Ai catechisti: per un annuncio efficace

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 Chi è impegnato nella catechesi oggi è invitato a tener conto di alcuni passaggi importanti.

Assistiamo alla suddivisione di troppi incarichi e i impegni. Sono nati tanti uffici dentro la CEI e nelle diocesi, con una moltiplicazione esagerata e frammentata di attori.

In questa situazione occorre recuperare l’unità di una comunità cristiana che, nel suo insieme, torni ad essere generativa.

È vero che si deve definire che cosa deve fare il presbitero, il catechista o l’associazione ecclesiale, ma il problema attualmente è di lavorare insieme.

Segnalo alcuni orizzonti che si intrecciano e che aprono altre prospettive.

Stimolare fiducia

La miglior carta d’identità del cambiamento in corso è il pluralismo. Il Vangelo si deve convertire in una forma di ispirazione creatrice per la cultura e quest’ultima compiere una funzione di criterio interpretativo riguardo alla fede. Vale a dire che il messaggio cristiano dev’essere rivisitato permanentemente, il suo significato non è stato fissato una volta per sempre, ma continua a rivelarsi e a realizzarsi attraverso vie inedite.

Si tratta di qualcosa di più profondo che un semplice adattamento del linguaggio. È un processo che invita a una vera riformulazione della fede a partire dall’identità della cultura nella quale si incarna.

La Chiesa, in tanti frangenti della storia, si è basata sulla convinzione inziale che il momento favorevole (kairòs) era arrivato e che il Regno di Dio era vicino. Nei giorni nostri si è infiltrato un serio dubbio circa il riconoscimento dell’oggi come “kairòs”.

Esitare a formulare una risposta positiva, induce nella tentazione di usare le inchieste sociologiche e le analisi culturali della società odierna per trovare le fessure o crepe attraverso cui infilare la fede tramandataci dalla tradizione. Al contrario, se vengono riletti in una prospettiva di fede, tali risultati possono introdurre in un processo di discernimento e di apprendimento, per stimolare fiducia e non affrontare con superficialità la realtà.

Garantire la partecipazione

È importante considerare che, anche nella cultura attuale, l’immagine di Cristo rimane intatta. Nei nostri contemporanei rimane sempre viva la percezione di Lui come di una figura eccezionale. Non accade così per la Chiesa, sottoposta più facilmente a critiche.

Si vive oggi in una società democratica o, in ogni caso, in una società che è animata da un’idea di democrazia. Ma la democrazia è ben più che un sistema politico, è anche uno spirito, una cultura, una maniera di vivere e di assumere la propria esistenza.

È così che l’esigenza democratica penetra tutte le sfere della società. In famiglia, nella scuola, nelle imprese, nelle associazioni si manifesta un bisogno di dialogo e di partecipazione. Da questo punto di vista, il valore della democrazia è di permettere a ciascuno di non subire la propria esistenza, ma di essere autore della propria vita. Questa aspirazione riguarda la società intera. Di conseguenza, interessa anche la sfera del religioso.

Non va dimenticato che, là dove le aspirazioni democratiche sono più vive, più forte è la contestazione dell’istituzione ecclesiastica, anche da parte dello stesso popolo cristiano.

Alcune modalità di funzionamento del potere della Chiesa e alcune rappresentazioni di Dio che ne legittimano il clericalismo e l’autoritarismo appaiono oggi profondamente obsolete rispetto alle aspirazioni della società.

Il malessere interno alla Chiesa e la presa di distanza di molti nei confronti dell’istituzione ecclesiale manifestano l’intensità del problema.

Ritrovare autorevolezza

Per indicare qualche via di soluzione, è utile distinguere potere da autorità. Il potere può essere preso, anche con la forza. L’autorità, mai. Perché l’autorità è sempre ricevuta, è sempre riconosciuta da un altro. Gesù non aveva, nella società del suo tempo, nessun potere istituzionale. Ma godeva di una grande autorità. E questa autorità, sentita come pericolosa dai poteri del suo tempo, gli era conferita da coloro che lo ascoltavano.

La sfida per la Chiesa di oggi, nella sua missione di evangelizzazione, è quella di ricevere la sua autorità alla maniera di Gesù, prendendo il posto di Colui che serve, rivela, rimette in piedi e fa crescere.

Occorre riscoprire la Chiesa come comunità fraterna di elezione, alla quale si appartiene per scelta. In tal senso, è da prendere sul serio l’équipe pastorale. Questa è una cosa molto concreta, perché parliamo del prete, di educatori alla fede, di associazioni.

Un’équipe pastorale diventa il luogo privilegiato per uscire dai compartimenti stagni, un luogo di ascolto reciproco e, a poco a poco, di connessione delle differenti attività e proposte. Mette gioco tutte le dimensioni.

L’équipe pastorale è un luogo di conversione, dove a ciascuno è chiesto di mettere in discussione i propri progetti parziali, accettare di lavorare in squadra, vivere gli appuntamenti comuni. Le strutture umane servono perché la vita si sviluppi in pienezza.

Dimenticare il sogno della conquista

Non è tramontata l’idea che evangelizzare sia portare agli altri ciò che non hanno, ciò di cui sono privi, un vuoto da riempire. In questa prospettiva, si fa in modo che gli altri cambino, che si convertano alle convinzioni di chi annuncia, che divengano come lui e credano come lui. Così l’evangelizzazione è intesa come conquista dell’altro.

È più giusto scoprire che l’evangelizzazione non consiste nel trasmettere agli altri una buona notizia ben strutturata, di cui si è i detentori sicuri. Consiste, piuttosto, nell’andare con speranza verso gli altri per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto che sempre precede, che è già là in incognito.

L’arte dell’evangelizzare è favorire questo riconoscimento, di discernere e indicare la presenza del Risorto nelle persone e nelle situazioni, anche dove non si immagina.

Questi atteggiamenti non tolgono nulla alla forza delle proprie convinzioni, ma invitano all’umiltà quando ci accosta agli altri. Ci si avvicina a qualcuno non per guadagnarlo alla propria causa, ma per riconoscere con lui, nella sua vita, la presenza del Risorto in maniera da rimanere sorpresi: “lui ci precede in Galilea … sempre”.

Allora si scopre che l’evangelizzazione è sempre reciproca, è una testimonianza donata che suscita una testimonianza restituita. Si viene evangelizzati dagli stessi che si prova ad evangelizzare.

Nelle comunità cristiane si pensa sovente di doversi mostrare accoglienti. Secondo la logica del vangelo, si dovrebbe rovesciare la prospettiva: non tanto accogliere l’altro, ma lasciarsi accogliere dall’altro, fidandosi delle sue capacità di accoglienza, delle sue risorse e possibilità.

Rischiando l’accoglienza da parte di coloro che sembrano più lontani, si rimarrà stupiti dalla loro capacità di ascolto della buona notizia. Ogni ospitalità donata chiede l’ospitalità resa, ma senza superiorità né inferiorità, poiché gli uni e gli altri danno e ricevono.

Mescolarsi con la gente

Inoltre, essere accolti nella casa dell’altro significa entrare in una conversazione in corso, sull’esempio di Gesù con i pellegrini di Emmaus (Lc 24,17).

La prima capacità dell’evangelizzatore è di mescolarsi alle conversazioni degli uomini, di interessarsi di quanto li interessa, di poter parlare di cose comuni, di lasciarsi anche interrogare.

Il messaggio cristiano invita ad appassionarsi per tutto ciò che è umano, a vivere di simpatia e di compassione immersi nella vita.

La fede, in questa prospettiva, non è tanto questione di scoperta e di affermazione esplicita di Dio, quanto risposta alla realtà umana più intima e radicale. Dio assume ogni “sì” a questa realtà umana come se fosse un “sì” a Lui stesso.

Inoltre, la logica di Dio manifestata in Cristo svela che tutto nella vita è divino quando è veramente umano. La vita non viene data già compiuta, ma piuttosto affidata come un da farsi, in grado di conferire un senso che identifichi e unifichi la persona, nonostante la diversità di spazi, tempi e relazioni che si susseguono lungo la sua esistenza.

Formarsi insieme

La formazione è l’elemento che può cambiare mentalità e stile. Momenti formativi comuni sono un passo concreto. I catechisti hanno la loro formazione, i presbiteri la loro formazione permanente, l’AC la sua proposta per i formatori, l’Agesci forma i suoi animatori. Ognuno ha il suo percorso, magari anche di buon livello.

Occorre che si possano allargare le maglie, accettando di rinunciare a qualcosa e trovare dei momenti dove insieme si ascolta la Parola, si ragiona su quello che il Signore chiede, si fissa qualche obiettivo comune.

Ci devono essere anche i parroci. Perché in Italia il parroco è il collo della bottiglia. Passa tutto da lui: il bene e anche quello che non è bene, perché si ha ancora un impianto fortemente clericale. È inutile continuare su due binari. Esempio: il giovedì mattina i parroci hanno la formazione e, al pomeriggio, i catechisti; ma sono ben pochi i parroci presenti a tutti gli incontri. Normalmente i catechisti lamentano che quanto viene loro proposto dovrebbe essere prima motivo di riflessione per i loro pastori. È necessario uscire da questa forte ambiguità prevedendo all’interno della diocesi momenti comuni.

La formazione dei presbiteri e degli operatori pastorali aiuta a scegliere un modello, a prepararsi bene, ma soprattutto a cambiare mentalità, a lavorare insieme, e a recuperare il desiderio di generare figli insieme nella fede, non è importante definire numeri, conta ridare vita, allora la riprenderanno anche gli operatori pastorali.

Intrecciare relazioni

Proprio in ordine alla formazione, il Signore sta dicendo qualcosa di nuovo. In un contesto non più cristiano occorre ricreare un tessuto iniziatico. Occorre una comunità nella quale si viene gradualmente accompagnati non ad approfondire la fede che si suppone abbiano già, ma a diventare progressivamente cristiani.

Per generare alla fede ci vuole un villaggio, non è più delegabile ai catechisti la generazione alla fede. Occorre partire dalla consapevolezza che, di fatto, è l’intera comunità che genera o non genera alla fede.

Se le persone, fin da piccole, si sentono accolte e guidate da una comunità che le ospita dentro a tutte le proprie esperienze, magari poi prenderanno le distanze, ma conserveranno quella gratitudine sulla quale il Signore, nelle occasioni che lui conosce, potrà innestare un nuovo interesse per la vita di fede.

Rimane vero che i primi destinatari della formazione e della Parola non sono i ragazzi e i genitori. O gli altri in genere. Tocca prima di tutto alla comunità rimettersi insieme in ascolto della Parola e capire che cosa il Signore, attraverso il suo Spirito, sta dicendo nelle situazioni che stanno accadendo.

Il Vangelo non passa agli altri se non viene, in qualche modo, rivisto dagli operatori pastorali. Occorre abbandonare l’idea che la catechesi sia per. La preposizione “per” deve essere sostituita da “con”. Riscoprire il vangelo con i giovani, con i bambini, con i loro occhi.

Sono gli annunciatori che devono reimpostare la lettura del vangelo. Non è un lavoro da fare individualmente, va fatto con tutti quelli e quelle che si incontrano, è insieme a loro che si riscopre il vangelo mentre lo si sta donando. Lo si riceve da loro nello stesso tempo che lo si mette a disposizione.

Richiedere il giusto

Questa attenzione relazionale permette di fare dei passi concreti non con le famiglie che si immaginano, e che non esistono più, ma con genitori precisi.

Va superata quella formula che è una specie di mantra: voi siete i primi educatori della fede! Parola sacrosanta, il problema è che, se i genitori non hanno un percorso di fede, sentono l’inadeguatezza di una richiesta di questo tipo, e recepiscono questa cosa come un giudizio non come un aiuto.

Con qualcuno, certo, è possibile che ci si intenda, perché hanno già fatto un cammino di educazione alla preghiera in casa, si concedono momenti di lettura della parola di Dio, vanno a messa insieme la domenica, ma stanno diventando la minoranza.

È sempre più importante rinviare alle famiglie il compito di educare i figli alla vita, a quello che è la fede elementare, che è entrare nella vita con la speranza. Poi, la fede esplicita sarà la comunità che aiuterà i genitori a recuperarla e a viverla. Alle famiglie spetta dare ai ragazzi la grammatica dell’esistenza umana, su cui la comunità cristiana innesterà la sintesi di una vita cristiana vissuta secondo il vangelo.

Collaborare con i genitori vuol dire restituire loro la fiducia nel compito di generare alla vita, di trasmettere valori, di volersi bene, di perdonarsi, perché questo è già tutto vangelo implicito.

Riscaldare i cuori

Potremmo dire che lì dove una comunità è feconda e generativa sviluppa ministerialità, non compiti da distribuire. L’assemblea liturgica è un grande “noi”, è la famiglia di Dio, e ciò che accomuna questo noi è l’essere parte di uno stesso respiro, che il soffio dello Spirito rivela nel segno povero dell’assemblea liturgica. Piccolo segno, ma grande, perché in quella piccolezza si manifesta la visita di Dio.

Il ministero costituisce una sorta di ponte che va dall’altare alla casa. Dal corpo della comunità adunata, al corpo assente. La comunità cristiana è il luogo della manifestazione del ministero. Una comunità cristiana senza ministeri è una comunità triste, rattrappita, che mostra il volto di una comunità malata.

La celebrazione riunisce, diventa segno e strumento di comunione, unisce gli esseri umani e li stabilisce in relazione reciproca. Il rito raggiunge gli oggetti e i gesti della vita quotidiana per caricarli di un senso che li eleva a simboli dell’esistenza stessa.

La tradizione cristiana offre un ricco e vario dispositivo di celebrazioni liturgiche e di riti. Rimane vero che molte persone se ne sono allontanate perché era diventato il simbolo del potere clericale, trasformato in un dovere, mentre esiste per risvegliare il desiderio e testimonia la gratuità di Dio offerta alla libertà umana.

Oggi, in un mondo che si è fortunatamente emancipato dalla morsa e dalla paura del religioso, il dispositivo rituale cristiano torna a offrirsi dentro uno spazio di libertà in cui può essere colto il suo valore.

Molte persone che si sono allontanate dalla fede, o che la conoscono poco o nulla, si uniscono volentieri alla liturgia dei cristiani in occasione delle grandi feste, di un battesimo, di un matrimonio, di un funerale. Per questo, una delle maggiori sfide per le comunità cristiane di domani sarà da vivere la liturgia non in un atteggiamento di ripiego di identità, ma come un luogo aperto di proposta, di celebrazione e di sperimentazione della fede nel cuore della vita; fare della liturgia non solo e non tanto il luogo dell’incontro dei cristiani, ma anche uno spazio di evangelizzazione di tutti quelli e quelle che passano, nel rispetto della loro condizione di pellegrini. È solo così che ogni idolatria è superata e Dio stesso viene lodato.

Nella celebrazione, Cristo Gesù si riconosce pienamente quando si presenta nella forma del dono, quando si fa pane e si sbriciola per le persone. L’esito del cammino è il suo offrirsi: questa è per lui la meta.

Il traguardo del catechista è che la Parola diventi pane, i discorsi lascino spazio alla vita, e il dialogo diventi testimonianza.

La fede debole, così come la rileviamo oggi, esprime la persistente difficoltà della condizione umana a rapportarsi con un grande messaggio religioso, ma questo non toglie che permane, pur se debole, il brusìo del sacro.

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6 Commenti

  1. Giuseppe 1 aprile 2024
  2. Fabio Cittadini 28 marzo 2024
  3. Maria Cristina Nunziati 26 marzo 2024
  4. Mauro Mazzoldi 25 marzo 2024
    • Anima errante 28 marzo 2024
    • Maria 12 aprile 2024

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