C’è chi ha detto “No”

di:
giovani

Roma, festeggiamenti per la vittoria del No (foto di Mauro Scrobogna / LaPresse)

Luca Telese è direttore del Centro, il giornale di riferimento dell’Abruzzo, oltre che conduttore di In Onda su La7. Ha condiviso con la comunità di Appunti questa sua analisi sul risultato del referendum (dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 24 marzo 2026).

La nostra prima pagina sul Centro di oggi è dedicata a Vasco Rossi e al suo decisivo post sui social in cui nei giorni scorsi scriveva: «C’è chi dice no. Ancora attuale, trentanove anni dopo!». Perfetto. Attualissimo. Potente.

Non c’era bisogno di dire nulla di più. Gli arpeggi introduttivi cupi e rockettari di una delle più belle canzoni italiane, il ritornello epico che gli italiani di quattro generazioni hanno cantato (almeno una volta nella vita), è diventato una bandiera sfavillante. La sintesi della storia, in fondo, potrebbe essere tutta qui.

Ma c’è anche molto altro.

Una protesta variegata

Per uno di quegli strani e asimmetrici incroci del destino, proprio mentre Giorgia Meloni faceva la scelta di «politicizzare» e forse persino di «ideologizzare» la campagna del Sì mettendoci la propria faccia, Vasco, con il suo sigillo e il suo sorriso, rendeva il No molto pop, molto appassionato e, in fondo, molto più trasversale: dalla cattolica Rosy Bindi al radicalissimo e pannelliano rocker di Zocca, dal militante Moni Ovadia al comunista Maurizio Acerbo, dal grande saggio in odor di Quirinale, Pierluigi Bersani, alla triade sacrale dei vecchi saggi della prima Repubblica: Giorgio La Malfa, Rino Formica e Paolo Cirino Pomicino (morto «in combattimento» dopo averci lasciato il suo testamento).

E poi: dai comici e dai cantanti (spettacolari Elio e le Storie Tese, e il loro «Beethoven») ai professori e ai magistrati (fantastico Alfonso Sabella, il cacciatore di mafiosi), al monosillabico monologo di Elio Germano («No-No-No!»), a Lino Guanciale, agli anonimi ragazzi che hanno taroccato lo spot d’epoca di Mastro Lindo, trasformandolo nella geniale parodia di «Mastro Nordio» («Uffa, i miei colletti bianchi si macchiano sempre di guai giudiziari!»).

In questo spot c’era già, profeticamente, il terrificante pasticcio del sottosegretario Andrea Delmastro (che prima ha aperto una bisteccheria con la figlia di un condannato per mafia e, poi, ha provato a cancellarne le tracce).

Da una parte, dunque, c’era uno schieramento politico che difendeva (legittimamente) il progetto del governo, con il sostegno «ascaro» (un po’ surreale) dei soli riformisti del PD, trasformati in teneri e inconsapevoli scudi umani.

E dall’altra c’era un enorme frammento plurale di società italiana che – per motivi diversi, ma perfettamente convergenti – difendeva la Costituzione, convinta dall’idea che quella riforma a maggioranza la mettesse a rischio.

La rottura con il Paese

Come mai nessuno a destra ha pensato che bisognava capire questo disagio? Mistero. Perché non lo ha fatto la Meloni? Quando il leader carismatico è solo, finisce anche per essere accecato, perde il fenomenale fiuto che lo ha favorito nella sua ascesa.

Il centrodestra si era chiuso nel suo fortino identitario, ossessionato dai suoi demoni, senza capacità di esprimere egemonia: mentre il No, anche un tantino anarchico, sembrava plurale e inclusivo, al punto che nella sua prima linea non c’era neanche un politico.

Non perché i capi del campo largo non fossero impegnati, ovviamente: ma perché leader non politici come Nicola Gratteri o Alessandro Barbero hanno sostenuto il peso della campagna comunicativa come e più di tanti altri.

Questi frontman sono stati subito individuati dal centrodestra e trasformati in bersagli politici, fino al linciaggio-social: questo, forse, è stato il primo errore grave, commesso proprio a inizio campagna.

Facevano un po’ pena i tre presidenti della Corte, esibiti dal Sì come figurine Panini (Barbera-Prosperetti-Zanon), ritratti con i loro sontuosi collari, e le loro toghe quasi cardinalizie. Incapaci di comunicare nulla a nessuno.

E non era forse un altro errore grave prendere Gratteri (l’unico magistrato celebre notoriamente non di sinistra d’Italia!) e provare a spacciarlo per una «toga rossa»?

Non era assurdo insultare Barbero, che in un video, per primo, ha messo a fuoco l’attacco ai magistrati, dandogli del «comunista ignorante»? Come può essere credibile un politico – chessò, Maurizio Gasparri – che dà dell’«ignorante» a uno che ha scritto venti libri e vinto un premio Strega a trent’anni? Altro mistero.

Nella campagna dottor Jekyll e mister Hyde, a destra su tutto prevaleva il furore vendicativo Anti-toghe.

Un No diffuso

Ma torniamo agli eserciti in campo. Se questo avveniva sul piano della macro-comunicazione, a livello di base, il fenomeno della «pluralità» dei critici della riforma era ancora più potente.

Il fronte del No, infatti, ha organizzato una miriade di appuntamenti così fitti che sul giornale faticavamo ad annunciarli tutti: e le donne, e l’ANPI, e l’associazione Brigata Maiella, e Libera, e le parrocchie (dibattiti, ovviamente, ma una miriade) e i comitati del No, e gli avvocati del No, e i professori, i Costituzionalisti, e infine la CGIL, con le sue undici categorie.

Guardate come è strana e antiretorica la storia, nelle sue morali: se non avesse combattuto testardamente la battaglia dei referendum su lavoro e cittadinanza (giusta, ma sfortunata e senza quorum) il sindacato di Corso Italia non sarebbe riuscito ad attivare una tale mobilitazione in questa battaglia.

Insieme a Vasco, tra i padri nobili ci metterei per questo motivo Maurizio Landini. Ecco perché al fianco del campo largo scende in campo un mondo che prima non era neanche nel campo della politica.

Il centrodestra – invece – ha fatto una campagna elettorale da elezioni politiche, con un’unica rockstar, Antonio Di Pietro. Ma la stella non poteva brillare: perché se è vero che la sua parola d’ordine («Voto questa riforma perché voglio il PM sbirro!») piaceva agli ex Msi, non c’è dubbio che facesse inorridire tutti quelli dell’area «garantista» e di Forza Italia (prova a spiegarlo a Stefania Craxi, che – come ha detto Di Pietro – «finché c’ero io Mani Pulite non ha commesso nessun abuso!»).

Grazie a Di Pietro, noi scettici abbiamo capito che nel Sì convivevano due anime inconciliabili: i nostalgici delle manette e i tifosi dell’amnistia. Anche per questo il voto si è abbattuto come un tornado sulla politica italiana.

Il linguaggio estremista

Ero convinto che evocare la liberazione di «spacciatori, pedofili, assaltatori e magistrati che rubano i figli ai bambini» (in caso di vittoria del No) facesse torto all’intelligenza della nostra presidente del Consiglio, e mi permisi di aggiungere (evocando l’albo d’oro della storia democristiana) che avrebbe spaventato i moderati. Così è stato.

Nessuno, neanche i ragazzi di Gioventù Nazionale, poteva credere che se avesse vinto il No sarebbero andati in giro per le strade «stupratori e pedofili».

Mentre gli italiani ricordano bene che il famigerato Al-Masri era stato liberato, e rispedito in Libia proprio dalla capo gabinetto che era diventata la madrina di quella riforma: Giusi Bartolozzi.

Ancora più grave che Giusi Bartolozzi (braccio destro e musa ispiratrice del ministro Nordio) l’avremmo ritrovata ululante, a fine campagna, in una drammatica ospitata a Telecolor di Catania in cui gridava: «Votate sì per spazzare via la magistratura!».

Ma voi ve lo immaginate un moderato italiano, uno educato alla scuola democristiana, o un altro che è diventato liberale appassionandosi alla storia del Risorgimento, che si sente a casa sua con qualcuno che parla dei magistrati come di un «plotone di esecuzione»?

Proprio per questo, infatti, i leader centristi italiani hanno commesso il loro errore fatale, quello di giocare questa partita sul piano del posizionamento politicistico: Carlo Calenda a favore del Sì (ovviamente dicendo che si trovava malissimo), i poveri riformisti del PD dicendo che loro stavano con la presidente del Consiglio perché giudicavano «solo il testo della riforma» (altra idea bislacca), e Matteo Renzi (forse il più intelligente del gruppo) rimanendo in silenzio. Ma i loro elettori non potevano: gli elettori moderati sono fuggiti via dall’estremismo, dalla trovata di compilare le liste di proscrizione di chi finanziava il comitato del No, che è un diritto Costituzionale (altro copyright Nordio-Bartolozzi).

Quanto al povero Nordio: ne ha fatta una più di Bertoldo.

Questo significa che i magistrati sono perfetti? Al contrario: abbiamo avuto la credibilità di difenderli perché non abbiamo mai fatto finta di non vedere i loro errori (vedi le nostre paginate sulla casa nel bosco).

Ma nessuno abbatte una istituzione Costituzionale per gli errori di un singolo: altrimenti avremmo dovuto sciogliere i carabinieri e la polizia dopo i recenti furti al supermercato di Termini. E avremmo dovuto chiedere il bombardamento del Parlamento dopo gli orrori di Mani Pulite.

Invece qui difendiamo la dignità e la necessità di tutti i Corpi dello Stato. E non ci dimentichiamo che su lavoro, diritti, ecologia, i magistrati hanno attuato i valori della Costituzione scrivendo una giurisprudenza che prima non esisteva. Vedi Rigopiano e la carta valanghe, tanto per stare in questa regione.

Contro i pieni poteri

Perché – ecco un altro nodo decisivo – questa nostra Costituzione è costruita con un sistema di contrappesi perfetti, proprio per impedire che qualcuno assuma su di sé «i pieni poteri». Che decida tutto lui.

Non è un caso che ci abbia provato, senza riuscirci, Silvio Berlusconi, con il referendum del 2006 (perso!). Che ci abbia riprovato Renzi con quello del 2016 (perso!) e che ieri (2026, uno ogni dieci anni) si sia illusa di riuscirci anche Giorgia Meloni (come sappiamo perdendo).

Ultimo capitolo: che una donna intelligente come Meloni abbia potuto ripetere l’errore di Renzi è un mistero.

Lei ha messo il record di durata a Palazzo Chigi, e poi ha emulato le mosse suicide dell’avversario che aveva steso al tappeto. Conta la solitudine del leader, certo: ma anche la paura inspiegabile di dover abbandonare Palazzo Chigi, l’idea della politica internazionale come la partecipazione a un club della “pipa” in cui si avanza per anzianità di frequenza, il fastidio per non poter decidere tutto in modo autocratico, il bisogno di non spartire il proprio potere con nessuno.

Io sono certo che se Giorgia Meloni venerdì avesse congedato Delmastro appena appreso anche solo della sua omessa dichiarazione sul ristorante, e dopo la venuta alla luce del suo grottesco tentativo di entrare in società con una diciottenne figlia di un condannato per mafia, ieri avrebbe vinto.

Ma lei, che in passato aveva suscitato la mia ammirazione per lo spirito di sacrificio assoluto e la severità verso se stessa con cui aveva sacrificato il padre di sua figlia («Non sono ricattabile!»), è diventata terribilmente indulgente con i peccati capitali della propria tribù.

E questo ha poco a che fare con la destra missina che ho conosciuto io in cui «Abbiamo le mani pulite» era un comandamento. E in cui «la doppia pena di morte» era la pena di Giorgio Almirante per i terroristi di destra.

Da ieri i leader del «campo largo» hanno ottime possibilità solo a patto che non perdano i compagni di viaggio che hanno riempito il loro accampamento.

Giorgia Meloni può salvarsi solo se troverà la forza di essere più severa con la propria tribù che con la sua famiglia.

Il simpatico video in stile «francescano» di ieri con gli uccellini cinguettanti, e le paroline dolci («Rispetto la decisione degli italiani»), è molto carino: ma non basta a far dimenticare gli ululati. Forse rispedire a casa anche Nordio e Bartolozzi sarebbe un segnale più chiaro.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto