
C’è già tutto nella pre-title sequence. Una donna di mezz’età, robusta ed energica, lavora a un cancello di ferro sgangherato del cortile di casa: ne controlla l’aggancio, lo riallinea all’inferriata sistemandolo sui cardini, lo blocca in posizione puntellandolo con dei travetti, usa con destrezza il flessibile per apportare le necessarie modifiche, lo sistema infine sui cardini, toglie i travetti e ne saggia la giusta scorrevolezza. Pochi gesti di mani abituate a sistemare quel che gira storto senza domandarsi di chi sia compito, senza dipendere dall’aiuto di altri (altrimenti farebbe a meno dei travetti), una bella intelligenza pratica.
Non si tratta solo di una metafora, come evidentemente è, perché, anche senza andare in Iran, molte di noi emancipatissime donne occidentali comunque rispettiamo le attribuzioni di genere che ci fanno manovrare ferro da stiro e aspirapolvere, ma ci tengono lontane da trapano e martello.
In effetti Sara, protagonista del film documentario «Cutting through rocks», per la regia di Mohammad Reza Eyni e Sara Khaki, ha imparato a far di tutto da suo padre, che avrebbe voluto un figlio maschio. Da lui ha imparato anche ad andare in moto, cosa che ama moltissimo per il senso di libertà che ne guadagna. Del resto, Sara ha bisogno di spostarsi in autonomia, di giorno e di notte, perché è un’ostetrica molto stimata che ha fatto nascere tutti i bambini del suo villaggio, in una regione sperduta semidesertica dell’Iran Nord occidentale. Un’ostetrica che sa usare anche il flessibile: chi la ferma più?

Sara è la prima donna a essere eletta nel Consiglio comunale del suo villaggio e la sua storia è avvincente come fiction, ma fiction non è: in Iran le donne non hanno perso il diritto di voto, da quando lo hanno acquisito nel 1963, solo sono scoraggiate o impedite in mille modi dall’esercitarlo. Sara ha il vantaggio di non avere figli e di essere da tempo divorziata (certo che in Iran le donne possono divorziare, anche chiedendo il divorzio di loro iniziativa, solo è più difficile per loro ottenerlo che per gli uomini): si tratta di un vantaggio a tutti gli effetti, perché questa sua condizione le consente libertà di movimento e di azione.
Ed è per questa sua condizione particolare che può decidere di candidarsi e di fare campagna elettorale porta a porta: pare che tutti, anche molti uomini del suo villaggio, le riconoscano questa eccezionalità e, in qualche modo, la accettino, tanto che viene eletta col più altro numero di voti. Forse questa è una storia possibile, e vera, proprio perché periferica, legata alla cerchia delle persone che si conoscono e si controllano, che possono esercitare le loro scelte fuori dalle durezze ideologiche predicate nelle città importanti.

Non che manchino gli ostacoli e i pregiudizi nel percorso di Sara. Le si obietta di essere poco femminile (perché mai non si trucca?), non le si vuole consegnare «il timbro», che rappresenta concretamente la possibilità di ufficializzare gli atti e che gli anziani vogliono per sé, mentre la norma vorrebbe fosse prerogativa di chi ha avuto più voti (ma le due cose normalmente coincidono).
Sara tira dritto. Continua a portare i pantaloni sotto la tunica e un cappellino di foggia militare sopra il velo (perché in moto, dice, le fa stare a posto il velo) e si tiene ostinatamente il «timbro» del potere con cui si prende le sue responsabilità con audacia e ostinazione. Come quando riesce a portare in paese la fornitura del gas, ma vincola l’allacciamento alla regolarizzazione dell’atto di proprietà di ogni casa, rifiutandosi di procedere se la casa non viene cointestata anche alla moglie.
Sara è consapevole di essere un’eccezione e sa che occorre uscire dall’eccezionalità per poter cambiare qualcosa. Quando l’insegnante della scuola femminile la chiama a parlare alle sue alunne, Sara riesce a convincerle tutte a non accettare il matrimonio prima di aver concluso almeno la scuola superiore, e le ragazze firmano su questo addirittura un impegno scritto, naturalmente vincolante solo per la loro coscienza.

Eppure, a una verifica successiva, risulta che solo cinque ragazze non sono ancora sposate alla fine del percorso di studi e hanno avuto il diploma. Così anche quando Sara accoglie in casa sua una ragazza che non vuole più stare col marito anziano impostole dalla famiglia, cerca di insegnarle tutto quello che sa, dal guidare una moto al gestire le diverse fasi della gravidanza e del parto, ma la giovane, appena ottenuto (a fatica) il divorzio, si lascia subito convincere dalla sua famiglia a un nuovo matrimonio. Ad andar bene, due passi avanti e uno indietro.
Non è facile scalfire la roccia.
Tra le azioni messe in atto per fermare Sara, una risulta particolarmente significativa, oltre che odiosa. Qualcuno deve aver insinuato il sospetto che Sara sia in realtà un uomo, per cui viene convocata in città, in tribunale, per essere sottoposta ad esami clinici che ne confermino l’identità femminile: le si propone, nel caso, una transizione (certo, in Iran si può anche fare la transizione di genere). La donna accetta di sottoporsi a quella che ritiene un’umiliazione e vede infine confermata la propria femminilità (non sarebbe così, forse, se si trattasse di una fiction). Ma capisce una volta di più quanto sia difficile scalfire la roccia. E decide di procedere per piccoli passi, laddove quelli più audaci spesso falliscono.
Forse non si tratta propriamente di un happy ending, ma è bellissima la scena conclusiva in cui Sara organizza una gita in moto con le cinque ragazze che ancora si sono salvate da un matrimonio precoce, dopo aver chiesto il permesso ai loro genitori e aver ottenuto le cinque moto dagli uomini di famiglia. I veli delle giovani svolazzano assaporando la libertà di muoversi dentro un paesaggio incredibilmente povero e incredibilmente bello, fatto dei colori della terra e delle linee dei tratturi che l’attraversano.

Il lavoro dei registi non porta traccia di compiacimento alcuno, non conosce vittimismi, è essenziale e antiretorico in tutto, nella vicenda come nelle immagini. Non c’è ripresa che non obbedisca a una necessità espressiva e che non sia intimamente poetica: dal cancello sgangherato dell’inizio, al lavaggio dell’amato scooter con acqua saponata a quegli interni di povere case, filtrati da vetri impolverati dalla sabbia desertica, che potrebbero essere di qualunque epoca storica se non fosse la luce riflessa dei cellulari a segnarne la contemporaneità.
Come lo splendido film di Jafar Panahi «Un semplice incidente» (Palma D’Oro 2025) per l’ardua questione della giustizia e della vendetta, anche «Cutting through rocks» riesce ad affrontare un tema di scottante attualità in modo insieme semplice e profondo, senza morbosità e senza eccessi, con scelte estetiche di grande qualità che ne rafforzano la sostanza etica.
Dal cinema iraniano c’è qualcosa da imparare.





