A più voci: canto gregoriano ieri e oggi

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gregoriano

Monaci dell’abbazia di Solesmes

Marco Cimagalli è docente presso il Conservatorio Santa Cecilia e il Pontificio Istituto di Musica Sacra: tra i suoi insegnamenti c’è il canto gregoriano, di cui è cultore e direttore di coro.

  • Maestro, quali sono le origini del gregoriano?

Chiaramente, non possiamo affatto parlare di una origine subitanea, localizzata e definita. Ciò che oggi siamo in grado – ancora genericamente – di inquadrare come canto gregoriano è il prodotto di una evoluzione avvenuta nei secoli: lenta, benché abbia conosciuto momenti di relativa accelerazione.

La difficoltà maggiore che incontra la ricostruzione storica è che – almeno sin quando non si è iniziato a “scrivere” la musica su pergamena, ossia tra il IX e il X secolo – la trasmissione delle melodie avveniva in maniera puramente orale e mnemonica. Dunque, per quasi tutto il primo millennio non esistono documentazioni musicalmente precise.

Per rintracciarne le radici dobbiamo guardare – per quanto possibile – alla comparsa delle prime comunità cristiane e delle loro liturgie: queste affondavano nella tradizione del canto sinagogale ebraico e, in particolare, nella cantillazione dei Salmi. Ma ciò che oggi chiamiamo gregoriano è sicuramente qualcosa di ben diverso.

Le ricerche storiche ci dicono che i canti più antichi appartenenti al repertorio gregoriano vanno annoverati, in ogni caso, all’interno dei canti salmodici. La salmodia diretta – ciò che il Graduale, il libro che contiene i canti della Messa – tuttora definita tractus rappresenta il tipo di salmodia più antico a nostra disposizione: già dai primissimi secoli, infatti, un solista cantava il salmo per intero, senza l’intercalazione del ritornello. Antichissima, comunque, è anche la salmodia responsoriale, che anche le nostre comunità conoscono dalla Liturgia della Parola, all’interno della attuale Messa.

Come per tante altre realtà cristiane, non possiamo parlare di una evoluzione liturgico-musicale univoca, ma di sviluppi, avvenuti in contesti territoriali e culturali diversi tra loro, intercalati da tentativi di sintesi e da molte “contaminazioni”. Oggi risulta pluralità di riti praticati già nel V secolo. Distinti dal rito romano – oggi denominato romano antico – esistevano a Milano il rito ambrosiano, nell’Italia centro-meridionale il rito beneventano, in Spagna il rito mozarabico. E si potrebbero fare altri esempi. I riti partivano, dunque, da una matrice comune ma andavano a generare specificità locali. Le musiche, anche quando basate sui medesimi testi, erano per lo più simili, ma tutt’altro che identiche.

Mi soffermo alla Gallia e al rito gallicano. Ciò che è importante dire, sia pure in breve, è che, con l’avvento degli imperatori carolingi e in particolare di Carlo Magno (†814), si è avvertita l’esigenza di conferire una forma definita alla liturgia cristiana, più per ragioni politiche che ecclesiologiche, per la verità: Carlo, imperatore, convocò quindi in “Francia” i cantori di Roma perché insegnassero il loro rito e la loro musica. Ma non avvenne una semplice sostituzione, bensì una rielaborazione, da cui uscì un prodotto musicale nuovo e raffinato.

Ecco: se vogliamo, in qualche modo, imputare una origine al gregoriano possiamo prendere quel momento della storia, senza peraltro dimenticare tutto ciò che è preceduto.

  • Perché, allora, parliamo di gregoriano, da Gregorio?

Certamente la tradizione fa risalire al grande papa Gregorio Magno (†604) l’origine del gregoriano: esiste, per esempio, un tropo all’introito della I Domenica di Avvento, il Gregorius Praesul, attribuito ad un papa di nome Gregorio. Qualche studioso ha sostenuto che ci si riferisse a Gregorio II piuttosto che a Gregorio Magno. È da considerare la consuetudine, nei tempi antichi, di attribuire ai grandi del passato opere e repertori.

È probabile che gli interventi di Gregorio Magno in materia liturgica abbiano comportato ricadute sulla musica, ovviamente intimamente legata alla liturgia, ed è plausibile che Gregorio abbia riorganizzato la schola cantorum papale. Penso che non si possa dire di più.

Linguaggio musicale
  • Quali fonti oggi attestano l’uso del canto gregoriano?

I più antichi libri di preghiera liturgica – graduali e antifonari – oggi a nostra disposizione risalgono all’VIII secolo. Sono ancora privi di musica scritta, perché, come detto, si è proceduto a lungo, per secoli per trasmissione orale e mnemonica, quindi in forma molto “fluida”.

Solo tra la fine del IX e l’inizio del X secolo sono apparsi i neumi, ossia i primi segni del linguaggio musicale. Si tratta di indicazioni ancora ben lontane dalle nostre note, di cui, tuttavia, costituiscono i prodromi. Dobbiamo immagine però raffinati disegni “descrittivi” di musiche già conosciute a memoria.  La loro funzione aveva ben poco di paragonabile alla nostra, moderna, partitura musicale. I primi codici, inoltre, non erano impiegati durante le celebrazioni.

I neumi sarebbero per noi oggi quasi impossibili da leggere, se nei secoli successivi le melodie non fossero state fissate con maggiore precisione all’interno di un sistema di righi. Ciò è avvenuto dall’XI-XII secolo: dapprima attorno ad una delle linee tracciate a secco per il testo, poi, via via, sino a scrivere su quattro linee, con l’indispensabile presenza di lettere – le chiavi – poste all’inizio di alcune di queste linee, in modo da far comprendere quale fosse la linea del fa o quella del do.  Senza tali notazioni tutto il repertorio gregoriano sarebbe per noi del tutto muto.

L’evoluzione della scrittura musicale ha poi condotto all’ispessimento dei neumi e alla notazione quadrata, sempre su tetragramma, tuttora in uso per i libri di canto gregoriano.

  • L’oralità, a quel punto della storia, era già scomparsa?

L’oralità è rimasta ancora a lungo, anche dopo la nascita della scrittura musicale. La “ricreazione” delle melodie era quasi inscindibile dall’arte dell’improvvisazione, come attestano i repertori cristiani a tradizione orale tuttora presenti in nicchie del bacino del Mediterraneo.

Per molti secoli, la musica scritta, anche al di là di quella gregoriana, non ha mai indicato “tutto”; perciò, è indispensabile studiare molto bene la prassi esecutiva delle varie epoche, per potersi, in qualche modo, oggi, avvicinare alle impronte sonore originarie.

  • Non possiamo, quindi, parlare di un repertorio gregoriano musicalmente riproducibile?

Nonostante le affascinanti e continue scoperte degli studiosi attorno ai manoscritti, molte cose ancora ci sfuggono, specie quelle riguardanti la concreta realizzazione sonora, ciò che definisco prassi esecutiva: qualità e intonazione della voce, realizzazione dei numerosi abbellimenti, ecc.

A proposito del repertorio, è da tener ben presente che esso contiene canti molto semplici così come canti molto più complessi. Inoltre, si tratta di un repertorio molto vasto e molto vario, temporalmente e localmente, come ho detto.

In certi periodi storici – specie nel medioevo – il gregoriano ha vissuto un incredibile proliferare di nuove composizioni: penso in particolare alle miriadi di sequenze composte nel corso dei secoli XI-XII-XIII e alla copiosa quantità di tropi che hanno arricchito gran parte dei canti liturgici.

  • Cos’è un tropo?

Per far comprendere cosa sia un tropo, faccio un esempio relativo al Kyrie eleison, Signore pietà: se diciamo «Signore, tu che sei venuto a salvarci, abbi pietà di noi», le parole aggiunte alla preghiera preesistente costituiscono un tropo.

  • Qual era il rapporto tra Parola e musica proprio del gregoriano antico?

La musica era chiaramente al servizio della Parola ovvero delle parole della Scrittura, della loro comprensione e assimilazione. Possiamo definire il gregoriano una vera e propria icona sonora.

Distinguiamo, in questo senso, tra canti sillabici più semplici, nei quali il testo plasma la melodia con i propri accenti e canti melismatici più elaborati, con una categoria intermedia. Si potrebbe presumere che i canti melismatici si allontanassero, con la musica, dal primato della Parola, ma non è così: i melismi raffigurano la dilatazione dell’anima contemplativa che, abbandonata la “razionalità” delle parole, si lascia alla profondità del Mistero evocato nella composizione.

Storia delle trasformazioni
  • Quando e come è finito il tempo del gregoriano?

In realtà il tempo del gregoriano non è mai finito. È finito un certo tipo di gregoriano, in quanto la forza dirompente della storia lo ha, nel tempo, modificato e trasformato.

Tuttavia – pur se assai lontano da quello dei secoli IX o X – il gregoriano è rimasto sempre presente nella liturgia e solo nell’epoca contemporanea, a causa di equivoci derivanti da errate interpretazioni dei documenti conciliari e post-conciliari, è stato spesso relegato ai margini o dimenticato.

Tutta la musica occidentale deriva in verità dal canto gregoriano e quella sacra in modo assai diretto ed evidente. La stessa polifonia, spesso citata in contrapposizione al gregoriano, non è stata che l’amplificazione dello stesso gregoriano, in quanto – sappiamo – che, almeno dal IX secolo (e, per quanto riguarda il romano antico, probabilmente assai prima) neppure il gregoriano è stato sempre e rigorosamente monodico, ossia ad una sola voce: specialmente in alcune circostanze, è stato cantato anche a più di una voce, ma ancora in maniera improvvisata, non codificata, non scritta; solo in seguito, in alcuni casi, scritta coi neumi.

  • Come si è continuato a cantare in gregoriano?

Il modo di cantarlo è stato condizionato dai gusti musicali e dalle impostazioni delle voci dei tempi che ha attraversato. C’è chi, in tal senso, ha parlato di degrado e chi di evoluzione o di adattamento.

L’Editio Medicea – pubblicata sotto papa Gregorio XIII e a cui lavorò in un primo periodo lo stesso polifonista “principe” Giovanni Pierluigi da Palestrina – fu un tentativo di revisionare il gregoriano secondo il gusto dell’epoca, ma modificandolo e allontanandolo, inevitabilmente, dalla sua autenticità.

  • Perché si avverte l’esigenza di recuperare un gregoriano “puro”?  

Già nell’800 ci si è resi conto di cantare un gregoriano che poco corrispondeva alle fonti più antiche. Ma è stato nel ‘900 – con la scuola dei monaci benedettini di Solesmes – che gli studi sul gregoriano antico, basati sull’analisi comparata dei manoscritti, hanno preso vigore.

Non posso non ricordare qui la figura carismatica di padre Eugène Cardine (†1988), fondatore di quella che è stata definita la semiografia o semiologia gregoriana. Da allora molti studiosi, non solo europei, hanno proseguito il suo cammino, con il grande proposito di ridare vita e suono ai numerosissimi codici del gregoriano conservati nelle biblioteche.

Sarebbe, tuttavia, illusorio pensare che davvero si sia raggiunto e si possa raggiungere un risultato definitivo. Come ho accennato, ancora molti aspetti relativi alla prassi esecutiva non sono ancora stati affrontati. Passi, in tal senso, potrebbero essere intrapresi, secondo me, se, oltre a lavorare nelle biblioteche, si attivasse uno scambio vivo con le comunità cristiane presso le quali è ancora presente quella forma di tradizione orale che potrebbe aver mantenuto una sorta di filo rosso col lontano passato.

  • Quali sono le caratteristiche della interpretazione dei monaci di Solesmes?

Nell’immaginario collettivo, il canto gregoriano è per lo più, oggi, associato, appunto, all’ascolto dei dischi e dei cd realizzati alcuni decenni fa dal coro dei monaci di Solesmes: sono esecuzioni molto belle, che comunicano una grande spiritualità, ma probabilmente hanno poco in comune col modo di cantare medievale.

Le voci sono tenorili, molto morbide; l’impasto corale è assai omogeneo. Il canto di Solesmes risulta molto dolce e suggestivo. Le note finali sono artisticamente alleggerite, le frasi musicali accuratamente legate: contengono una grande ricchezza di sfumature sonore. Sicuramente Solesmes ha messo a punto un prodotto artistico assai raffinato (qui).

Lo studio
  • Quella francese è stata l’unica scuola di studio del gregoriano nella contemporaneità?

Negli ultimi decenni del Novecento, dalla scuola francese e dall’impostazione di p. Cardine si è irradiato un numero considerevole di studiosi.  È stata persino fondata un’associazione internazionale di studi, con ramificazioni in molti paesi europei e oltre, persino in Giappone. Alcuni di tali studiosi, di area tedesca e, più in generale, nordeuropea, ha curato la preparazione e la pubblicazione del Graduale novum, nel quale è stata proposta una revisione melodica dei canti gregoriani: revisione, peraltro, non da tutti condivisa. Tra gli studiosi che ho avuto l’onore di conoscere, non posso non citare con profonda stima Bonifacio Baroffio, Alberto Turco e Nino Albarosa, scomparso da poco tempo.

L’aspetto sonoro di esecuzioni dirette da alcuni di tali gregorianisti denota una piuttosto evidente discontinuità con le incisioni di Solesmes: alla fluidità melodica subentra una meticolosa attenzione alle indicazioni presenti nei manoscritti, anche se, a volte, tali tentativi conducono ad una certa rigidità. Alla leggerezza vocale della scuola di Solesmes si preferisce, da parte di questi musicisti, una presenza vocale più corposa e probabilmente più storicamente verosimile (qui). Si tende, inoltre, ad allargare il repertorio, oltre quello “canonico”, includendo brani tropati, antichi e dimenticate sequenze, con esempi di organum, ovvero di composizioni con semplici forme di polifonia.

Al di là di queste impressioni generali, ogni maestro di coro tende inevitabilmente a offrire il proprio “taglio” interpretativo. Ciò, naturalmente, appartiene al margine di libertà e alle caratteristiche degli interpreti.

  • Si sta studiando tuttora in queste scuole?

Gli studi continuano ad andare avanti e le pubblicazioni sono numerose. È opportuno citare qui le tesi di dottorato in canto gregoriano prodotte dagli studenti del Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, dove attualmente insegna il M° Karl Franz Prassl, uno dei collaboratori alla stesura del Graduale Novum.

Circa la scuola di Solesmes, mi sembra che la spinta propulsiva si sia ormai esaurita e gli studiosi che là si recano per portare avanti le proprie ricerche provengano da altri paesi.

  • Il canto gregoriano è permanentemente legato alla lingua latina?

Sappiamo che la lingua prevalentemente usata dalle prime comunità cristiane era il greco. Il Kyrie è ovviamente un canto in lingua greca. Nella liturgia sono rimaste parole della lingua ebraica e aramaica, come l’Amen, l’Hallelujah o l’Hosanna. Ma il gregoriano si è sviluppato nella lingua latina. Si tratta di una musica cresciuta in una storia data e con una lingua data. È davvero difficile pensare il gregoriano in un’altra lingua che non sia il latino.

Sono stati fatti tentativi in lingua italiana, ma hanno destato molte perplessità, lasciando, sostanzialmente, una sensazione di innaturalezza e di artificiosità. La lingua italiana ha altre caratteristiche rispetto alla latina: anche solo i diversi accenti fanno sì che la musica non sia più adattabile alle parole e le parole alla musica.

  • Non è possibile, quindi, comporre nuovo canto gregoriano?

Comporre oggi in gregoriano non mi sembrerebbe ragionevole, sarebbe un falso storico. Ma ciò non vuol dire che non ci si possa ispirare al gregoriano per nuove composizioni. Diversi autori l’hanno fatto. Ricordo, ad esempio, Domenico Bartolucci, ma si potrebbero portare numerosi altri esempi.

Da compositore, ritengo che sia senz’altro possibile, anche oggi, ispirarsi alla sobrietà e alla eleganza delle melodie gregoriane, ma per scrivere una musica che non può prescindere dalle sonorità moderne e contemporanee.

A due voci
  • Oggi il gregoriano è maschile e anche femminile. Ciò è scientificamente corretto?

L’idea che le voci femminili siano estranee alla natura del gregoriano non ha fondamento storico-scientifico. Le donne nell’antichità cantavano più di quanto oggi si possa immaginare, non solo assieme o in alternanza con gli uomini – finché i costumi e le usanze liturgiche l’hanno premesso – ma anche all’interno delle sole comunità femminili, che hanno pervaso tutta la storia cristiana, dalle ascete dei primi secoli alle monache del X-XI secolo, e naturalmente oltre. E ciò vale per sia per canti della Messa che per quelli dell’Ufficio.

Abbiamo l’esempio illustre Ildegarda di Bingen (†1170), poetessa e compositrice di testi e di musiche molto raffinate, sicuramente eseguite con le consorelle.

Oggi il gregoriano può essere tranquillamente cantato sia da uomini che da donne. Le voci femminili rendono il gregoriano particolarmente suggestivo. Da direttore di coro, aggiungo che la varietà timbrica offerta da un coro misto può aiutare molto ad evitare il rischio della “monotonia”, specialmente nel caso di concerti della durata di almeno 50 minuti.

  • Secondo lei, come va interpretato il gregoriano oggi?

Non si possono ignorare le scoperte fin qui compiute. Un maestro che desideri affrontare tale repertorio dovrebbe mantenersi aggiornato il più possibile. In mancanza di certezze assolute in campo interpretativo, suggerirei di dare sempre la precedenza alla bellezza e alla naturale fluidità delle linee melodiche.

Assai importante è curare l’omogeneità vocale della schola. Servono voci fra loro ben fuse. Questo non vuol dire che non ci possano essere tenori e baritoni insieme, ovvero soprani e mezzosoprani insieme, bensì che non possono darsi voci troppo caratterizzate, tali da “sforare” la tessitura. La scelta del tono va necessariamente fatta sulla base dell’organico a disposizione.

  • Quanta preparazione serve per fare il gregoriano?

Non siamo più nel tempo della tradizione orale. Perciò è indispensabile che i cantori della schola sappiano leggere la musica, posto che alcune formule o canti semplici possono essere imparati a memoria: ma dalla assemblea dei non-musicisti.

Chi sa leggere la musica, normalmente, viene dalla preparazione conferita dai Conservatori e quindi sa leggere le note sul pentagramma. Per cantare il gregoriano, però, io chiedo di imparare a leggere sul tetragramma: il passaggio è piuttosto difficile all’inizio, ma poi diventa facile e dà migliori risultati. Per esperienza, percepisco che il canto gregoriano viene meglio e più naturale leggendo i neumi in scrittura quadrata. Ma, volendo, il gregoriano si trova anche in annotazione moderna, sul pentagramma.

Non serve, però, aver studiato canto lirico. Anzi, l’impostazione lirica di chi interpreta il melodramma ottocentesco non è adatta per il repertorio gregoriano.

  • È ancora possibile utilizzare il gregoriano nelle nostre liturgie e in che modo?

Il dato di fatto è che oggi il gregoriano è pochissimo praticato. C’è uno scarto enorme tra gli studi a cui ho accennato e la presenza nelle liturgie.

Spesso c’è pure l’opposizione di vescovi e sacerdoti – determinata soprattutto dall’uso del latino – benché sia perfettamente possibile cantare in latino anche secondo le norme liturgiche vigenti. Come ho già avuto modo di dire (cf. qui), il problema della lingua e della intellegibilità può essere facilmente superato.

Sono quindi dell’idea che – se da una parte sarebbe impensabile e anacronistico il ripristino del gregoriano escludendo tassativamente qualsiasi altro genere di musica dalla liturgia – sia da incoraggiare il suo impiego liturgico, magari alternandolo ad altri generi: l’importante è fare tutto con cura e per bene.

Per rispondere compiutamente alla domanda, penso che nelle nostre liturgie possano e debbano convivere – in positivo equilibrio – vari generi musicali.

Certamente, per la tradizione cattolica, il gregoriano non può che costituire un riferimento costante perché, per certi versi, rappresenta l’ideale della musica liturgica.

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4 Commenti

  1. Francesco Pieri 5 marzo 2024
  2. Adelmo li Cauzi 5 marzo 2024
    • Marco 8 marzo 2024
  3. Piero 3 marzo 2024

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