A chi tocca dopo Maduro?

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«Cerchiamo buoni rapporti e relazioni commerciali pacifiche con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali». Questo è quanto si può leggere nella recente National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti, al capitolo IV («The Strategy»), sottocapitolo I («Principles»).

Gli avvenimenti del 3 gennaio in Venezuela dimostrano quel che già si sapeva: che l’America non ha più né strategia né principi. Oppure che quel documento – già zeppo di insanabili contraddizioni interne – è rapidamente invecchiato, nonostante fosse stato pubblicato meno di un mese prima (il 4 dicembre).

A parte i suoi clientes, qualche apparatčiki del regime e Miguel Díaz-Canel, il caudillo di Cuba, nessuno rimpiangerà Nicolás Maduro – a meno che, tra qualche anno, qualcuno tiri fuori la trita e trista litania nostalgica così spesso risuonata in Italia, come pure in Russia e in Germania dell’Est, e persino in Libia, secondo cui «si stava meglio quando si stava peggio».

Lasciamo dunque Maduro al suo destino (per ora più invidiabile rispetto a quello riservato a Muhammar Gheddafi e a Saddam Hussein) e occupiamoci invece di ciò che conta maggiormente: l’impatto geopolitico dell’intervento militare americano in Venezuela.

Farsa e tragedia

Nel documento della NSS, la parola «Western Hemisphere» compare 13 volte in 29 pagine, mentre, ad esempio, «European Union» vi si trova una sola volta, per accusarla, tra l’altro, di «minare le libertà politiche e la sovranità».

Questo già basterebbe a capire – se ci si potesse fidare di un documento sconclusionato e già obsoleto – dove stiano le priorità dell’amministrazione Trump. In particolare, si legge che «dopo anni di negligenza, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la supremazia americana nell’emisfero occidentale». Nel tentativo di dare spessore a questo assurdo proposito – o più semplicemente per lusingare il querulo bisogno di conforto del presidente americano – gli autori del documento hanno addirittura coniato la formula «corollario Trump alla dottrina Monroe».

All’inizio del suo Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte (1852), Marx scriveva: «Hegel osserva in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa».

Un ventennio più tardi, in un altro testo sempre sulla Francia, lo stesso Marx sottolineerà come la farsa del Secondo impero avesse a sua volta prodotto quella che forse è stata la più grande tragedia della Francia moderna: la sconfitta nella guerra contro la Prussia, e la conseguente unificazione della Germania.

Che la presidenza di Donald Trump sia farsesca è un understatement o, nella migliore delle ipotesi, un pleonasmo; i vari commentatori, però, sembrano sottovalutare quanto quella farsa possa trasformarsi in tragedia, per gli Stati Uniti e per il mondo.

Così come il colpo di Stato di Luigi Bonaparte era una farsa perché la Francia del 1851 non era più quella del 1799 e Luigi era solo la scialba ombra di suo zio Napoleone, allo stesso modo il cosiddetto «corollario Trump» è una farsa perché non siamo più nel 1904, e Trump non ha neppure i numeri per assurgere al ruolo di scialba ombra dell’allora presidente Theodore Roosevelt.

In quel 1904, Roosevelt aveva aggiunto il suo corollario alla dottrina Monroe, sancendo il diritto degli Stati Uniti di intervenire in tutto l’emisfero occidentale in caso di «illeciti [wrongdoing] flagranti e cronici da parte di un paese latinoamericano». All’epoca, però, gli Stati Uniti erano «praticamente sovrani sull’intero continente», come aveva affermato pochi anni prima (1895) il segretario di Stato, Richard Olney.

La fase del declino

Oggi, ovviamente, la situazione è radicalmente diversa. Gli Stati Uniti, nel 1904, erano una potenza emergente, a uno stadio di espansione che la Cina di oggi può solamente sognare, avendo affermato la propria egemonia sull’intero continente e avendo lanciato un’OPA ostile sui due oceani grazie alla guerra vittoriosa contro la Spagna nel 1898.

Più di centovent’anni dopo, invece, sono una potenza in declino relativo oramai da svariati decenni, nel contesto di un mondo sempre più multipolare cresciuto intorno ad essa, erodendone progressivamente i margini d’azione.

Per chi non ha mai creduto alla leggenda del «periodo unipolare» non è certo una novità. Già nel 1986, lo storico Paul Kennedy aveva fatto notare che «i decisori politici a Washington devono affrontare il fatto scomodo e persistente che la somma totale degli interessi e degli obblighi globali degli Stati Uniti è oggi molto più ampia della capacità del Paese di difenderli tutti simultaneamente».

All’epoca, gli Stati Uniti cercavano in tutti i modi di limitare l’accesso giapponese ed europeo nel subcontinente latino-americano, senza tuttavia riuscirvi.

Proprio in quel «periodo «unipolare» si rovesciò sull’America Latina la «pink tide», la «marea rosa»: una serie di governi «di sinistra», dove «di sinistra» indicava la volontà di quei Paesi di scegliere i propri partner economici e politici da sé, senza dover far atto di sottomissione a Washington.

Di quei nuovi varchi approfittò soprattutto la Cina emergente, fino a diventare il primo partner commerciale dell’America del Sud e il secondo di tutta l’America Latina; ma ne approfittò anche l’Unione europea, aprendo nel 1999 una trattativa con il Mercosur allo scopo di ridurre gradualmente i dazi all’importazione su più del 90 per cento delle merci.

Tornare al passato

Vero che gli Stati Uniti dormivano beatamente sugli allori dell’illusione «unipolare», ma affermare che abbiano «trascurato» di reagire, come fa il documento NSS, è falso.

Dopo aver dato vita al trattato di libero scambio con Canada e Messico (NAFTA) nel 1994, l’amministrazione Clinton lanciò il progetto della Free Trade Area of the Americas (FTAA), cioè l’estensione del NAFTA a tutto l’emisfero occidentale, ad esclusione di Cuba.

Quel tentativo di Washington di tornare con l’economia ad occupare spazi persi in politica si arenò definitivamente nel 2003, per l’opposizione sempre più decisa – e decisiva – dei Paesi dell’America del Sud, determinati a decidere da sé le proprie opzioni.

Oggi, l’amministrazione Trump vorrebbe, con un semplice atto di volontà, ristabilire la situazione quo ante, cioè precedente l’inizio del declino relativo degli Stati Uniti – che è relativo precisamente perché dovuto non a un rallentamento della crescita americana, ma a una crescita più rapida dei propri competitori.

Il volontarismo americano consiste nell’agire senza considerare gli interessi, le volontà e i sentimenti di tutti gli altri attori della politica internazionale, o nella convinzione di poter vincere le eventuali resistenze torcendo il braccio a chi osa opporsi.

Non stiamo parlando del Venezuela, che tutt’al più funge da avvertimento di stile mafioso; non stiamo neppure parlando di Cuba, Nicaragua o addirittura Colombia.

Stiamo parlando del Messico, del Canada e della Groenlandia; ma anche di tutti gli altri paesi dell’America Latina che, pur riconoscendo di non poter fare a meno del rapporto con gli Stati Uniti, non sono certo disposti a tornare allo status quo ante, non solo per non perdere le merci provenienti dalla Cina o l’accordo commerciale con l’UE, ma soprattutto per non perdere l’alternativa politica all’ingombrante vicino che la sponda asiatica ed europea può offrire loro.

Senza contare le opinioni pubbliche che, per quanto possano essere soddisfatte per la fine ingloriosa del caudillo venezuelano, non possono ignorare l’umiliazione subita da parte di quell’imperialismo yanqui nel cui disprezzo sono cresciute e sono state educate.

La paura dei volenterosi

E poi ci sono gli attori extracontinentali: ed è qui che la cosa si fa interessante. Al 4 gennaio, la sola reazione del governo di Tokyo è stata la creazione di una task force per mettere in salvo i suoi 160 cittadini presenti sul suolo venezuelano.

Lo stesso ha fatto Seul per i suoi 70 connazionali. Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, si è trincerato dietro la solita formula anodina del «supporto al dialogo tra le parti e alla diplomazia», aggiungendo, per buona misura, di sostenere «una transizione democratica» in Venezuela.

Il primo ministro canadese, Mark Carney, si è sbilanciato ancor di più, affermando che il suo governo «accoglie con favore [sottolineatura mia] l’opportunità di libertà, democrazia, pace e prosperità per il popolo venezuelano».

L’alta rappresentante della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, già nota per essere rimasta impassibile di fronte all’incitamento alla sovversione in Europa contenuto nella NSS, ha seguito la stessa strada, sostenendo innanzitutto che «Maduro è privo di legittimità», per poi affermare il sostegno a una «transizione pacifica» e al rispetto «dei principi del diritto internazionale e della Carta dell’ONU». Fuori tempo massimo, si direbbe. Stesso prudente suono di campana, nella sostanza, da parte di Keir Starmer.

Si può individuare qui un pattern, un filo conduttore comune a tutti i cosiddetti «alleati» di Washington: dopo essersi dimenati abbastanza disordinatamente in questi ultimi dodici mesi per cercare di capire cosa fare nel mondo post-americano, si trovano oggi a balbettare vuote formule diplomatiche per non disturbare l’imprevedibile manovratore americano.

La spaurita cautela di fronte all’«operazione militare speciale» di Washington dimostra che gli europei si sono impantanati in mezzo al guado della loro ricerca di alternative, spaventati dalle minacce esplicite contenute nella NSS e ancor più dal passaggio all’atto contro il caudillo di Caracas.

Insomma, la prima seria prova del fuoco della coalizione dei volenterosi ha dimostrato che la loro volontà non va molto lontano. Come tutti i deboli che cercano di sottrarsi ai colpi di matto del bullo di turno, i dirigenti europei si vogliono convincere che loro non sono come Maduro e quindi non hanno niente da temere; fingendo di dimenticare che l’amministrazione Trump ha fatto capire di voler sostituire Starmer con Farage, Macron con Le Pen e Merz con Alice Weidel, la presidente dell’Alternative für Deutschland.

Dall’altra sponda – Cina e Russia – la condanna è stata ferma ed esplicita; Pechino e Mosca hanno fatto il loro bravo dovere, quello che tutti si potevano e dovevano aspettare da loro. E certamente reitereranno la loro accigliata censura se si dovesse arrivare al solito inutile voto del Consiglio di sicurezza.

Ma, al di là delle scontate posture diplomatiche e retoriche, non è affatto detto che siano tanto scontente quanto le loro parole potrebbero lasciar pensare. Dire che l’attacco al Venezuela è un attacco indiretto alla Cina può essere vero, oppure parzialmente vero, oppure non vero per niente.

Che ne pensa la Cina

Il documento della NSS afferma a chiare lettere che Washington «impedirà ai concorrenti non appartenenti all’emisfero occidentale di schierare forze o lanciare altre potenziali minacce, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero».

Quasi tutti hanno pensato che queste parole si riferissero alla Cina, dimenticando però che anche l’Europa vorrebbe avere un rapporto privilegiato con l’America del Sud (notiamo di sfuggita che l’azione contro il Venezuela, e più in generale tutte le fanfaronate sull’«emisfero occidentale» come cortile di casa di Washington, vanno contingentemente nella stessa direzione auspicata da Macron e Meloni, opposti al trattato con il Mercosur).

Certamente, l’obiettivo principale è e resta la Cina. Ma non per questo bisogna concluderne che i dirigenti di Pechino siano assolutamente scontenti: il sempre meno sottinteso riferimento alle sfere di influenza continentali potrebbe infatti essere una merce di scambio accettabile per Xi Jinping e soci.

Cedere la presenza commerciale in America Latina in cambio del Mar Cinese Meridionale e magari qualcosa in più non sarebbe, in fondo, un brutto affare. È vero che il documento della NSS lo esclude esplicitamente; ma in quel testo c’è scritto di tutto e il contrario di tutto, lasciando quindi la porta aperta.

Lo stesso discorso vale a maggior ragione per Mosca. Che, tra l’altro, non ha nulla da perdere sul continente americano. La sua fragile influenza su Cuba e Nicaragua in cambio dell’Ucraina, e magari qualcosa in più, sarebbe un affarone anche per Putin e soci.

Non è detto che le cose vadano in questa direzione. Anche perché gli Stati Uniti, oltre a non avere principi, non hanno neppure più una strategia: anzi, a dire il vero ne hanno troppe, confuse e contraddittorie. Ma, se qualcuno pensa di non avere nulla da temere perché non è come Maduro, farebbe bene a pensarci due volte.

  • Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 5 gennaio 2025

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3 Commenti

  1. 68ina felice 7 gennaio 2026
  2. Pietro 7 gennaio 2026
  3. Mariagrazia Gazzato 7 gennaio 2026

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