Tra annessione e orizzonte politico: Israele al bivio

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Dopo un decennio di gestione dei conflitti e di mancanza di alternative politiche, la società israeliana è stanca delle politiche e dei falsi concetti del governo Netanyahu riguardo al conflitto israelo-palestinese. Mentre il governo israeliano evita di discutere una strategia a lungo termine per la gestione delle conseguenze della campagna di Gaza, il campo liberale israeliano ha iniziato a formulare un piano di svolta politico-diplomatico che mira a promuovere una soluzione a due Stati e una giusta risoluzione del conflitto.

Negli ultimi dieci anni, fino al 7 ottobre, il conflitto israelo-palestinese è stato oggetto di un’attenzione minima da parte del mondo. Si è data attenzione a questo conflitto principalmente durante le operazioni militari – come l’operazione Protective Edge nel 2014 o l’operazione Guardian of the Walls nel 2021. L’indifferenza del mondo ha indubbiamente rafforzato la percezione locale che il conflitto sia destinato a rimanere, colpendo sia gli israeliani che i palestinesi.

Sotto la guida del governo israeliano di Netanyahu, l’approccio prevalente è stato quello di gestire il conflitto mantenendo la sicurezza. L’assunto centrale di questo approccio è che il conflitto è irrisolvibile e quindi non è necessario fare sforzi per risolverlo. Le risorse sono state invece investite nella gestione del conflitto, assicurando che il costo sostenuto dalla società israeliana non fosse eccessivamente alto. Questo approccio ha creato un falso senso di sicurezza e controllo temporaneo. In pratica, però, ha alimentato una pericolosa dinamica di rafforzamento di Hamas e l’espansione di cicli di violenza che hanno compromesso la sicurezza di Israele.

Il governo Netanyahu 

Quando i governi di Netanyahu sono diventati più radicali e messianici, l’approccio alla “gestione del conflitto” è cambiato. Invece di promuovere una soluzione politica, il governo ha dato priorità all’accelerazione della costruzione di insediamenti in Cisgiordania. Invece di rafforzare la cooperazione con l’Autorità Palestinese, il partner per la sicurezza e la risoluzione del conflitto, il governo ha favorito il rafforzamento di Hamas, il partner della guerra perpetua.

Netanyahu ha persino tentato di minimizzare il conflitto israelo-palestinese, dipingendolo come un fastidio minore. Ha sostenuto che Israele potrebbe integrarsi nel Medio Oriente senza risolvere il conflitto, aggirando la leadership palestinese attraverso processi di normalizzazione con i Paesi arabi. Tutti questi elementi, insieme alla revisione del sistema giudiziario del governo, hanno danneggiato la resistenza nazionale di Israele, indebolito il Paese e minato la sua deterrenza nella regione.

Nonostante l’approccio mirato a una gestione del conflitto, non c’è stata alcuna forte strategia politica alternativa. I personaggi pubblici dei principali partiti di centro-sinistra hanno preferito evitare di presentare una soluzione a due Stati per motivi politici. Dopo l’assassinio di Rabin, il sostegno pubblico per un orizzonte politico che porti alla realtà dei due Stati è diminuito. Il terrore, l’incitamento e i sentimenti antiebraici presenti nel sistema educativo palestinese, uniti alla delusione per l’incompletezza dei processi di pace, hanno alimentato la disperazione della società israeliana nei confronti di una risoluzione politica del conflitto.

Tuttavia, l’idea dell’annessione e della supremazia ebraica non ha mai ottenuto un sostegno diffuso tra i cittadini israeliani. In un sondaggio del luglio 2023, l’Istituto Mitvim per le politiche estere regionali in Israele ha scoperto che il 36% degli israeliani considera il perseguimento di una soluzione a due Stati come la strategia desiderata per quanto riguarda la questione palestinese; mentre il 28% sostiene l’annessione della Cisgiordania e la creazione di un unico Stato con ulteriori diritti ebraici.

Nonostante il sostegno relativamente basso alla pace israelo-palestinese, il quadro cambia significativamente se si considerano le componenti regionali. Lo stesso sondaggio ha rilevato che il 61% ritiene che Israele debba far leva sulla normalizzazione con altri Paesi per promuovere la pace con i palestinesi. Questa tendenza all’aumento del sostegno alla pace guidata dalla normalizzazione persiste da quando sono stati firmati gli Accordi di Abramo.

La società israeliana dopo il 7 ottobre: dalla rabbia alla speranza?

Fino a quel tragico giorno, la società israeliana era sull’orlo della dissoluzione. La revisione del sistema giudiziario ha incontrato una forte opposizione da parte del campo liberale, che si è riversato nelle strade per protestare contro l’erosione dei principi democratici fondamentali di Israele. Nonostante le rassicurazioni, il governo “pienamente di destra” ha faticato nel far fronte all’ondata di terrore all’interno del Paese e al conflitto con Hezbollah nel nord, con il risultato che il senso di sicurezza dei cittadini israeliani è diminuito.

Tuttavia, prima del 7 ottobre, sembrava che la posizione strategica di Israele in Medio Oriente stesse per rafforzarsi. Il processo di normalizzazione stava raggiungendo il suo apice, con la prevista inclusione dell’Arabia Saudita – lo Stato musulmano più influente e potente del mondo – nel riconoscimento di Israele. L’accordo di normalizzazione previsto non imponeva a Israele requisiti significativi in merito alla creazione di uno Stato palestinese. Senza dubbio, Netanyahu era sulla strada per raggiungere un’importante pietra miliare diplomatica, con un ampio sostegno da parte dell’opinione pubblica israeliana. Ma tutto è cambiato dopo il 7 ottobre.

Cinquant’anni dopo l’attacco a sorpresa delle forze arabe nello Yom Kippur del 1973, il 7 ottobre Hamas ha compiuto il più grande massacro contro gli ebrei dopo l’Olocausto. Per due anni, Hamas ha pianificato meticolosamente un’operazione dettagliata: catturare il maggior numero possibile di città ebraiche intorno a Gaza, uccidere civili e soldati israeliani e rapirne centinaia portandoli Gaza.

Il sostegno iraniano ad Hamas ha alimentato una strategia a lungo termine contro Israele, accuratamente tenuta nascosta dai vertici politici e militari israeliani. Il leader di Hamas, Yahya Sinwar, mirava a minare i colloqui di normalizzazione di Israele con i Paesi arabi, sostenendo che gli incidenti violenti ad Al-Aqsa e la politica del governo in Cisgiordania erano i catalizzatori del massacro.

Poco dopo la tragedia del 7 ottobre, le parole “pace” o “soluzione a due Stati” sono diventate parole quasi impraticabili nel discorso pubblico israeliano. La notizia del rapimento di centinaia di israeliani e dell’uccisione di migliaia di civili, tra cui anziani, donne e bambini, ha distrutto la fiducia nei confronti dei palestinesi. Contemporaneamente, è emersa una mancanza di fiducia soprattutto nei confronti del governo.

L’era del “tempo che si trascina” per una risoluzione israelo-palestinese è finita il 7 ottobre e l’opinione pubblica si è spostata verso il sostegno di decisioni a lungo termine. Per gli israeliani, il governo deve ripristinare con urgenza il senso di sicurezza perduto e liberare le centinaia di persone tenute prigioniere da Hamas.

Man mano che la guerra si trascinava senza raggiungere pienamente i suoi obiettivi, l’opinione pubblica israeliana ha iniziato a perdere la pazienza. Il ritardo nei negoziati per il rilascio dei prigionieri, l’aumento dell’insicurezza, il danno alla posizione internazionale di Israele a causa della crisi umanitaria e gli appelli all’annessione di Gaza da parte di fazioni estremiste all’interno del governo, hanno spinto molti israeliani a scendere in piazza. Lentamente, gli israeliani stanno iniziando a rendersi conto che il loro Paese si trova a un bivio: l’annessione o una soluzione diplomatica. Una guerra perpetua o un accordo duraturo.

Mentre la società israeliana contempla le conseguenze di ogni possibile soluzione, la società civile del campo liberale sta promuovendo attivamente un maggiore sostegno israeliano per una risoluzione politica. Le forze democratiche israeliane devono sfruttare l’opportunità derivante dalla tragedia del 7 ottobre per proporre un approccio alternativo, che tenga conto degli imperativi di sicurezza di Israele e si concentri sulla giusta risoluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso un quadro regionale globale.

  • Reef Itzhaki è direttore delle relazioni esterne e governative dell’Istituto Mitvim.

Between Annexation and Political Horizon: Israeli Society at a Crossroads for Conflict Resolution After October 7th

After a decade of conflict management and a dearth of political alternatives, Israeli society is weary of the Netanyahu government’s policies and false concepts regarding the Israeli-Palestinian conflict. While the Israeli government avoids discussing a long-term strategy for the aftermath of the Gaza campaign, the Israeli Liberal Camp has started to formulate a political-diplomatic breakthrough plan, that aims to promote a two-state solution and justly resolve the conflict.

Over the past decade until October 7th, the Israeli-Palestinian conflict has received minimal significant global headlines. Extensive coverage of the conflict occurred mainly during military rounds, such as Operation Protective Edge in 2014 or Operation Guardian of the Walls in 2021. The world’s indifference undoubtedly reinforced the local perception that the conflict is here to stay, affecting both Israelis and Palestinians.

Under the leadership of Netanyahu’s Israeli government, the prevailing approach was to manage the conflict while maintaining security. The central assumption of this approach is that the conflict is unsolvable, and therefore, there is no need to exert effort to resolve it. Instead, resources were invested in managing it, ensuring that the cost borne by Israeli society would not be excessively high. This approach created a false sense of temporary security and control. However, in practice, it fueled a dangerous dynamic of Hamas’s empowerment and the expansion of cycles of violence that compromised Israel’s security.

As Netanyahu’s governments became more radical and messianic, the “conflict management” approach shifted. Rather than advancing a political solution, the government prioritized accelerating settlement construction in the West Bank. Instead of strengthening cooperation with the Palestinian Authority—the security and conflict resolution partner—the government favored bolstering Hamas, the perpetual war partner. Netanyahu even attempted to downplay the Israeli-Palestinian conflict, portraying it as a minor nuisance. He argued that Israel could integrate into the Middle East without resolving the conflict, bypassing Palestinian leadership through normalization processes with Arab countries. All of these, along with the government’s judicial overhaul, have harmed Israel’s national resilience, weakened the country, and undermined its deterrence in the region.

Despite the conflict management approach, there hasn’t been a strong alternative political strategy. Public figures from major center-left parties preferred to avoid presenting a two-state solution due to political concerns. Since Rabin’s assassination, public support for a political horizon leading to two-states reality has declined. The ongoing terror, incitement, and anti-Jewish sentiments in the Palestinian education system, coupled with disappointment from incomplete peace processes, have fueled despair among Israeli society regarding a political resolution to the conflict.

However, the idea of annexation and Jewish supremacy has never gained widespread support among Israeli citizens. In a July 2023, the Mitvim Institute for regional foreign policies in Israel discovered that 36% of Israelis view pursuing a two-state solution as the desired strategy for Israel regarding the Palestinian issue, while 28% support annexing the West Bank and establishing a single state with additional Jewish rights. Despite relatively low support for Israeli-Palestinian peace, the picture changes significantly when regional components are considered. The same survey found that 61% believe Israel should leverage normalization with other countries to promote peace with the Palestinians. This trend of increasing support for normalization-driven peace has persisted since the Abraham Accords were signed.

The Israeli Society After October 7th: from Anger to Hope?

Until that tragic day, Israeli society was on the brink of dissolution. The judicial overhaul faced strong opposition from the liberal camp, which flooded the streets in protest against the erosion of Israel’s democratic core principles. Despite assurances, the “fully right-wing” government struggled to combat the wave of terror within the country and the simmering conflict in the north with Hezbollah, resulting in a diminishing sense of security among Israeli citizens.

However, before October 7th, it appeared that Israel’s strategic position in the Middle East was about to strengthen. The normalization process was reaching its peak, with the anticipated inclusion of Saudi Arabia—the most influential and powerful Muslim state in the world—recognizing Israel. The planned normalization agreement did not impose significant requirements on Israel regarding the establishment of a Palestinian state. Undoubtedly, Netanyahu was on the path to achieving a significant diplomatic milestone, with broad support from the Israeli public. But everything changed after October 7th.

Fifty years after the surprise attack by Arab forces on Yom Kippur in 1973, on October 7th, Hamas carried out the largest massacre against Jews since the Holocaust. For two years, Hamas meticulously plan a detailed operation: capturing as many Jewish towns around Gaza as possible, killing Israeli civilians and soldiers, and abducting hundreds of them into Gaza. Iranian support for Hamas fueled a long-term strategy against Israel, which was carefully shielded from Israeli political and military echelons. Hamas leader Yahya Sinwar aimed to undermine Israel’s normalization talks with Arab countries, claiming that violent incidents in Al-Aqsa and the government’s West Bank policy were catalysts for the massacre.

Shortly after the October 7th tragedy, the words “peace” or “two-state solution” became charged terms in the Israeli public discourse. News of hundreds of Israelis being abducted and thousands of civilians, including elderly, women, and children, being killed shattered trust toward the Palestinians. Simultaneously, a lack of confidence emerged primarily against the government. The era of “time dragging on” for an Israeli-Palestinian resolution had ended on October 7th, and the public shifted toward supporting long-term decisions. For Israelis, the government must urgently restore the lost sense of security and release the hundreds held captive by Hamas.

As the war dragged on without full achievement of its goals, the Israeli public began losing patience. The delay in negotiating the release of captives, heightened insecurity, damage to Israel’s international standing due to the humanitarian crisis, and calls for annexing Gaza by extreme factions within the government pushed many Israelis to the streets. Slowly, Israelis are beginning to realize that their country is standting at a crossroads: annexation or a diplomatic solution. A perpetual war or a lasting agreement.

As Israeli society contemplates the consequences of each direction, civil society within the liberal camp is actively promoting greater Israeli backing for a political resolution. Israel’s democratic forces must capitalize on the opportunity arising from the October 7th tragedy to propose an alternative approach—one that considers Israel’s security imperatives and centers on justly resolving the Israeli-Palestinian conflict through a comprehensive regional framework.

  • Reef Itzhaki is the Director of External and Government Relations at the Mitvim Institute.
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