrise. «Una specie di luce», disse. «Me l’aspettavo», furono le tre parole pronunciate sorridendo dal martire. Non erano resa, né sfida, né bravura: erano la firma cattolica della sua libertà.

Don Pino non era austero, era gioioso. Non era cupo, era luminoso. Educava ridendo, scherzando, accogliendo. Questo è il punto teologicamente decisivo, perché povertà e trasparenza senza giovialità diventano severità radicale, eroismo cupo, testimonianza scoraggiante. Con la giovialità diventano proposta praticabile per chiunque: si può educare, si può essere onesti, si può essere liberi – e lo si può fare con gioia.

Sant’Agostino, nelle Confessioni, aveva sintetizzato la libertà cristiana in tre parole: «Ama et fac quod vis» – ama, e fa’ ciò che vuoi. Formula spesso fraintesa come licenza, mentre è il contrario: solo chi ama veramente ha la libertà di fare ciò che vuole, perché ciò che vuole l’amore non può essere altro che il bene.

La triade di Puglisi – povertà che libera, trasparenza che svela, giovialità che annuncia – è la forma operativa dell’Ama et fac quod vis.

Ed è per questo che non riguarda solo i preti. Riguarda ogni adulto educante: dovunque l’amore è vero, la legalità lo segue come la radice segue il sole. Non c’è educazione alla legalità senza educazione all’amore della cosa comune – e non c’è educazione all’amore della cosa comune senza adulti che la amino davvero, e con allegria.

Maestri d’Italia, dono alla Chiesa universale

L’Assemblea CEI che si apre proprio il 25 maggio, discutendo di Rosario Angelo Livatino come patrono dei magistrati, ha davanti – che ne sia pienamente consapevole o meno – il compito di chiudere il cerchio sospeso del 1991, o di riprenderne il filo. Di tornare, dopo Livatino, al popolo. Di riproporre, dopo trentacinque anni, la legalità come questione educativa del popolo cristiano italiano. Non con un documento nuovo necessariamente, o delle nuove Linee guida, ma con un richiamo pastorale che metta insieme ciò che Livatino e Puglisi, uccisi dalla stessa contro-religione idolatrica delle varie forme di mafia, hanno già tenuto unito nella loro vita: la giustizia del magistrato come funzione specializzata della legalità che viene svolta sub tutela Dei, e la legalità del popolo come forma antropologica in cui la pratica della giustizia può attecchire.

Ma vorrei aggiungere una nota personale, prima di concludere. Da postulatore della causa di entrambi, ho sempre avuto coscienza che la diade Livatino-Puglisi rappresenti uno dei doni più preziosi che la Chiesa italiana abbia consegnato alla Chiesa universale negli ultimi cinquant’anni. Non perché siano italiani o siciliani – ciò è accidentale. Ma perché, nella loro specifica figura siciliana, hanno mostrato, in forma cristallina, due dimensioni universali del cristianesimo che opera nel mondo: la libertà del giudice nel servizio della legge, e la libertà dell’educatore nel servizio dei ragazzi e dei giovani. La libertà di Livatino vale da Canicattì a Singapore. La libertà di Puglisi vale da Palermo a Manila. Le coordinate cambiano, l’architettura tiene.

Tertulliano, nel celebre passaggio dell’Apologetico, aveva scritto: «Semen est sanguis christianorum» — il sangue dei cristiani è un seme. Lo diceva a proposito dei martiri della Chiesa antica, dispersi nel sangue per fiorire nella fede di un mondo intero.

Quella frase, vent’anni dopo l’uccisione di Puglisi e trentaquattro dopo quella di Livatino, comincia a mostrarsi vera anche per loro. Il Centro Padre Nostro, sopravvissuto al suo fondatore don Pino, oggi forma ancora ragazzi a Brancaccio. La memoria di Livatino ha generato un movimento giudiziario internazionale.

Le cause aperte di magistrati e di pastori uccisi nell’esercizio fedele della propria funzione si moltiplicano in tutti i continenti: il sangue di Canicattì e di via Hazon ha già messo radici e sta, forse troppo silenziosamente, fiorendo.

Dietrich Bonhoeffer, dalla cella di Tegel poco prima dell’impiccagione del 9 aprile 1945, aveva scritto una formula che, nella teologia novecentesca, è diventata canonica: «Quando Cristo chiama un uomo, gli ordina di venire e morire».

La frase, dura nella forma, è esatta nella sostanza: la fedeltà al Vangelo, in tempi idolatrici, conduce sempre a una qualche forma di morte – fisica per i pochi, «a secco» cioè senza spargimento di sangue (per usare il linguaggio del beato Giacomo Cusmano, un altro siciliano), quotidiana per i molti.

Livatino e Puglisi appartengono alla schiera dei pochi che pagarono la chiamata fino in fondo. Ma la loro morte, come quella di Bonhoeffer, è l’immagine evidente della morte minore, che ogni cristiano coerente è chiamato a sostenere: morire alla cultura del favore, alla doppiezza, alla protezione di sé, alla comodità difensiva, alla calunnia, alla diffamazione. Da Canicattì a Tegel, da Brancaccio a Saint-Étienne-du-Rouvray, da San Salvador a Manila…, l’architettura del martire contemporaneo si compone delle stesse pietre.

Livatino e Puglisi non sono soltanto due beati siciliani, né due patroni di categoria. Sono, insieme, maestri d’Italia e d’Europa — non per titolo onorifico, ma per funzione: la loro testimonianza cristallina disegna la mappa di una pastorale completa. Dal popolo educato al magistrato libero. Dal catechismo del bambino alla sentenza dell’adulto. Dal Centro Padre Nostro alla statale da Canicattì ad Agrigento.

La Chiesa italiana, mentre sta per proclamare Livatino patrono dei magistrati, è chiamata al passo ulteriore: tornare al popolo. Riprendere il filo del 1991. Riproporre la legalità – e il senso del dovere ad essa connaturato – come questione educativa del popolo cristiano italiano.

E se questo passaggio sarà fatto con coraggio, esso non sarà solo italiano: sarà modello per le tante Chiese del mondo che oggi affrontano – con volti diversi e idoli diversi – la stessa sfida educativa, la stessa erosione della libertà adulta, la stessa solitudine dei propri magistrati onesti, la stessa rarità dei propri parroci coraggiosi.

La Chiesa italiana ha ancora qualcosa da dire al mondo, su questo punto preciso. E ha due voci credibili per dirlo, quella del giudice di Canicattì e quella del parroco di Brancaccio. Spetta a lei farle parlare insieme.

Il resto è nelle nostre mani.

«Me l’aspettavo», disse Puglisi sorridendo. «Picciotti, che vi ho fatto?», gridò Livatino, quasi richiamando il profeta Michea, prima dell’ultima raffica. Due frasi diversissime, una sola fede. E una sola chiamata, che ancora oggi – a chi è capace di ascoltarla – risuona con forza intatta: non abbiate paura di essere adulti. Non abbiate paura di educare. Non abbiate paura della legalità. Non abbiate paura del dovere. Non abbiate paura di Dio. Perché è qui, e solo qui, che un popolo rimane libero. E un popolo libero, in ultima istanza, è l’unica forma visibile del Regno che attendiamo, in modo non inerte, ma attivo.

La grammatica spezzata in due voci, che le date di maggio offrono alla Chiesa italiana, attende soltanto di essere ricomposta.

Palermo, 19 maggio 2026

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