Epifania

di:
botticelli

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475, Galleria degli Uffizi, Firenze

Nella maggior parte delle religioni è l’uomo che tenta di avvicinarsi a Dio attraverso preghiere, sacrifici e credenze. Al contrario, nella narrazione cristiana che culmina con l’Epifania, è Dio che prende l’iniziativa: si fa uomo, cerca l’uomo, si rende simile a lui. La teologia cristiana chiama questa iniziativa «redenzione», un termine che spesso risulta astratto anche per i credenti, soprattutto in un’epoca in cui l’essere umano si percepisce autosufficiente e privo del bisogno di essere salvato.

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Un’opera straordinaria che illustra questa dinamica è l’Adorazione dei Magi di Botticelli, conservata agli Uffizi. Realizzata intorno al 1475 per una cappella della basilica di Santa Maria Novella a Firenze, rappresenta la festa dell’Epifania, che significa Manifestazione. Ma manifestazione di cosa? Del Figlio di Dio che si rivela non a un solo popolo, ma a tutti gli uomini che lo cercano. Questi sono raffigurati dalla triade di astronomi, i Magi, in viaggio dal vicino Oriente, convinti che a moti straordinari dei corpi celesti corrispondessero eventi eccezionali sulla Terra. Cercavano un re e salvatore, ma trovano solo un bambino in una stalla. Che tipo di re è mai questo?

Botticelli risponde ambientando la scena nella Firenze del suo tempo. Davanti al Bambino si raduna una folla di personaggi altolocati, vestiti secondo la moda dell’epoca, ciascuno con una precisa identità storica e psicologica. Il Rinascimento celebra l’unicità dell’individuo, e così i Magi assumono i volti di celebri esponenti della famiglia Medici: Cosimo e due dei suoi figli, già defunti. Accanto a loro compaiono altri protagonisti della Firenze del Quattrocento, tra cui Lorenzo il Magnifico, ritratto assorto. Si riconoscono mercanti, banchieri, intellettuali e lo stesso Botticelli, che si ritrae in primo piano con lo sguardo rivolto allo spettatore, come a coinvolgerlo nella scena.

Questo capolavoro di arte sacra e raffinatezza formale è anche un quadro politico e celebrativo, simile a una fotografia con una celebrità. Se fosse dipinto oggi, probabilmente sarebbe affollato da politici, imprenditori, artisti e scienziati di fama internazionale. Ma lo sarebbe mai la nascita di un bambino? Difficile crederlo.

Eppure, osservando con attenzione, si scopre che ciascun personaggio è svelato nella sua verità: c’è chi è stupito, chi adorante, chi distratto, chi in posa, chi indifferente, chi dubbioso. Botticelli, raffinato indagatore dell’animo umano, amico del filosofo Pico della Mirandola (anch’egli presente nel dipinto), mostra che di fronte a Dio è in gioco l’identità profonda di ciascuno. È un invito a rinunciare a maschere e illusioni con cui l’ego tenta di procurarsi la vita, per aprirsi invece all’originalità che ciascuno è chiamato a incarnare, così come Dio si incarna in un essere umano concreto.

Il dipinto diventa così uno specchio: rivela dove ci troviamo nel nostro personale processo di incarnazione, quanto siamo vivi o se stiamo solo fingendo. Le vesti e i ruoli sociali possono abbagliare, ma davanti al Bambino tutti sono smascherati. Il potente, che spera di possedere Dio, scopre che Dio non è un onnipotente da blandire, ma un impotente da accudire. La sua onnipotenza non consiste nel fare tutto, ma nell’amare tutto.

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Quel Bambino «redime dal peccato» i presenti. Ma cosa significa davvero?

In latino, «redimere» significava «ricomprare», «riscattare»: indicava la liberazione, dietro pagamento, di un bene o di una persona da un vincolo. In ambito cristiano, la redenzione è l’azione di Cristo che libera l’uomo dalla schiavitù per renderlo figlio.

Essere «schiavi del peccato» non significa semplicemente infrangere una legge, ma tradire il proprio destino. Il peccato è la perdita della propria identità unica e irripetibile. Non a caso, quando qualcosa di bello o prezioso si rovina, diciamo: «che peccato!». Il termine greco tradotto con «peccato» significava infatti «fuori bersaglio»: obiettivo mancato.

La redenzione è allora la possibilità, per chi lo desidera, di essere restituito a se stesso, di centrare il bersaglio, di essere beato.

Ma come può un Bambino in una capanna realizzare tutto questo? Proprio perché l’onnipotenza divina si manifesta non nella forma della potenza, ma in quella dell’umiltà e del bisogno: un figlio da accudire. Da quel momento, «divino» è chi, come lui, si fa figlio.

La redenzione è così il dono gratuito della condizione di figlio: un sentirsi profondamente voluti nella vita, indipendentemente da ciò che si ha, si fa o si appare. Il contrario di «che peccato!» potrebbe allora essere «è la fine del mondo!», non in senso catastrofico, ma nel senso che tutta la storia trova compimento in quell’incontro, in quell’amore.

Chi si sente figlio riceve una vita che non si spegne e non ha paura di amare e di dare vita. Come dice Gesù: «Non siete voi che me la togliete, sono io che la dono» (Gv 10). Chi vive così è già risorto: ha una vita che non si rovina.

Un’identità fondata sull’amore non ha bisogno di conquistare il consenso degli altri per difendere l’ego dalla morte: è già piena. E chi ama, come il Padre, diventa creatore, porta novità attorno a sé.

Ecco perché l’opera di Botticelli smaschera ogni identità: rivela su quale relazione si fonda. Di chi sei figlio, in questo momento? La festa dell’Epifania diventa così anche la manifestazione di ciascuno di noi: chi sono io, spogliato da ruoli, successi e maschere? Chi o cosa mi tiene in vita? Quanto sono amata e quanto amo?

Lo sguardo di Botticelli continua a fissarci. Ci chiede: stai tradendo o compiendo la tua vita?

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Un commento

  1. Buddhista 6 gennaio 2026

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