Le virtù del ministero /1: lealtà

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virtù

La Chiesa ha riservato una particolare attenzione alla dimensione umana della formazione dei presbiteri. La formazione umana, secondo quanto dicono documenti importanti come Pastores dabo vobis, sarebbe “il necessario fondamento[1] delle altre dimensioni formative (spirituale, intellettuale, pastorale) e dell’intera formazione presbiterale.

Tale distinzione e specificazione ha certo un suo valore e si rivela preziosa per concepire e attualizzare un sistema formativo che preveda tutte le varie componenti della crescita armonica della persona del presbitero. Ma non manca qualche rischio in questa classificazione, non appena si dovesse dimenticare che le diverse dimensioni non sono strettamente indipendenti l’una dalle altre e solo nel loro insieme armonico danno luogo a una buona “figura di valore” di vita e ministero presbiterale.

La formazione umana

Liberiamo subito il campo dall’equivoco che verte proprio sull’espressione “formazione umana”, spesso intesa come legata a un certo tipo di atteggiamenti virtuosi, alle cosiddette “virtù umane” e in funzione del raggiungimento d’una “maturità umana”.

Tale tipo d’espressione non è felice, parrebbe quasi esistessero anche virtù animali (subumane) o sovraumane. Semmai, nel linguaggio cristiano tradizionale, l’unica distinzione riconosciuta sarebbe tra virtù morali (alcune dette “cardinali”) e virtù teologali. Che sono poi tutte “umane”, tipiche espressioni dell’essere umano che s’apre alla relazione con il Trascendente (componente tipica della maturazione e maturità umana), anche se con un notevole e principale apporto della Grazia.

Più appropriata, ma ancora non del tutto soddisfacente, è la dizione del concilio che definisce le virtù umane come quelle “virtù che sono tenute in massima considerazione tra gli uomini, e rendono accetto il ministro di Cristo”[2].

Mettendo assieme quelle ricordate dai vari documenti[3] se ne ottiene un lungo elenco (in ordine alfabetico): accoglienza, affidabilità, amore per la verità, apertura all’altro, armonia tra i valori umani e i valori soprannaturali, autenticità, benevolenza, bontà, buon umore (eutrapelia), buona conversazione, buona stima, buoni costumi, capacità di coordinare le energie verso l’obiettivo proposto, capacità di perdono, capacità di prendere decisioni ponderate, capacità di rapporti schietti e fraterni, capacità di relazionarsi con gli altri, capacità di relazioni libere oblative e sincere, carità nel conversare, clemenza, coerenza, compassione, comprensione, conoscenza di se stessi, conoscere in profondità l’animo umano, coraggio, corporeità riconosciuta e assunta come linguaggio della persona, correttezza, cortesia (curialitas), buone maniere costanza, cura adeguata della propria persona nella pulizia e nel vestiario, disciplina del proprio carattere, discrezione, disinteresse,  disponibilità al servizio, dolcezza, dominio di sé,  dono di sé,  equilibrio di giudizio e di comportamento,  facilità nell’incontro e nel dialogo, fedeltà alla parola data, fedeltà, fermezza d’animo, fermezza della volontà, fiducia, fierezza, fortezza d’animo, franchezza (parresia), generosità, gentilezza, giovialità, giustizia, gratitudine, gusto dell’impegno, identità sufficientemente consistente,  impegno quotidiano,  integri costumi,  intelligenza aperta alla verità,  intuizione delle difficoltà e problemi,  lealtà,  libertà, libertà interiore, lungimiranza, mansuetudine, modestia, modo autorevole e fraterno di entrare in rapporto con gli altri, modo maturo di presentarsi e di esprimersi, non arroganza, non litigiosità, onestà, ospitalità,  ottenere fiducia e collaborazione, pazienza, perdono, perseveranza,  personalità matura,  pietà genuina, prudenza, responsabilità, retta intenzione,  retto modo di giudicare uomini ed eventi, riconoscenza, rispetto, saggezza, salute psichica,  semplicità, servizio,  sincerità, spirito di sacrificio,  tenerezza, umiltà, veracità.

È mia intenzione offrire una serie di contributi che vanno ad approfondire alcune di queste virtù/valori del presbitero. In questo primo contributo mi soffermerò a delineare la virtù della lealtà.

La lealtà: un valore che viene da lontano

Per cominciare mi piace rifarmi a un’opera che ha avuto una vastissima fortuna. Si tratta del Fiore di virtù di autore sconosciuto del 1489. L’opera è divisa in trentacinque capitoli, intitolati alternativamente a una virtù e al vizio corrispondente. Ogni capitolo contiene una definizione del vizio o della virtù, la descrizione moralizzata delle proprietà di un animale, una lunga serie di massime e un racconto esemplificativo.

Il capitolo XIX è dedicato alla lealtà. Di questa virtù si afferma, rifacendosi a Terenzio, che “è pura e perfetta fede e non mostrare una cosa per un’altra”[4].

Una elaborazione poetica del Fiore di virtù con reminiscenze dantesche viene redatta da Ristoro Canigiani che a Bologna, ove s’era rifugiato durante la pestilenza del 1363, compose un poema in 44 canti in terzine, Il Ristorato. Il capitolo XXII del poema è dedicato alla virtù della lealtà[5]. Di essa, tra le altre cose, si afferma che:

“Questa non dice ma’ cosa nessuna,
che non le sie dipinta dentro al cuore;
né mostra di voler altro per una”.

La lealtà non è una virtù in senso stretto. È un valore umano che sorge dalla virtù della giustizia. Già Platone sosteneva come solo l’uomo giusto potesse essere leale. Essere giusti implica essere leali con gli altri e con se stessi in quanto legati, vincolati nel modo di agire al criterio di verità che è la volontà di Dio. Implica la sincerità, la capacità di sacrificare se stessi per il bene degli altri.

La lealtà è una qualità dell’essere che rifugge da menzogne e tradimenti. L’essere leale, infatti, si manifesta in atteggiamenti e comportamenti caratterizzati da sincerità, correttezza, fedeltà e rispetto nei confronti della propria dignità, nel rapporto con gli altri e nel mantenimento degli impegni assunti. Il fine ultimo della lealtà è pertanto la realizzazione autentica della persona nella sua dimensione morale e sociale.

Le componenti costitutive innate della persona, che partecipano alla realizzazione della lealtà sono: l’intelligenza, la quale riconosce il vero bene nell’essere leali in una determinata circostanza; la volontà, che sceglie di essere e mantenere in atto comportamenti “leali”; la forza, la quale permette il mantenimento di tale atteggiamento e comportamento anche di fronte alle difficoltà; il coraggio, che permette alla persona di essere leale, andando oltre le proprie paure e le possibili pressioni sociali al fine di aderire ad un principio superiore che lo porta verso un vero bene.

La lealtà è una forma di sincerità verso l’altro, un modo per tenere saldo il patto fiduciario che lega le persone tra di loro negli affetti e nei rapporti istituzionali.

Le persone leali sono, prima di tutto, oneste. Fanno leva su un codice sempre in sintonia con i propri valori, ma anche con quell’impegno rispettoso verso l’altro, in cui non c’è spazio per tradimenti, bugie o azioni con secondi fini. Ci troviamo dinnanzi a un concetto interessante e profondo, che va persino ben oltre la fiducia.

Il termine lealtà deriva dal francese antico leial che, a sua volta, proviene dal latino legalis, ossia legale (secondo la legge). Il significato di lealtà è riferito a chi rifugge da menzogne e tradimenti, a chi è sincero, onesto, schietto, fedele, capace di mantenere gli impegni, a chi si batte apertamente, senza ricorrere a sotterfugi, a chi si comporta coerentemente con gli ideali in cui crede. C’è quindi in essa una componente di rettitudine e impegno nel fare ciò che è più giusto in ogni circostanza.

Cosa significa questo, tradotto nel contesto relazionale? Implica, ad esempio, che pur concludendo una relazione affettiva o di amicizia con qualcuno, esisterà sempre il rispetto. Non sveleremo aspetti intimi, né elaboreremo critiche, tanto meno ci comporteremo in modo da danneggiarlo in qualche maniera. La lealtà, quindi, ha molto a che fare anche con la giustizia.

La persona leale è sincera, non accondiscendente, e ci aiuta a crescere. Le persone leali non sono quelle che abusano dell’accondiscendenza. Non sono quelle che dicono di sì a tutto, quelle che non si oppongono mai, che ci supportano in tutto quello che facciamo, in ogni decisione e comportamento, per quando discutibile sia.

Alla parola lealtà si contrappongono le parole: ipocrisia, scorrettezza, infedeltà, meschinità, finzione, tradimento. Le persone sleali, appaiono fragili, incerte, poco rassicurate. Qualche volta siamo sleali non per cattiveria o per furbizia, ma solo per paura. La paura di dire la verità, di confessare uno sbaglio, di riconoscere con autocritica ciò che non funziona in un nostro comportamento. Diventiamo sleali per autodifesa, e facciamo ancora più danni.

La lealtà ci rende più liberi e più sereni con la nostra coscienza. C’è un prezzo da pagare, ma ne vale la pena. La lealtà è una virtù senza compromessi: o dentro o fuori. La lealtà paga, anche se non sempre nel breve periodo, è una virtù che migliora qualsiasi aspetto della vita, a partire dalle relazioni umane, dal nostro rapporto con gli altri.

Le piccole e grandi bugie, le furbizie, i detti e non detti, sono tutte cose che possono procurare (modesti) vantaggi nell’attimo breve del tempo, ma alla lunga è la lealtà, l’avere una parola e rispettarla, che rende una persona più credibile, più autorevole e più attraente. È solo una questione di tempo.

La lealtà in qualche modo plasma il nostro carattere. Non un pezzetto della nostra personalità, ma una sorta di architrave. Purtroppo siamo circondati da atteggiamenti sleali, da stili che puzzano di fariseismo, soprattutto in ambito clericale dove l‘interesse personale, l’individualismo, il tornaconto sembrano far perdere a questa virtù il suo significato più genuino, lasciando spazio a comportamenti sleali.

E tal proposito ben si attagliano i versi del succitato Ristoro Canigiani:

“Questa si è una virtù sincera,
la qual chi perde, perder può più nulla;
perch’ha perduto quel ben che ‘n lui era.

Molti si truovano uscir dalla culla
Appellati pietosi, ma leali
Pochi, perch’alcun vizio gli trastulla.

E vo’ che sappi, che questi cotali
Sono somiglianti a pubbliche puttane,
che per donar farebbon tutti i mali”.

Per prima cosa, le persone leali sono innanzitutto rispettose verso i propri principi. Proprio da qui parte il vero nucleo del comportamento leale: agire sempre guidati da alcuni valori, rimanendo fedeli a quello che una persona considera corretto. Il concetto di lealtà non è esterno, ha origine dal nostro mondo interiore ed è in armonia con un codice di valori basato sul rispetto e sull’integrità che una persona ha costruito nel corso della propria vita.

Direbbe don Primo Mazzolari: “Posso tacere per disciplina, le mie libere opinioni, non potrò mai parlare contro i miei convincimenti”[6]. La persona leale agisce secondo solidi valori, non spinto dal servilismo o dalla passività, “non conosce i silenzi pavidi e cortigiani di chi è solito consumare le scale dell’episcopio”[7].

Il presbitero e la lealtà

“La lealtà è una virtù che il mondo moderno giustamente si meraviglierebbe di non trovare in un discepolo di Cristo, così nemico di ogni ipocrisia e di ogni slealtà”[8].

“La formazione dei sacerdoti susciterà personalità mature, uomini di carattere, capaci di portare le responsabilità pastorali, fedeli alla missione ricevuta e agli impegni assunti. Si formeranno uomini di cuore, di vera compassione, capaci di una collaborazione leale, uomini di giudizio in grado di apprezzare oggettivamente gli avvenimenti e le persone. La maturità umana e spirituale non è soltanto realizzazione di sé. Essa si attua attraverso il dono di sé, le rinunce, l’accettazione di una regola di vita”[9].

La lealtà è legame di alleanza con gli altri, accordo per costruire insieme e camminare insieme. La lealtà è impegno della volontà che si orienta verso un fine comune, un obiettivo non individualistico, ma comune.

La lealtà si accompagna con la sincerità e impedisce di nascondere, celare, mentire, dire verità parziali. Uno dei significati etimologici del termine “sincerità” rinvia a “senza cera”, in riferimento agli scultori che non facevano ricorso alla cera per mascherare i difetti delle loro opere. L’idea sarebbe quella di genuino, autentico, senza finzione. Sincerità rinvia anche a quella parresía che è libertà di parola e che deve contraddistinguere ogni rapporto intraecclesiale autentico.

La lealtà non è una questione di parole, ma di essere, se stessi, perciò essa tocca il profondo dell’uomo, il suo cuore dal quale, dice Gesù: “Escono le intenzioni cattive” (Mc 7,19-23).

La lealtà è allora, prima di tutto, essere una persona autentica. Colui che è leale è una persona realizzata e armoniosa nel cui agire non c’è contraddizione e nella cui bocca non c’è inganno.

Lealtà è piena riuscita di sé, secondo, un progetto di vita autentico e non deformato o capriccioso.

Questa costruzione è lunga e paziente e deve avere un senso, un disegno ben preciso. Bisogna cercare una visione della vita impostata su valori autentici, non basta un desiderio vago. Per questo, vivere lealmente impone una strada, un itinerario.

La lealtà è tradurre, con coerenza e fedeltà, un ideale in vita concreta. Questa dimensione è complessa, domanda ascolto ad un progetto, disponibilità e volontà di realizzarlo rimanendo fedeli al progetto; “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).

Domanda coraggio di vivere quello che si è capito un valore di vita anche di fronte agli altri, superando gli ostacoli e le derisioni. È il coraggio delle proprie idee e delle proprie scelte. È essere coerenti ad uno stile e non lasciarsi portare da ogni vento di dottrina in modo fluttuante. Tante volte la sensazione di essere giudicati per quello che si dice, si pensa, si fa non permette di avere un confronto sereno e autentico.

Questo chiede anche a noi preti di essere leali e maturi nel consegnare la nostra vita. Una relazione, dunque, tra uomini adulti, anche con i propri superiori. “Parlo di una fiducia elementare, da uomo a uomo, non da superiore a inferiore”[10]. Non accada che taluni sono diventati preti (o professionisti) perché non sono riusciti a diventare uomini!

In tutto questo decisivo per il presbitero sarà il coraggio di essere leali con se stessi e, nella forma di autentica amicizia, il lasciarsi correggere dai fratelli presbiteri o da persone laiche davvero amiche che il Signore non fa mancare lungo il nostro cammino.

La lealtà è la vera virtù dello spirito. È leale chi non accetta il compromesso, è fedele alla parola data. Significa seguire l’onesto a preferenza dell’utile.

Vivere secondo lealtà è difficile, difficilissimo a volte, perché significa prima di tutto essere in pace con se stessi, conoscersi bene e sapersi gestire, condizione base senza la quale non si può entrare in relazione con gli altri, con il mondo e continuare a essere se stessi. Educare alla lealtà vuol dire soprattutto educare all’amore verso il mondo e donarsi al mondo con semplicità, e soprattutto donare noi stessi, non quello che vorremmo essere[11].

La lealtà non può essere imposta, è un atto di libertà in cui una persona sceglie a chi o a cosa offrire impegno, rispetto e interesse. In fin dei conti, nessuno può dimostrare un fermo rispetto verso gli altri se prima non lo fa con se stesso.

Giuseppe nella casa di Potiphar

Giuseppe giunge in Egitto venduto come schiavo a Potiphàr, un funzionario del faraone. La Genesi ci mostra subito Giuseppe come una persona di grande valore: non più il ragazzo ingenuo che narrava i suoi sogni-profezie ai fratelli invidiosi, ma un amministratore perfetto, che faceva bene tutto: «JHWH era con Giuseppe: fu un uomo che riusciva in tutto, così rimase nella casa del suo padrone, l’egiziano» (39,2).

Giuseppe si conquista la stima e l’incondizionata fiducia di Potiphàr, che «lasciò tutto ciò che aveva nelle mani di Giuseppe e non chiedeva conto di niente di quanto stava con lui se non del cibo che mangiava» (39,6). E così «JHWH benedisse la casa dell’egiziano a motivo di Giuseppe e la benedizione di JHWH fu su tutto quello che possedeva, in casa e in campagna» (39,5).

La benedizione di Giuseppe, erede della prima grande benedizione di Abramo, si estende a tutta la casa dove viveva e per la quale lavorava. Il bene è eccedente la bontà della persona che lo compie. Quando in una comunità opera una persona giusta e buona, quella sua bontà-benedizione contagia tutte le cose che tocca, diventa un bene comune. La prima benedizione di ogni realtà umana sono le sue persone, a volte una sola: «Tu [Abramo] sarai una benedizione» (12,2).

La lealtà di Giuseppe, che è il cuore di questo racconto, emerge con tutta la sua forza nella gestione del conflitto con la moglie del suo padrone (che la Genesi lascia senza nome). Giuseppe ci viene presentato come un giovane «bello di forme e di aspetto» (39,6), come sua madre Rachele (29,17), rivestito anche di quella bellezza morale tipica delle persone giuste e rette, che non affascina meno della bellezza fisica. Su di lui «mise gli occhi» la moglie di Potiphàr, «e gli disse: “Coricati con me”» (39,7). Giuseppe rispose: «Il mio padrone non mi chiede mai conto di quanto è in casa e ha affidato alle mie mani tutto quello che possiede… Non mi ha proibito nulla, se non te… Come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio» (39,9).

Potiphàr, infatti, gli aveva chiesto conto soltanto «del cibo che mangiava», e in quella cultura il “cibo” era anche immagine o eufemismo per l’intimità sponsale. E quindi, «benché ogni giorno ella ne parlasse con Giuseppe, egli non l’ascoltò» (39,10).

Questa “prova” di Giuseppe è paradigma di tutte quelle situazioni in cui una persona ha la chance di diventare leale. Nella lealtà, infatti, si vede nella sua purezza una dimensione tipica di tutte le virtù, che non sono faccenda di preferenze o di valori, ma di azioni. Quindi sono beni d’esperienza, perché leali (giusti, prudenti, forti …) si diventa solo quando i nostri princìpi si traducono in un’azione concreta. Si può sinceramente credere nel valore della lealtà, ma per essere leali occorre dimostrarlo sul campo.

Non bastano le rette intenzioni o i buoni pensieri – anche se chi riesce a essere leale ha coltivato prima e durante l’azione buoni pensieri e ha scacciato quelli cattivi. E come per tutti i beni d’esperienza, non possiamo sapere se questo “bene” si trova veramente nel nostro “paniere” finché non siamo dentro un’esperienza concreta, dove scopriamo se pensavamo di essere leali o se lo siamo realmente. Leali allora si può diventare, anche dopo un trascorso di slealtà.

Come può accadere che di fronte a una esperienza inedita scopriamo, sorpresi e commossi, di avere in noi una forza morale che pensavano di non possedere – il martirio deve essere qualcosa del genere, per questo prima di essere un dono che si fa è un dono che si riceve. Giuseppe, già giusto, non sapeva di essere anche leale fino a quello sguardo della donna del padrone. Neanche un solo attimo prima.

Qui ritroviamo poi una caratteristica essenziale della lealtà. La sua esistenza e il suo valore si misurano sulla base di un costo concreto che la persona che vuole essere leale deve sostenere dicendo no a una (o più) azione sleale che gli avrebbe risparmiato quel costo. La lealtà quindi è sempre costosa, e si traduce spesso in un “non fare” – anche per questo è difficile da vedere. Senza questa alternativa costosa, che arriva in «un certo giorno» mentre «nessuno era in casa», la lealtà non emerge.

Il costo che Giuseppe dovette sostenere per essere leale nei confronti di Potiphàr, non fu tanto la rinuncia al piacere sessuale, quanto le prevedibili conseguenze associate al suo rifiuto, data la radicale asimmetria di potere che esisteva tra lui e la moglie del suo padrone.  La medesima asimmetria che intercorre tra un presbitero e il suo vescovo, un religioso e il suo superiore. Un costo che si manifestò presto.

Ci ricorda papa Francesco che “non è sempre facile per un prete mettersi d’accordo con il Vescovo, perché uno la pensa in una maniera l’altro la pensa nell’altra, ma si può discutere … e si discuta! E si può fare a voce forte? Si faccia! Quante volte un figlio con il suo papà discutono e alla fine rimangono sempre padre e figlio. Tuttavia, quando in questi due rapporti, sia con il Vescovo sia con il presbiterio, entra la diplomazia non c’è lo Spirito del Signore, perché manca lo spirito di libertà. Bisogna avere il coraggio di dire “Io non la penso così, la penso diversamente”, e anche l’umiltà di accettare una correzione. E’ molto importante”[12].

Dobbiamo essere consapevoli che “al cuore di pietra del burocrate è preferibile l’animo appassionato di chi critica, stimola e percorre vie profetiche, senza rinunciare ad amare”[13].

Nella continuazione di questo episodio del grande ciclo di Giuseppe, c’è poi un ammaestramento su un’altra dimensione della lealtà, non necessaria ma molto comune. Giuseppe per essere leale deve dire no a un’offerta che gli proviene dalla stessa parte dove si trova la persona-istituzione con cui vuole essere leale.

«Un certo giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro mentre non c’era nessuno della gente di casa … Allora ella lo afferrò per la veste, dicendo: “Giaci con me”. Ma egli le lasciò tra le mani la sua veste, fuggì e uscì fuori». Allora la donna «chiamò la gente di casa sua e disse loro: “Guardate! Ci è stato portato un ebreo per spassarsela con noi. È venuto da me per giacere con me, ma io ho chiamato a gran voce» (39,13-14). La stessa versione menzognera e ribaltata, la donna la narrò poi anche a suo marito (39,17), il quale prese Giuseppe «e lo mise in prigione» (39,19). Una seconda volta senza «veste», ancora una volta gettato violentemente in un «pozzo» (40,15). E Giuseppe tace, come “pecora muta” non si difende.

La Bibbia non ci dice nulla sulle ragioni di questo silenzio. Quella non-parola ci può però svelare un’altra dimensione fondamentale della lealtà, forse quella più tipica sua. La lealtà si vive, non la si racconta, soprattutto quando per restare leali si è dovuto dire un grande “no” a qualcuno intimo della stessa “casa”. Anche questi silenzi possono essere espressione di lealtà, ma solo quando chi tace si prende su di sé le conseguenze costose di quel silenzio leale (qualche volta può anche accadere che questa lealtà entri in conflitto con altre virtù, come la giustizia: è dentro i conflitti tra virtù dove si esercita la nostra responsabilità morale).

Se la lealtà è una virtù silenziosa e invisibile nella sua parte più profonda e vera, la ricompensa per i costi sostenuti per essere e mantenersi leali è tutta intrinseca, e quindi chi non ha una vita interiore da dove sgorga quella sola ricompensa non può diventare o restare leale. Se vogliamo che il mondo, le istituzioni e i presbiteri di oggi e di domani siano più leali, dobbiamo dar vita a una nuova stagione di vita interiore e di spiritualità.

Se c’è un’emergenza che noi presbiteri viviamo in questo tempo, ritengo che sia un’emergenza spirituale. Il presbitero deve nutrire la sua vita spirituale attraverso ciò che egli è e ciò che egli opera nella Chiesa.

La progressiva desacralizzazione dell’umano e la perdita di riferimenti trascendenti hanno portato con sé anche una “profanazione” della psiche; separata dalla metafisica e dal trascendente, essa è divenuta autoreferente e spesso anche inflazionata, pretendendo di assorbire in sé stessa la spiritualità e riducendo la trascendenza a epifenomeno psichico.

Si assiste altresì a uno scadimento etico che talvolta si registra nella vita dei presbiteri. Si registra uno iato tra l’essere prete e il fare il prete, tra l’orizzonte teologico e quello esistenziale-personale. A fronte di un’impeccabile presentazione di “preti da vetrina” (abbigliamento e portamento), non rare volte ci si trova di fronte ad esistenze da “retrobottega” (comportamenti e condotte) affatto edificanti. Tutto questo inficia ogni possibile impegno sul versante della lealtà e della trasparenza.

La vita del presbitero è veramente e pienamente umana nella misura in cui perfeziona i tratti che Dio stesso ha posto nell’essere di ogni uomo. L’umanità di ogni uomo si trova in Dio e da lui viene donata: pertanto, come ci insegna il Concilio Vaticano II, più l’uomo tende a Dio più scopre la sua umanità: “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes, 22).


[1] Pastores dabo vobis, n. 43.

[2] Optatam totius, 11.

[3] A titolo semplificato segnaliamo alcuni: cfr. Presbyterorum Ordinis, 3; Optatam totius, 15; Paolo VI, Lettera enciclica Sacerdotalis cælibatus (24 giugno 1967), nn. 63-64: Pastores dabo vobis, 43-44; CEI, La formazione dei presbiteri nella chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari3, 2007, 90; Cec, Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e della formazione dei candidati al sacerdozio”, Roma 2008, 2.

[4] A. Gelli, Fiore di virtù, p. 69.

[5] R. Canegiani, Il Ristorato, Razzolini, Firenze 1847, pp. 58-59.

[6] P. Mazzolari, “La carità è sempre un po’ eccessiva”. Con dieci lettere inedite al vescovo Giovanni Cazzani, Dehoniane, Bologna 2017, p. 111.

[7] Ivi, p. 6.

[8] Paolo VI, Discorso ai membri del clero e del laicato, 10.06.1969.

[9] Sinodo dei Vescovi, La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali. Instrumentum laboris, Bologna 1990, p. 37.

[10] P. Mazzolari, “La carità è sempre un po’ eccessiva”. Con dieci lettere inedite al vescovo Giovanni Cazzani, Dehoniane, Bologna 2017, p. 87.

[11] Cfr. M. Perreault Aimone, Formazione alla lealtà, Ancora, Roma 1967.

[12] Francesco, Dialogo con i preti della diocesi di Caserta, il 26 luglio 2014.

[13] P. Mazzolari, “La carità è sempre un po’ eccessiva”. Con dieci lettere inedite al vescovo Giovanni Cazzani, Dehoniane, Bologna 2017, p. 87.

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