Dio delle nostre figlie

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Il contraltare de Il Dio dei nostri padri, volume di grande popolarità? L’idea è venuta a Rosanna Virgili, sposata, laureata in Lettere e Filosofia, licenziata in Scienze bibliche al Pontificio Istituto Biblico di Roma, docente di Esegesi presso l’Istituto Teologico Marchigiano, ricercata conferenziera e autrice di vari volumi di commento ai Vangeli, alle Lettere paoline e agli Scritti profetici (spesso in collaborazione con altre esegete).

L’inizio delle parole

La prima parte del volume è dedicata all’inizio delle parole (Genesi ed Esodo, pp. 11-60).

Virgili si è ribellata all’idea che il Dio dei cristiani sia percepito come un dio guerriero, molto «maschile», autore di numerose imprese belliche, origine di genealogie di re e di uomini potenti in opere e parole a favore del suo popolo Israele.

Con un volo aggraziato e affascinante, leggero ma profondo, ella sorvola tutta la biblioteca biblica alla ricerca e alla messa in luce delle figure femminili che scopre avere un ruolo molto importante – spesso decisivo – per la prosecuzione dell’esistenza di Israele e il compimento del piano salvifico di Dio.

Molti dei capitoletti scritti da Virgili sono accompagnati dal testo di poesie e di canzoni di cantautori che integrano in maniera lirica splendida ciò che vien detto in prosa dall’autrice.

YHWH trasmette la vita e la continuità storica attraverso l’accoglienza della sua parola e della sua grazia da parte di donne in ascolto, intelligenti, operose, coraggiose, aperte alla vita. Sono donne che generano vita, la custodiscono con amore e grande sensibilità d’animo, che sfruttano la loro femminilità per scongiurare guerre, risolverle a favore di Israele, raggiungere la verità delle cose e il ristabilimento della giustizia loro negata. Sono strumenti profetici di smascheramento di falsità e di doppiezza di vita, non poche volte annidata proprio negli strati alti della società civile, militare e anche religiosa del proprio popolo.

Eva genera vita ed è curiosa, viola le regole ma fa proseguire la discendenza. Naama è la moglie silente di Noè, mentre numerose sono le donne dei «padroni» Abramo e Isacco: Sara, Agar e Keturà. Sara è una moglie senza remore, che velocizza il compimento della promessa di Dio, nel mentre che sfrutta la propria schiava Agar. Quest’ultima è però protetta e salvata insieme al figlioletto Ismaele nel deserto inospitale ma che offre anche una sorgente d’acqua provvidenziale.

Dopo Keturà, altra moglie di Abramo, sorgono Rebecca, Rachele e Lia, «madri di Israele». YHWH si rivela essere il Dio delle figlie.

Rebecca non è succube, ma sceglie liberamente di andare con il suo sposo, lontana dalla casa del padre.

Rachele si innamora di Giacobbe, che dovrà sposerà anche Lea, dagli occhi smorti… Non mancheranno aspre lotte e divisioni nella discendenza, ma il primo figlio di Rachele, Giuseppe, salverà tutta la famiglia dalla morte per fame.

Nell’Antico Testamento le donne non sono padrone del proprio corpo, che appartiene invece al padre (talvolta anche al fratello maggiore) e, dopo il matrimonio, al marito. Ma le cose possono cambiare, sostiene Virgili.

Nella Bibbia sono registrate anche relazioni pericolose. Sichem violenta Dina (cf. Gen 34) e la tribù di Beniamino sarà quasi ridotta all’estinzione a causa della vendetta attuata dalle altre tribù.

Una storia a luci rosse e nere: le figlie di Lot incorrono nell’incesto (cf. Gen 19,31-36), ma è l’unico modo per far proseguire la discendenza, anche se Ammon e Moab saranno nemici storici di Israele. Dio è dalla parte delle figlie, in ogni caso.

Un altro incesto lo compie scientemente Tamar (cf. Gen 34), travestita da prostituta, per aver giustizia del matrimonio e della maternità a lei negati proditoriamente dal cognato Giuda.

Il futuro viene dalle figlie. I figli di Giacobbe sono dodici, ma il futuro viene dalle figlie, da 13 «madri» di Israele. Perché Mosè possa sopravvivere ha bisogno di tredici donne: le levatrici Sifra («Bellezza») e Pua («Splendore»), la madre Iochebed e la sorella Miriam, la figlia di Faraone – chiamata Bithya nel Midrash Shemot Rabbà, 18 – e la sua ancella, le sette sorelle figlie di Iietro, di cui Zippora diventerà la moglie di Mosè (cf. Es 1–2).

Le figlie della terra

Il sorvolo di Virgili si concentra nella seconda parte del volume sulle Figlie della terra (pp. 61-136). Storia di giudici, re e regine.

Splendide e tragicamente attualissime sono le riflessioni sulla terra bella e spaziosa di Israele. Non sono risparmiate stoccate feroci all’attuale establishment israeliano.

La prostituta Rachab accoglie e mette in salvo a Gerico le due spie israelite mandate in avanscoperta a esplorare il paese (cf. Gs 2). Con fede riconosce la grandezza dell’opera di YHWH per il suo popolo liberato dall’Egitto. Ella troverà salvezza, grazie a una strisciolina rossa di stoffa lasciata penzolare dalla sua casa posta sulle mura della città.

Terra donata o conquistata? È una terra data a Israele in usufrutto, non in proprietà, mai con una promessa incondizionata. Una terra dove si dovrà convivere con altre popolazioni già residenti e non distrutte da YHWH… Ricordiamo che YHWH afferma con chiarezza: «La terra è mia» (Lv 25,23). Parole che fanno rizzare le orecchie ai nostri giorni ai «padri padroni» genocidari contro i quali Virgili ha parole molto chiare e dirette, menzionati con nome e cognome.

Israele è terra donata e conquistata insieme – molto importanti le pp. 65-70 –, terra dove scorre il miele della giudice Debora («Ape») e il latte con cui la coraggiosa Giaele uccide con astuzia e seduzione femminile il generale nemico Sisara (cf. Gdc 4). Aspetta in apprensione la madre del generale, incollata alla finestra di casa e sostenuta dalla consolazione inutile della famiglia, ma il figlio non tornerà più, ucciso da una «debole» donna… (cf. Gdc 5).

Gioventù bruciata è quella della figlia del giudice Iefte (cf. Gdc 11), megalomane guerriero, che cerca di compensare con spregiudicate imprese belliche la sua nascita da una prostituta, con conseguente emarginazione familiare. Improvvido e insensato il suo voto fatto a Dio. La prima persona a uscire di casa e venirgli incontro è la figlia, e questa deve venire uccisa, dopo aver vagato per il deserto con le amiche a piangere la verginità e la vita perdute.

Orrenda la storiaccia della moglie del levita (Gdc 19). Violentata e uccisa dai sichemiti, è smembrata dal marito in dodici pezzi inviati alle tribù perché la vendichino. La tribù di Beniamino minaccia di scomparire e allora essa dovrà compiere il ratto delle vergini di Silo (Gdc 21) – figlie che ridonano la vita – per compensare la mancanza di ragazze giovani da sposare, morte nella tragica vendetta subita. Le altre tribù avevano infatti giurato di non dare le loro figlie in moglie ai superstiti di tale orrenda nefandezza, mai sentita in Israele!

Avvincente la storia di Rut (l’«amica»), nella quale la pagana moabita – che, va ricordato, non avrebbe potuto entrare nelle tribù di Israele neppure alla decima generazione!, Dt 23,4 – si «incolla» (dabaq) alla suocera Noemi («Dolcezza») e genera Obed, il nonno di Davide. Rut incontra infatti provvidenzialmente il redentore Booz che unisce in modo un po’ forzato il diritto del riscatto dei beni e delle persone perdute o vendute per necessità all’istituto giuridico del levirato. L’amore di due donne fa proseguire la storia. Rut «incollata» a Noemi può così essere riscattata e sposata dal secondo redentore in lista. Provvidenza di YHWH certamente, ma non manca l’intraprendenza femminile altamente seducente della sinuosa ragazza profumata nella notte sull’aia durante la raccolta dell’orzo… Notte magica.

I libri di Samuele e dei Re offrono una galleria di protagoniste femminili. Donne e troni si intrecciano.

Inconsolabile è il pianto di Anna nel santuario di Silo (1Sam 1–2). Perché piangi?, le domanda ingenuo il marito Elkanà. Ma lui non può compensare col suo amore la mancanza di figli e l’irrisione continua subita da Anna da parte di Peninnà, seconda moglie di Elkanà. Giudicando Anna ubriaca, il sacerdote Eli fa la sua non rara figura barbina tipica dei preti, ma, alla fine, la benedice ed ella partorirà il grande profeta Samuele.

La moglie di Finees partorisce senza gioia il figlio Icabod («Senza gloria») (1Sam 4).

Mical è la figlia di un re minore, Saul. Sposata per amore verso Davide, finirà amaramente la sua esistenza senza figli per averlo disprezzato mentre danzava mezzo nudo davanti all’arca di YHWH. La loro storia è un amarsi senza capirsi (cf. 1Sam 18–19; 2Sam 6).

Abigàil è la precettrice, la moglie saggia e previdente di un uomo completamente stupido, Nabal («Stupido»). Omen nomen. Con perspicacia tutta femminile, ella copre di donativi alimentari Davide che aveva protetto in modo un po’ mafioso le greggi del marito e ne diventerà la moglie – una delle tante – dopo la morte per infarto dello stolto Nabal (cf. 1Sam 25).

La pitonessa di Endor (1Sam 28) è la donna del disperato. Il re Saul le comanda di evocare il defunto profeta Samuele, per avere consigli da YHWH sul suo futuro. La donna lo accontenta, e gli offre anche da mangiare pane e carne per la sua debolezza mortale. Tutto finirà però di lì a poco, con l’uccisione (o il suicidio) di Saul sul monte Gelboe (cf. 1Sam 31).

Quello di Betsabea, moglie di Uria l’Hittita, è un amore rubato (2Sam 11–12). Carpito con la violenza da un re soverchiato dalla perversa accidia pomeridiana che lo rende un rapinatore sessuale senza morale, che arriverà all’inganno e all’assassinio di Uria, suo fedele e onesto ufficiale impegnato in guerra.

Il capriccio di un attimo è anche quello che coglie Ammon, che violenta la sorella Tamar, anch’essa generata da Davide (cf. 2Sam 13). L’incesto condanna Tamar a una vita miseranda, ritirata, destinata alla solitudine e alla privazione delle gioie della sponsalità e della maternità. Ammon la possiede con violenza e subito dopo la odia dal profondo del cuore. Incesto e amore drogato, uguale a quello degli orrendi femminicidi del nostro tempo.

Nel periodo monarchico ci sono, però, anche delle maestre di giustizia.

Con una bella parabola (cf. 2Sam 14), la donna saggia di Tekoa riesce a convincere Davide a far tornare a corte il figlio ribelle Assalonne, evitando di diventare omicida e privo di discendenza. Il re impara la lezione dalla donna saggia, ma il suo generale Ioab farà finire la storia in maniera ben più tragica (cf. 2Sam 18,9-18).

La concubina Rispa («Brace») veglia e protegge notte e giorno con un telo per tutti i mesi estivi i cadaveri dei setti uomini impiccati – fra i quali due suoi figli –, perché gli animali non li divorassero (cf. 2Sam 21).

Anche fra due prostitute ci può essere una piena d’amore, che lascia all’avversaria il figlio suo purché non sia tagliato a metà dal re Salomone (cf. 1Re 3).

Dai padri alle madri; dai figli alle figlie

Nella terza parte della sua opera (pp. 137-164: «Dai padri alle madri; dai figli alle figlie»), l’autrice passa in rassegna con maestria e leggerezza le immagini e le metafore femminili presenti nei libri profetici. Esse diventano parabole viventi dell’infedeltà del popolo di Israele nei confronti di YHWH, che però riesce a recuperare la situazione.

Con riferimento a Gerusalemme e a Samaria, si mostra come la salvezza venga dalle figlie.

Il libro di Osea spalanca la lingua del cuore. Il profeta deve sposare la prostituta Gomer, che verrà recuperata con immenso amore da YHWH. Questi le rifarà la verginità. Il verbo impiegato per dire «Ti farò mia sposa» (cf. Os 2,21.22) si riferisce, infatti, al primo momento del matrimonio ebraico stipulato in due tempi, quello del fidanzamento ufficiale, in cui si presume che la ragazza sia vergine…

Le figlie di Gerusalemme, insuperbite e ribelli, vedranno i loro monili e ornamenti vari ridotti a marciume (Is 3).

Invece di uva, la vigna amata e curata produce acini acerbi (Is 5,1-7).

Ger 8; 9; 15 con Lam 1–3 piangono sull’orrore in cui è ridotta la figlia di YHWH, il suo popolo. E questo a causa proprio dei suoi uomini, a cominciare dai padri sino a quelli attuali. «Il Dio che ha fatto di Geremia il profeta di verità non è il Dio dei padri ma quello della figlia, della Gerusalemme ferita nel presente a causa dei delitti dei padri che, nella visione profetica, si proietta in una nuova integrità che accadrà nel futuro» (p. 150).

Il paragrafo si chiude con una nota sul protagonismo femminile nelle proteste proPal dilagate nelle università americane.

Ezechiele tratteggia l’amore appassionato di YHWH per Israele. Tutta la storia in una parabola. La sua è la storia di una bambina abbandonata. La bambina è raccolta, curata, amata e perdonata dopo le sue scelte sbagliate. Arrossirà quando YHWH l’avrà perdonata… (cf. Ez 16,20).

Madri perdenti … e figlie vincenti

La quarta parte del libro (pp. 165-184) ci presenta madri perdenti… e figlie vincenti. Si tratta di Giuditta e di altre donne.

Siamo nel tempo del postesilico. «Mentre i profeti come Daniele si pongono ormai in una prospettiva apocalittica (ed escatologica) – scrive l’autrice –, le donne continuano a interpretare gli eventi contemporanei con la forza della parola della fede e l’esortazione morale a mutare direzione per restare vivi nella storia. La profezia femminile sarà interpretata da madri e figlie: l’aspetto materno maturerà nella visione escatologica e quella filiale sarà confermata nella storia. Questi due aspetti non potranno mai essere separati nemmeno nel Nuovo Testamento, dove tutto comincia con la “figlia” Maria e “madre” di un Dio-Figlio. Evento che immetterà nel corpo della storia l’anima escatologica» (pp. 166-167).

2Mac 7 presenta l’intrepida madre dei sette martiri maccabei, piena di forza e di fede nella risurrezione dei figli straziati dall’oppressore ellenista.

La ricca e avvenente vedova Giuditta salva il suo villaggio Betulia, ultimo argine contro l’invasione assira dell’intera Giudea. Ella è saggia, intelligente e fornita di fede indefettibile nella protezione di YHWH. Non pretende di ipotecare i piani del Signore, come intendono fare gli anziani della città, imponendo a lui un numero di giorni entro cui salvarla dal feroce nemico. La sua non è una fede superficiale. Giuditta – quasi mai ricordata nella liturgia cattolica – sfrutta la sua astuzia e bellezza seducente per decapitare il capo di stato maggiore dell’esercito assiro nemico, il generale Oloferne. La città è salva e la vita di Israele può continuare. Una bella fiaba, probabilmente…, annota Virgili.

Ester («Stella») è una stella tra le figlie. La sua audacia è grande. Sfida il re Assuero con la sua comparsa a corte pur non invitata. Ella salverà il suo popolo dal disegno genocidario di Amàn, che finirà impiccato sullo stesso palo impiantato per uccidere Mardocheo.

Susanna («Giglio») vive una storia di riscatto, ribellandosi alle voglie lussuriose dei due vecchioni. La sua parola contro quella di due venerandi anziani, marci dentro. Il giovinetto Daniele la salva, con lo spirito profetico donatogli da YHWH (cf. Dn 13).

La Sapienza e le sue figlie

Nella quinta parte della sua fatica (pp. 185-224) la studiosa si accosta ai Libri poetici e sapienziali. Entrano in campo la Sapienza e le sue figlie.

Alla scuola di «donna Sapienza» si impara l’arte di custodire la vita. La donna non solo forma e sviluppa la vita fisica delle creature, ma anche quella mentale e morale. La madre allatta i suoi figli e li fa crescere col suo stesso corpo. Bevendo il latte materno, il figlio impara una cosa essenziale: che la vita viene dal corpo dell’altro. Ma insieme al latte, la madre ebrea insegna la sapienza, che è l’arte di custodire la vita. «La madre ispira i pilastri della vita stessa – ricorda l’autrice –: la gratitudine, poiché la vita è un dono, e la solidarietà, perché nessuno può vivere solo al mondo. La tavola della madre è infatti imbandita per tanti figli, per tutti i figli. È una tavola condivisa. La maternità è la scuola della gratitudine e della fraternità/sororità» (p. 185).

Con la figura femminile sempre da protagonista, Sir 36 esalta la bontà della bellezza; il Sal 128 canta il calore dell’intimità della casa; Sap 7 delinea la ricchezza della Sapienza, la sposa del re Salomone, che la chiede con fede a YHWH.

«Donna Sapienza» si oppone a «Donna Follia (Pr 9), irrequieta, sciocca e ignorante, che seduce l’inesperto e lo attrae ad acque furtive promesse come più dolci, ma che nascondono il gorgo che trascina nel profondo del regno dei morti.

Pr 31 elogia le figlie eccellenti. La donna accorta, laboriosa, ricca ma aperta alla carità verso i poveri, si dimostra essere padrona della sua casa, manager dei suoi affari, multitasking. Di giorno e di notte non fa mancare niente ai suoi cari, mentre rimane aperta alle fasce più deboli della società.

La Sapienza, creata da Dio e instillata nel cosmo, giocherella su di esso per far gioire il Signore. Essa è generata proprio per creare (cf. Pr 8,22-31).

Gb 1–2;42 porta alla luce la moglie di Giobbe, disincantata e sarcastica nei confronti del marito ricoperto di piaghe. Ella invita a maledire Dio, pensato come origine diretta del male, in una religiosità fondata su un monoteismo rigido che non conosce cause seconde. Le figlie avute da Giobbe dopo il ristabilimento della giustizia saranno bellissime e migliori della madre, e per la prima volta saranno ricordate per nome («Colomba», «Cassia», «Argentea») come destinatarie dell’eredità del padre in parti uguali ai figli. Una novità unica nella Bibbia…

Stupendo è il lungo capitolo che Virgili dedica al Cantico dei Cantici (pp. 206-222). È il Cantico della forza dell’amore, in cui si amalgamano armonia e bellezza. Un vero e proprio commentario sintetico.

Con delicata sensibilità femminile e sponsale l’autrice ripercorre i cantici d’amore evidenziando la bellezza dell’amata, le porte dei sensi coinvolti, sul filo della voce, una voce di gioia… I sensi e i movimenti affettivi e fisici implicati sono la vista, che elogia la bellezza e l’unicità della figura dell’amato; il desiderio sessuale; il tatto; l’abbandono e l’abbraccio. Sono pagine splendide, scritte dall’autrice con estrema finezza, espressione di una vita vissuta.

Il volo di un angelo

La sesta parte del volume (pp. 225-281) è dedicata al Nuovo Testamento. Un volo d’angelo, che da Nazareth arriva sino alla Gerusalemme celeste.

Si rinasce dalle donne, perché nulla è impossibile a Dio.

Elisabetta, la madre levita, dà carne a Giovanni Battista, ciò che resta di Israele. Maria, l’adolescente di Nazareth, è aperta al disegno di Dio. Le due donne si incontrano nella corsa e nella danza del nascituro. La figlia innalza il suo cantico (Magnificat, Lc 1,46-55), che presenta un aspetto contemplativo, «estetico», imprescindibile da quello etico. «La piccola, l’umile, quella che sta nel cavo di una mano, evade in canto di sconfinamento, nell’infinito cielo di Dio» (p. 233). Maria darà alla luce Gesù, vero uomo e vero Figlio di Dio, l’evento escatologico decisivo per le sorti dell’uomo e del cosmo.

Maria di Magdala, Giovanna e Susanna sono donne diacone (cf. Lc 8,1-3, diakonein). Il loro servizio non è solo il supporto materiale ed economico offerto a Gesù e ai Dodici, ma vera partecipazione al ministero di annuncio del vangelo. Questo è lampante nelle pagine paoline commentate dall’autrice alla fine del libro.

Le figlie di Gerusalemme (Lc 23-24; Mc 16; Mt 28) amarono Gesù fino alla fine, mentre i suoi apostoli fuggirono tutti (eccetto il Discepolo Amato, presente sotto la croce secondo il Vangelo di Giovanni). Le donne che si recano al sepolcro sono figlie della risurrezione. «Il Signore è con loro, con queste figlie della cura e della memoria, con queste artefici del futuro della Chiesa. Sarà il loro racconto la prima testimonianza del Risorto, “documento” essenziale per chi in seguito porrà mano a scrivere il vangelo (cf. Lc 1,1-3)» (p. 240).

Ci sono figli e cagnolini. La donna siro-fenicia (cf. Mc 7) è intrepida, coraggiosa e piena di fede. Con la fede e l’amore per la sua bimba «converte» anche Gesù. I «cagnolini» pagani possono ben sfamarsi con le briciole che cadono dalla tavola dei figli (Mc 7,28)/dei loro padroni (Mt 15,27).

Mc 5 riporta un «racconto intercalato» (o a «sandwich», terminologia che personalmente non impiego mai) in cui due donne recuperano la loro vita. C’è un sangue che va perduto per nulla, quella dell’emorroissa, che soffre in modo inguaribile da dodici anni. Sono gli stessi anni della figlia di Giairo, uno dei capi della sinagoga. Essi indicano che la figlioletta/bambina/ragazza è pronta per le nozze e la maternità ma che invece si sta spegnendo nel suo letto. L’Israele antico e quello nuovo ricevono vita dall’incontro con Gesù («e datele da mangiare», si preoccupa di ricordare Gesù ai genitori…).

Lc 7,11-18 narra l’incontro nel villaggio di Naim del corteo festivo di Gesù e dei suoi discepoli con quello funebre della madre vedova che porta al cimitero il suo unico figlio, l’unico sostentamento della sua vecchiaia. Gesù si commuove, si ferma, tocca la barella, rivivifica il ragazzo. «Col suo gesto Gesù non fece risorgere soltanto il figlio ma prima ancora la madre: fu per vederla sorridere che fece tutto ciò», è lo splendido cammeo di commento dell’autrice.

La prostituita in casa del fariseo (cf. Lc 7,36-50) riempie la casa col profumo dei capelli. È perdonata e salvata perché ha molto amato, con grande fede.

Con lo splendido racconto di Gesù che incontra la Samaritana dopo aver volutamente deciso di passare per la Samaria, raggiungiamo uno dei vertici del Vangelo giovanneo (cf. Gv 4). Gesù parla con la donna, la ascolta, non la disprezza, le mostra la sua fragilità, la porta con delicatezza su piani discorsivi sempre più profondi, per raggiungere la verità del suo desiderio e farle incontrare l’acqua viva della sua parola che sola potrà spegnere la sete del suo desiderio e la renderà testimone presso i suoi compaesani. In Gesù si può incontrare Dio, il Padre, in ogni luogo, anche fuori del tempio, nell’intimità di un cuore che accoglie la parola di rivelazione sminuzzata e attualizzata dallo Spirito. Gesù è il Messia, il salvatore del mondo. Sicar diventa il luogo dell’alleanza definitiva promessa da YHWH a Giacobbe.

Alla donna sorpresa in flagrante adulterio (Gv 8,1-11) – e il fedifrago uomo dov’è? – Gesù perdona non solo il passato, ma dona un futuro. Non la condanna, ma le apre una strada di verità, di libertà, di desiderio assecondato in modo positivo e vitale.

Marta e Maria di Betania (cf. Gv 11,1-44)) professano la loro fede in Gesù risurrezione e vita, e la rivivificazione del fratello Lazzaro è anche merito delle loro lacrime. Un dolore che dà vita…

Maria di Betania (cf. Gv 12,1-11), redarguita da Giuda – ma anche dai «discepoli», Mt 26,8-9; da «alcuni», Mc 14,4-5 – per lo spreco del guadagno di un anno di lavoro buttato via per trecento grammi di puro nardo versato sui piedi di Gesù, viene difesa e lodata da Gesù. L’«indispensabile superfluo» è il bel titolo dato dall’autrice al capitoletto. Maria unge in anticipo il corpo di Gesù che va a morire. E a Giuda, che vede già in Gesù un morto che cammina dal prezzo massimo di uno schiavo morto per l’incornata di un bue – trenta sicli (Es 21,3) –, Gesù ribatte che Maria ha fatto bene. Schiavi e poveri da rimborsare ce ne saranno sempre, non sempre invece il Servo per eccellenza, il Servo di Dio, sarà in mezzo a loro.

Il gesto di Maria viene ripreso dal maestro, all’ultima Cena, con lavanda dei piedi, compito di uno schiavo non ebreo. «Il Figlio della risurrezione – commenta Virgili – è il Dio di Maria di Betania, il Dio delle nostre figlie, prima ancora di diventare quello di Pietro, del discepolo amato e di tutti gli amati da Dio» (p. 267).

Paolo e Apocalisse

Paolo non è per nulla il grande misogino di cui si parla a vanvera da secoli. Egli si è circondato da numerosi collaboratori/colleghi (così traduce l’autrice) – una cinquantina circa – fra cui molte donne che egli talvolta ricorda espressamente per nome. Le donne potevano profetizzare in assemblea (cf. 1Cor 11,5) e non si vede perché debbano tacere (cf. 1Cor 14,34-35) e non insegnare (cf. 1Tm 2,12, ma la lettera è tritopaolina, della fine del I secolo, ispirata, canonica, ma non autoriale di Paolo!). La mia opinione – formatasi da altre letture, ma non menzionata dall’autrice – è che probabilmente Paolo volesse impedire che le donne rimbeccassero pubblicamente i mariti in una assemblea pubblica.

In 1Cor 7,25.34 suggerisce che la vocazione di una donna può essere anche quella al nubilato.

Nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani (Rm 16) Paolo cita nove donne, nove colonne della Chiesa, secondo Virgili. Esse sono spesso denominate come synergoi/collaboratrici/colleghe.

C’è Febe, diacona (diakonos, Rm 16,1) a Cencre-Corinto, impegnata non solo come ospite e sostenitrice degli evangelizzatori (prostatis) ma diakonos, impegnata nel ministero di evangelizzazione. Questa unica «diacona» del Nuovo Testamento è sparita nella traduzione CEI del 2008! La sua memoria liturgica, il 3 settembre, è stata sostituita da quella di elezione a papa di san Gregorio Magno (memoria inizialmente celebrata il giorno della sua morte il 12 marzo). Queste osservazioni sono pescate da Virgili in un articolo di Phyllis Zagano, studiosa del diaconato femminile, pubblicato il 17 agosto 2025 sull’Irish Times e disponibile sul web in traduzione italiana. Così Febe è stata oscurata nel NT e declassata nell’oscurità nel calendario liturgico. «Ma è Febe la prima a essere nominata e conosciuta direttamente come “diacono”. Perché oggi non è accolta e rispettata dalla Chiesa?», si domanda l’autrice (p. 274).

 Prisca, insieme al marito Aquila (cf. v. 3), evangelizzano e sono stati pronti a dare la vita per Paolo (oltre a condividere casa e lavoro).

Maria (v. 6) si è impegnata totalmente per la comunità (ekopíasen/»affaticata», lo stesso verbo impiegato per Gesù quando arriva al pozzo di Sicar in Gv 4,6).

Andrònico e la moglie Giunia sono definiti «esperti (epísemoi) tra gli apostoli» (v. 8)!

Nel NT troviamo varie case delle figlie, le donne delle Chiese delle origini.

C’è la casa di Maria (At 12,12), forse la madre dell’evangelista Marco e forse ospite della celebrazione pasquale di Gesù… La «quinta» Maria.

C’è la chiesa di Lidia (At 16,10-17) che a Filippi «costringe/parebiáseto» Paolo, Timoteo e l’autore della «sezione-noi» ad accettare l’ospitalità in casa sua (At 16,15). La ricca commerciante pagana di porpora, originaria di Tiàtira, è immersa in un mondo purpureo segno distintivo di grandissimo valore simbolico. La porpora è simbolo della tenda di Dio in mezzo al suo popolo (Es 25–26), del sacerdozio (Es 39,1ss), della regalità (1Mac 4,23; 10,20; 1Cr 3,14; 2sam 1,24). «Quello che era il segno di un’elezione divina e che significava l’abito e l’abitazione del sacro, insieme all’autorità del governo, è nella porpora di cui doveva essere ricca la casa di Lidia!» (p. 276).

Abbiamo già ricordato la casa di Aquila e della moglie Priscilla/Prisca (cf. At 18,1-4).

Va ricordata, infine, la casa delle quattro figlie del diacono Filippo, nubili e profetesse, che ospitò Paolo e compagni a Cesarea Marittima di ritorno dal terzo viaggio apostolico (cf. At 21,8-14).

L’Apocalisse presenta il quadro grandioso della donna vestita di sole, vestita di sorriso: la donna dell’Apocalisse (Ap 12,1-6). Essa è il popolo dell’AT che genera il Messia, è Maria che genera Gesù. E mentre questi è portato via verso Dio, la donna è trasportata nel riparo del deserto, dove verrà nutrita per tutto il tempo, imperfetto e parziale, della sua esistenza terrena («milleduecentosessanta giorni» = circa tre anni e mezzo, v. 6).

Una pagina di bibliografia per approfondire (p. 282) chiude questo splendido volume, scritto con una penna sapida e leggera, femminile e affascinante, che accompagna con volo d’aquila a sorvolare il disegno salvifico di Dio attestato nella Bibbia: un Dio non solo dei nostri padri, ma anche un Dio delle nostre figlie!

Rosanna Virgili, Il Dio delle nostre figlie. Maria e le altre, Àncora, Milano 2025, pp. 288, € 26,00, ISBN 9788851430467.


N.B. A p. 63 7 rr. da fondo le spie sono due e non tre; a p. 101, capoverso «Anna», ultima riga, leggi 1Sam 1,9-11.

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