Carcere: quando fanno notizia i numeri e non le persone

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Photo by Ye Jinghan on Unsplash

Al 10 settembre i morti in carcere per suicidio erano 50.[1] Un numero che dice molto, ma non dice abbastanza del malessere delle persone. Quelle recluse e quelle che vi lavorano.

Hanno fatto comprensibilmente notizia i suicidi di Azzurra, Susan e Andrea nel volger di un ferragosto, ma non fanno notizia i sopravvissuti di un’estate alleata di chi invoca, contro la nostra Costituzione, un carcere punitivo e afflittivo.

Quando la relazione prevale sulla relazione

Ha fatto notizia la visita inattesa del ministro della giustizia al carcere torinese delle Vallette il 12 agosto, ma non fa notizia l’impossibilità per gli 803 educatori di far visita alle 83 persone detenute affidate a ciascuno di loro[2] (è una media sottostimata) secondo una cadenza appena sufficiente per abbozzare un percorso di rieducazione e reinserimento. Così la relazione da scrivere – nell’interesse della persona detenuta – finisce per prevalere sulla relazione da costruire nell’interesse sostanziale.

Fa notizia che un condannato al quale è stato concesso, a norma di legge, un permesso premio si lasci andare in un’intervista a considerazioni che mettono in difficoltà persino il suo difensore e gettano discredito sull’istituto del permesso premiale. Non fa notizia la mole di richieste di benefici che non trovano risposta per l’insufficienza del personale in organico al Tribunale di sorveglianza. A volte succede per assurdo che la liberazione anticipata venga accordata dopo che la persona detenuta ha concluso in carcere per intero l’esecuzione penale prevista dalla sentenza.

Quando il penale è penoso

Fa notizia che una persona detenuta costi alla collettività 164€ al giorno,[3] ma non si dice che i due terzi della cifra vengono assorbiti dalla funzione custodiale del carcere e meno del 10% viene assegnato alla funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione anche per la pena del carcere.

Fa notizia una persona detenuta che, durante un permesso o tornata alla libertà, non regge la condizione di indigenza ed emarginazione e «sbrocca», facendosi o facendo del male. Non fa notizia la folla di segnati dalla malattia mentale che non trovano assistenza e, appena offrono il pretesto con qualche reato anche «bagatellare», vengono «affidati» al carcere accrescendo il loro disagio e moltiplicando quello dell’ambiente che li «accoglie»; solo per toglierli alla nostra vista, non certo perché il carcere sia in grado di dare loro adeguata cura.

Quando il mito della sicurezza produce insicurezza

Fa notizia che il ministro della giustizia ipotizzi un «carcere a due velocità: dietro le sbarre o per chi non si è macchiato di gravi reati nelle caserme dismesse che hanno una struttura compatibile con la reclusione, con muri, garitte, locali chiusi, ma anche ampi spazi aperti per lavoro e sport. Solo per condannati che devono scontare pene brevi per reati bagatellari che non destano allarme sociale» (Il Sole 24 ore, 13 agosto 2023). Non fa notizia che una persona in carcere, a causa del sovraffollamento (58.428 persone detenute per una capienza di 51.206,[4] ma la media non rende ragione delle diffuse situazioni di emergenza cronica), sia costretta a concordare con il compagno di «stanza di pernottamento» la possibilità di camminare sulla superficie residua nelle ore di chiusura (che in alcuni casi, al netto delle ore di «aria», sono 20 al giorno).

L’ipotesi di aumentare i posti disponibili per la carcerazione risponde alla logica ingenua di chi si ostina a chiedere «più carcere e più carceri» perché così si garantirebbe maggiore sicurezza, quando nessun dato oggettivo conferma questa equazione. Anzi. La recidiva di chi esce in libertà direttamente dal carcere supera i due terzi, mentre per chi ha potuto usufruire, almeno per un tratto significativo dell’esecuzione penale, di misure alternative la recidiva scende abbondantemente sotto il 20%. E noi si continua a spendere i soldi del cittadino per alimentare – e ampliare – una risposta al crimine che moltiplica la devianza anziché generare sicurezza.

Quando il sociale è affidato al privato

Nel frattempo si inventano come arrivare a domani le proposte di carcere alternativo (come il CEC dell’Associazione Papa Giovanni XXIII[5] o, per dirne un’altra, la Comunità La Collina[6]) e le proposte alternative al carcere per l’accompagnamento di persone condannate verso il termine dell’esecuzione penale in modo che possano costruire un futuro di autonomia (almeno casa e lavoro) e di reinserimento. Queste esperienze – in gran parte di matrice ecclesiale – sono espressione del privato sociale e si sostengono senza ricevere un solo euro di contribuzione pubblica, impegnata a sprecare il denaro di tutti in un carcere che, così com’è, non restituisce cittadini migliori. È un’ingiustizia, ma ancor prima è pessima amministrazione.

Nonostante il cospicuo capitale investito nella carcerazione, non vengono assicurati alle persone detenute i diritti elementari previsti dallo stesso Ordinamento penitenziario. Chi viene arrestato ad agosto in T-shirt e pantaloncini dovrà affrontare l’inverno con lo stesso abbigliamento, se non ha la fortuna di una famiglia alle spalle (e molti finiscono in carcere, anche se condannati a pene inferiori ai 4 anni, proprio perché non hanno famiglia o domicilio presso cui chiedere la detenzione domiciliare) e se non fosse per la generosità dei volontari (a spese loro). L’Amministrazione è tenuta a fornire il materiale di cartoleria necessario alla corrispondenza, ma non assicura nemmeno la penna necessaria a compilare la «domandina» per chiedere la penna! Né tanto meno la busta e il francobollo. Ma neppure la carta. Perfino quella igienica è insufficiente.

Per non dire del lavoro, che garantirebbe un minimo di risorse per le spese del «sopravvitto». E così si assiste a gesti disperati di autolesionismo (tagli, ingestione di batterie, tentati suicidi…) per ottenere un minimo di attenzione e di ascolto; non ancora risposta.

Quando l’assurdo diventa norma

C’è una situazione (in realtà sono tante) nella quale il «sistema penale» italiano – orientato dalla Costituzione al reinserimento – mostra la sua inconsistenza paradossale per non dire assurdità. Quando un imputato ha trascorso in carcere il tempo massimo previsto per la custodia cautelare (non parliamo dell’uso «disinvolto» di questa eccezione a discapito di chi è presunto innocente) e torna alla libertà; riesce a trovare un lavoro, a procurarsi un domicilio, a «metter su» famiglia alla quale promette un futuro; e poi, magari dopo dieci anni, lo raggiunge la condanna definitiva deve andare in carcere, bruciando tutto quanto fin qui costruito, esattamente per ricostruire – con l’«aiuto» del carcere – quel «reinserimento» ottenuto con la sua sola buona volontà.

Assurdo? Sì, ma frequente.

Quando la responsabilità è impegno di tutti

Noi cappellani non vogliamo essere confinati nel ruolo di chi «disinfetta la mannaia del boia» e tanto meno nella perversione di chi «benedice la forca». Non vogliamo nemmeno limitarci a supplire, insieme alla generosa folla dei volontari, alle inadempienze dell’Amministrazione penitenziaria o alle falle del sistema penale. Chiediamo che il carcere costituisca un’assunzione di responsabilità: da parte del reo e da parte della società «civile», anche nei confronti delle vittime dirette e indirette.

La sentenza emessa in nome del popolo italiano non è uno scarico di responsabilità: «Te la sei cercata, adesso arrangiati a venirne fuori». Non si insegna ad assumersi le responsabilità in un sistema penitenziario che chiede solo ossequio e sottomissione, che infantilizza a cominciare dal linguaggio e deresponsabilizza a cominciare dalle «buone» prassi.

La sentenza emessa in nome del popolo italiano è un’assunzione di responsabilità anche da parte di quel popolo del quale tutti siamo parte (anche il condannato e ancor più le vittime) nella maturità umana e civile di chi sa che rispondere al male con altro male moltiplica il male senza altri effetti magici proclamati da una propaganda «ignorante».

Non ci riconosciamo in quel progetto – sociale o ecclesiale – che affida alla società civile la giustizia riservando la misericordia alle «anime belle» che sappiano dare qualcosa in più.

Noi siamo convinti che non c’è misericordia sanante senza giustizia, ma nemmeno giustizia efficace senza misericordia, senza compiere i passi necessari per portare il «cuore» anche delle istituzioni presso i «miseri» (miseri-cor) che hanno immiserito con il reato la propria e altrui umanità.

Ci riconosciamo in una società civile e matura che risponde al male con un progetto di bene, laborioso per il colpevole e non meno per la società, perché vi riconosciamo il sapore del Vangelo. In questa direzione siamo pronti ad assumerci la nostra responsabilità verso le vittime, verso i condannati e verso le persone che prestano servizio professionale alla giustizia.

Non vogliamo fare notizia, vogliamo semplicemente prenderci cura delle persone.

In carcere non c’è mai silenzio. Fuori c’è troppo silenzio sul carcere.

Alcuni cappellani e Cappellanie dell’Emilia Romagna e Marche,
Referenti e consacrate della Pastorale carceraria USMI


[1] http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/
[2] https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/personale/
[3] https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/costi-bilanci/
[4] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST442882
[5] https://www.apg23.org/it/carcere_realta_cec/
[6] https://www.comunitalacollina.org/

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Un commento

  1. Sandro Cominardi 15 settembre 2023

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