Sulla quaestio disputata fra Bianchi e Grillo

di:
liturgia

Foto: Alexandre Marchi / L’Est Repubblicain/MAXPP

Il teologo Marco Vergottini interviene sulla «questione disputata» tra Andrea Grillo ed Enzo Bianchi in materia liturgica tra Novo e Vetus Ordo Missae (cf. qui su SettimanaNews).

Leggendo la recente contesa che ha visti contrapposti Enzo Bianchi ed Andrea Grillo vale la pena ribadire l’evidenza assodata che precede qualsiasi dissenso: entrambi amano la Chiesa. La cosa è fuori discussione. Tanto più per chi può vantare, da anni, l’amicizia con l’uno e con l’altro. Da qui il senso della presente esternazione (in punta di piedi), ben sapendo che la teologia sollecita e stuzzica alla discussione franca e al confronto dialettico, senza però mai dimenticare l’esortazione di Efesini 4,1-2.

Bianchi parla da monaco ferito dal tramonto della cristianità europea. Le sue immagini hanno il colore autunnale delle abbazie vuote, delle chiese spopolate, delle comunità che chiudono. In lui prevale l’angoscia della frattura: evitare un nuovo scisma gli appare forse più urgente di ogni coerenza teorica. La sua è una teologia della misericordia ecclesiale, quasi una diplomazia spirituale. Si potrebbe azzardare: meglio una comunione imperfetta che una purezza senza popolo.

Andrea, invece, reagisce da liturgista e da teologo sistematico. Dove fr. Enzo vede una frattura da ricucire pastoralmente, egli vede una questione ecclesiologica decisiva. Per lui il rito non è un semplice vestito della fede, ma una forma concreta della coscienza ecclesiale. Il rito esprime una Chiesa, la plasma, la educa, la orienta. E allora permettere una coesistenza strutturale, simmetrica e ordinaria tra il Vetus Ordo e il Messale di Paolo VI significherebbe istituzionalizzare due ecclesiologie parallele.

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Ora, il punto interessante è che entrambi hanno ragione, ma occorre aggiungere subito: non allo stesso livello. Bianchi ha ragione quando ricorda che le persone non possono essere trattate come pratiche disciplinari. Grillo ha ragione quando ricorda che, dopo il Vaticano II, il rito da osservare nella Chiesa latina è quello promulgato da Paolo VI. Su questo non può esserci equivoco. La concordia è necessaria; l’ambiguità no.

Perché il liturgista, difendendo il principio, può rischiare di dimenticare le persone. Ma il monaco, difendendo le persone, può rischiare di attenuare troppo il principio. Uno teme il relativismo; l’altro teme la rottura. Uno teme l’ambiguità dottrinale; l’altro la perdita della fraternità. E così il dibattito liturgico finisce spesso per oscillare tra il codice canonico e la direzione spirituale.

Il vero problema nasce quando la liturgia smette di essere lingua della fede e diventa bandiera identitaria. Allora il rito antico viene trasformato da alcuni in una macchina del tempo ecclesiastica, dove il latino non è più una lingua liturgica, ma una nostalgia metafisica. E, specularmente, il rito riformato rischia talora di essere difeso come un certificato ideologico di cittadinanza conciliare, quasi che il Vaticano II fosse una tessera di partito più che un evento dello Spirito.

In realtà, né il Messale di san Pio V è automaticamente garanzia di santità, né quello di Paolo VI produce da sé maturità ecclesiale. Una parrocchia può celebrare il rito riformato in modo sciatto, narcisistico e teologicamente povero; così come una comunità legata al Vetus Ordo può vivere con disciplina spirituale, senso del sacro e sincero desiderio di Dio. Ma questa constatazione pastorale non modifica il dato ecclesiale: il rito ordinario, normativo e proprio della Chiesa latina dopo il Vaticano II è il Messale di Paolo VI.

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Il punto decisivo non è soltanto «quale rito?», ma «quale Chiesa?». E anche: «quale qualità spirituale?». Perché si può cantare il gregoriano e coltivare l’orgoglio settario; oppure celebrare versus populum trasformando l’altare in un talk show liturgico. Ma il rimedio agli abusi del rito riformato non può essere la fuga ordinaria nel rito precedente. La medicina contro la cattiva celebrazione non è l’archeologia rituale, ma una più seria ars celebrandi.

Forse vale la pena spezzare una lancia a favore della Lode del dubbio di brechtiana memoria. Non il dubbio relativista che azzera ogni convinzione, ma il dubbio evangelico che mette in crisi le nostre sicurezze. Il dubbio che impedisce al tradizionalista di fissare il termine ultimo della rivelazione all’11 ottobre 1962, e al progressista di credere che il Regno sia cominciato l’8 dicembre di tre anni dopo.

A volte si ha l’impressione che certi dibattiti liturgici siano combattuti come se dalla posizione delle mani durante il Canone dipendesse la salvezza del mondo. Intanto, fuori dalle sacrestie, intere generazioni ignorano persino cosa sia l’eucaristia. Mentre noi discutiamo dell’orientamento dell’altare, il deserto avanza tranquillamente alle nostre spalle.

Naturalmente questo non significa che il rito sia questione secondaria. Al contrario. La liturgia è troppo importante per essere ridotta a una guerra civile estetica. È il luogo in cui la Chiesa riconosce il suo culmen et fons. E quando diventa terreno di rivincita ideologica, smette lentamente di essere liturgia e si trasforma in autobiografia rituale.

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Il Vaticano II non ha abolito la tradizione: ha tentato di sottrarla alla museificazione. Per questo gli «aficionados» del Vetus Ordo dovrebbero riconoscere – alla scuola di Congar – che la nostalgia non è una categoria teologica e che la tradizione non è culto del passato, ma fedeltà al presente e apertura al futuro. Nondimeno, i difensori del Vaticano II dovrebbero ricordare che la riforma liturgica non può coincidere automaticamente con le sue (eventuali) deformazioni pastorali.

Qui può stare, forse, un onorevole compromesso: non si tratta di mettere sullo stesso piano i due riti, ma di distinguere tra principio e cura pastorale. Il principio è chiaro: la Chiesa latina celebra secondo il Messale riformato da Paolo VI. La cura pastorale chiede però di non umiliare, non irridere, non trattare come nemici coloro che sono legati alla forma precedente. Vanno accompagnati, ascoltati, aiutati a non trasformare una sensibilità liturgica in opposizione ecclesiale.

E, poi, continuiamo pure con le nostre amatissime, brillantissime, interminabili quaestiones disputatae

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17 Commenti

  1. Pier Giuseppe Levoni 28 maggio 2026
  2. Giuseppe 26 maggio 2026
  3. Adelmo Li Cauzi 24 maggio 2026
    • Angela 25 maggio 2026
  4. Mihajlo 24 maggio 2026
  5. Barbara 23 maggio 2026
  6. Maria Cristina 23 maggio 2026
    • Anima errante 23 maggio 2026
    • Mihajlo 24 maggio 2026
  7. Lorenzo M. 23 maggio 2026
    • Anima errante 23 maggio 2026
      • Enrico 23 maggio 2026
      • Lorenzo M. 25 maggio 2026
        • Angela 25 maggio 2026
  8. Alice 23 maggio 2026
  9. Pietro 23 maggio 2026
    • Enrico 23 maggio 2026

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