
Ogni nuova traduzione di un testo della Bibbia va accolta con favore. A patto che non sia ideologica e sia filologicamente corretta. E non è il caso di questo testo del Vangelo di Matteo tradotto da Andrea Marcolongo (una grecista che ha pubblicato volumi di un certo successo per riportare l’attenzione sulle lingue classiche). Perché, pur interessante per apparato e impianto, non ci si cimenta con i Vangeli tanto per fare.
L’intento ideologico – anche qui: ha delle ragioni, ma non possono essere le uniche – è espresso nella prefazione della traduttrice:
«Il greco evangelico parla spesso dell’umano in senso inclusivo, laddove la consuetudine traduttiva ha progressivamente ristretto questo orizzonte. Là dove il testo utilizza ánthrōpos o forme plurali che designano l’umanità nel suo insieme, ho scelto di evitare, quando possibile, l’uso esclusivo di “uomo”, preferendo “esseri umani”, “persone”, “umanità”. Non si tratta di un adattamento moderno, ma di un atto di fedeltà: il greco non assume il maschile come misura dell’universale, ma nomina una condizione condivisa. (…) Dire è già agire. Chiamare, separare, annunciare, curare, rimettere: i verbi che attraversano il testo non raccontano un’azione, la producono. In questo senso, il Vangelo non è un discorso sul mondo, ma una parola che interviene nel mondo. Questa traduzione ha cercato di restare fedele a tale forza originaria della parola, evitando di trasformare il testo in un commento, in una spiegazione o in una costruzione morale».
Ed è giusto in teoria, però nel testo questa intenzione si perde.
Prima di tutto, e non si sa perché, nella scansione del testo vengono completamente omessi i versetti all’interno di ogni capitolo. Scelta sbagliata, poiché, in questo modo, diventa molto difficile qualsiasi comparazione.
Più felice la scelta di tradurre «Spirito Santo» con «soffio sacro», usando una terminologia che ha una sua motivazione nell’imprimere una spinta evocativa. In questo senso, «profeta» viene tradotto con «portavoce del cielo».
Molto meno azzeccata la traduzione di 2,6: «Tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei la più piccola tra i capi di Giuda: da te uscirà un capo che guiderà il mio popolo, Israele». Che invece si capisce meglio traducendo (Bibbia CEI 2008): «non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda».
E si potrebbe proseguire. Ad esempio, nella traduzione del Discorso della Montagna, «beati» diventa «felici», che non è proprio il medesimo significato. Si poteva forse utilizzare il cardinale Ravasi quando a sua volta fa notare che «Beati i poveri in spirito» è una brutta traduzione (e non basta metterci «felici» per migliorarla, diciamo noi), in quanto l’espressione semitica è anaweruach, cioè «coloro che hanno lo spirito da poveri» (cf. G. Ravasi, Il Vangelo di Matteo, Mondadori, Milano 2022, p. 76).
Imprecisioni in cui si cade prendendo solo il testo greco senza contestualizzarlo al meglio.
Un’altra imprecisione la troviamo poco dopo sempre in un passaggio delle Beatitudini (5,22). Marcolongo traduce: «Ma io vi dico che chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto a giudizio; chi poi dirà al suo fratello “Raca!” sarà sottoposto al sinedrio; e chi dirà “Stupido!” rischierà di soffrire la geènna del fuoco». La Bibbia CEI 2008 traduce: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna». Come si vede, qui abbiamo un vero e proprio errore nello scambio dei termini.
Ma è sorprendente, davvero, scoprire la resa che è stata data al passaggio sull’adulterio (5,32). La Bibbia CEI 2008 traduce «chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio». Il termine greco porneia è tradotto con «concubinato» nella Bibbia CEI 1974; è tradotto con «relazione illegale» nella versione interconfessionale; è tradotto con «relazione illecita» nella recente Traduzione Letteraria Ecumenica. Qui diventa «chiunque ripudia sua moglie, salvo se è una puttana, la fa diventare adultera». Sembra una vera e propria forzatura, introducendo una terminologia non giustificata dal greco. Ovvero in questo caso sarebbe stato importante una spiegazione da parte della traduttrice. Si inserisce una accezione negativa ed estremamente specifica che non pare proprio essere nel testo.
Infine, ancora qualcosa sulla chiusura del Vangelo (28,16-20) quando Gesù usa tre verbi, quasi – dice Ravasi – il suo testamento agli apostoli: ammaestrate, battezzate, insegnate. Ravasi precisa (pp. 143-144 dell’edizione citata): il primo verbo in greco è matheteusate, che si potrebbe rendere con «fate discepoli in tutti i popoli»; il secondo è baptizontes, «battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»; il terzo è didaskontes, insegnate nel senso di essere Maestri e testimoni come Gesù. Una certa ricchezza semantica dell’originale greco che viene tradotta in questa edizione da Marcolongo con «Andando dunque, istruite tutte le genti, immergendole in acqua nel nome del padre e del figlio e del soffio sacro, insegnando loro a custodire tutto ciò che vi ho ordinato».
Ad avviso di chi scrive, la traduzione ora pubblicata è un’occasione che poteva venire utilizzata meglio. Soprattutto perché è apprezzabile l’apparato iconografico che accompagna il testo. Ad esempio, il Discorso della Montagna è arricchito da una scheda sui discorsi famosi nella storia. Ne vengono scelti dodici, da Pericle a Mandela, passando anche per Lenin, Hitler e Mussolini. Dei dodici discorsi (anche Kennedy e Obama), nove sono stati pronunciati in Occidente; solo Gandhi, Castro, Mandela rappresentano altre parti del mondo. Anche qui si poteva fare di più e meglio, per rendere in modo iconografico e storico, il messaggio inclusivo del Vangelo.
Matteo, Vangelo liberato, traduzione italiana di Andrea Marcolongo, collana: «Classici liberati», Blackie Edizioni, Milano 2026, pp. 360, € 29.90.






Dispiace, almeno a me laico e non biblista cattolico “di professione” , leggere commenti all’articolo così palesemente “disciplinanti”. Invocare pubblici anatemi non mi sembra francamente un’atteggiamento maturo, non solo perché (come sanno gli esperti di marketing) ciò contribuisce enormemente a fare pubblicità al “prodotto” in questione, ma anche perché dà l’impressione che si tratta di una reazione di casta, quella cioè dei biblisti professionisti a difesa della Chiesa istituzionale. Forse sarebbe più saggio “accettare’ le provocazioni che emergono dal lavoro della Marcolongo, discuterne lcon competenza scientifica e
parresia (come prova a fare n fondo l’articolo) senza lasciarsi trascinare in isterismi o proclami a difesa della dottrina ufficiale. E tutto ciò lasciando poi chi a legge la libertà intellettuale di valutare a chi dare credito. Oggi, anche tra i fedeli cattolica, nessuno più accetta indici dei libri proibiti.
Da quel che leggo, è una traduzione che non sta né in cielo né in terra. Ideologia pura. Una presa di posizione pubblica dell’ABi sarebbe buona, anche se darebbe ulteriore pubblicità a un libro che non vale. Non c’è molta gente che compra, anche se il titolo cerca di accalappiare le persone. “Puttana” dice tutta la nullità del lavoro
Una piccola aggiunta molto personale a commento di quanto ho rilevato nell’articolo. Credo che i biblisti e gli esegeti dovrebbero intervenire su questa traduzione. Dovrebbero “ribellarsi” – proprio così – di fronte a operazioni editoriali “scellerate” come questa. Dovrebbero scrivere su Settimanews, se credono, e dovrebbero rivolgersi alla Editoria cattolica – settimanali, periodici, quotidiani, agenzie stampa, diocesani, siti – perché l’opinione pubblica sia avvisata e non cada nell’equivoco di dare fiducia ad una simile traduzione. Lo ritengo un dovere. E’ davvero scandaloso, a mio avviso, lasciar passare questa traduzione senza reazioni. Grazie.