
Non vi è dubbio che molti dei discorsi di papa Leone si ispirino con frequenza al pensiero di Agostino. Fin dall’inizio è apparso, in tutta la sua autorità, quel motto così tipico del modo con cui Agostino intende il compito del ministro: “Con voi cristiano, per voi vescovo”.
Non a caso Agostino viene da quella Chiesa africana in cui Tertulliano e Cipriano hanno largamente identificato nel cristiano un “alter Christus”, anche se la espressione non sembra ricorrere letteralmente nelle loro opere. Comunque il “titolo di salvezza” non è la ordinazione, ma il battesimo. È il battesimo il luogo in cui ogni uomo (e ogni donna) diventa alter Christus.
Solo molto più tardi, abbiamo visto sorgere, in tempi moderni, o addirittura contemporanei, un uso limitato e parziale della espressione alter Christus la cui fonte più antica sembra essere una definizione riferita a Francesco d’Assisi. La associazione non con un frate, ma con un prete/sacerdote si diffonde nel 1800, diventa un luogo comune nel 1900 (in Pio X, Pio XI, Benedetto XV e in Pio XII) e poi ricompare a fine ‘900 con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI nell’anno sacerdotale 2009-2010.
Ma l’espressione non ha alcuna tradizione antica, appare come una invenzione tardo-moderna, in cui una terminologia per i cristiani e per i santi viene applicata esclusivamente ai sacerdoti.
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Questo è l’orizzonte in cui si colloca la Lettera che papa Leone ha spedito ai presbiteri di Madrid. Sorprende che il contenuto sia spaccato a metà e dalle premesse ragionevoli si giunga a conseguenze che con le premesse non hanno alcun rapporto. Vorrei mostrare la tensione che attraversa il testo.
Ecco una prima parte, secondo cui il discernimento del mondo attuale è necessario:
Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui oggi si vive e si esprime la fede. In molti ambienti constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione nel discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata all’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente.
A ciò si aggiunge un cambiamento culturale profondo che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di riferimenti comuni. Per molto tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno in gran parte preparato, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e certe nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi. Oggi questo sostrato comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno favorito la trasmissione del messaggio cristiano hanno smesso di essere evidenti e, in non pochi casi, persino comprensibili. Il Vangelo non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso e dove il primo annuncio non si può dare per scontato.
Questo ci ricorda che per il sacerdote non è tempo di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa. Tutto ciò nasce dal riconoscimento del fatto che l’iniziativa è sempre del Signore, che sta già operando e ci precede con la sua grazia.
Con un salto logico piuttosto brusco, che un lettore attento non può evitare di notare, la lettera prosegue su una linea totalmente diversa, in cui non c’è nulla da imparare o da rivedere, ma tutto può proseguire tranquillamente in stile ottocentesco:
Si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid — e la Chiesa intera — in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico — essere alter Christus — lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate.
Che il nucleo del sacerdozio sia “essere alter Christus” è una ipotesi piuttosto ardita, senza una lunga tradizione, con una forte componente apologetica tipica di uno stile teologico degli inizi del ‘900, superato dal Concilio Vaticano II e dalla nuova visione del ministero, che trova i suoi fondamenti nella teologia antica.
Quando Agostino sentiva che il vescovo veniva definito “sposo”, era contrario. Semmai, diceva, è l’amico dello Sposo. Che il sacerdote sia alter Christus è il frutto di una teoria sacrale del ministero che Agostino avrebbe rifiutato. Il pastore non è anzitutto sacralizzato in una differenza dal cristiano, ma è unificato nel suo Corpo.
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A questo discorso unilaterale, nella Lettera segue anche la descrizione del sacerdote sulla falsariga della “cattedrale”: si tratta di un testo strano, che appare forzato e riduttivo sia per la figura del prete sia per la funzione della cattedrale. Una interpretazione autoreferenziale della cattedrale è un modo di non rendere ragione sia della cattedrale sia del ministro ordinato (che è ordinato non a sé, ma al popolo di Dio).
Che la cattedrale sia però un posto “aperto a tutti” viene letto soltanto come indirizzato ai sacerdoti: anche qui è frainteso gravemente il senso della chiesa cattedrale, che non è “per i preti”, o per il vescovo, ma per i cristiani.
Come interpretare questo divario tra la prima parte del testo e questa seconda, segnata così a fondo da un’altra mano e da un’altra prospettiva? Forse qualche antiagostiniano ha scritto la seconda parte della lettera, che non sembra appartenere allo stile e alla forma tipica di un agostiniano come papa Leone?
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Per questo risulta contraddittoria e non coerente con quanto papa Leone ha espresso finora, né affine a quanto lo ispira così profondamente nel rapporto vivo col pensiero di Agostino che non ha mai parlato di alter Christus e ha solo scritto, nel De civitate Dei (XX,10) queste chiare parole:
Il brano dell’Apocalisse: In essi la seconda morte non ha potere; e la frase che segue: Ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui mille anni, non riguardano soltanto i vescovi e i preti, sebbene ormai nella Chiesa in senso proprio essi sono considerati sacerdoti. Come però a causa dell’unzione sacramentale consideriamo tutti i fedeli unti del Signore, consideriamo sacerdoti tutti i fedeli perché sono membra dell’unico Sacerdote. Di essi dice l’apostolo Pietro: Stirpe santa, sacerdozio regale. Con criterio, sebbene in breve e di passaggio, l’Apocalisse propone che il Cristo è Dio con le parole: Sacerdoti di Dio e del Cristo, cioè del Padre e del Figlio. Tuttavia nella condizione di servo, in quanto Figlio dell’uomo, Cristo è divenuto anche sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedec. Dell’argomento ho trattato più volte in quest’opera.
Una chiesa, in cui alter Christus si riferisce non ai battezzati o ai santi, ma ai ministri ordinati, è una Chiesa pensata come societas inaequalis e societas perfecta, secondo la tentazione del cattolicesimo tra il 1870 e il 1950.
Nemmeno per i presbiteri madrileni sarebbe un grande risultato tornare ai toni e agli stili di quei tempi.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).





