
Il senso del voto referendario è ormai definito: alta affluenza, netta vittoria del NO alla riforma costituzionale della magistratura.
Le implicazioni immediate sono tutte politiche: ancora una volta salta una riforma costituzionale che una maggioranza parlamentare si ostina a provare a imporre per ragioni di palazzo, non per mandato popolare. Magari questa volta servirà da lezione: fate le riforme, ma non toccate la Costituzione.
Ancora una volta, come nel 2016, un referendum costituzionale sembra indicare la fine di una stagione politica: era il referendum dedicato alla memoria di Silvio Berlusconi, leader politico a lungo impunito e poi condannato in via definitiva, e ha vinto il NO.
No a quella riforma, no anche a quella eredità di conflitto permanente tra politici in cerca di salvacondotti e magistratura che li insegue.
Era il primo pilastro delle riforme costituzionali volute dal centrodestra: a Forza Italia interessava indebolire la magistratura, a Fratelli d’Italia rafforzare l’esecutivo con il premierato, alla Lega trasferire risorse e poteri alle Regioni del Nord con l’autonomia differenziata.
Saltata la riforma della magistratura, le altre che già erano impantanate si possono dare per morte e sepolte. Anche questa stagione finisce.
Così come finisce la stagione della apparente invincibilità di Giorgia Meloni, che è frutto di un grande equivoco: il centrodestra ha vinto nel 2022 perché lo schieramento opposto era frammentato, e con l’attuale legge elettorale prevale la coalizione più larga.
Però su quell’equivoco Meloni ha campato per una intera legislatura. Al referendum senza quorum, però, le coalizioni sono larghe per definizione, perché ci sono solo due opzioni possibili: Sì o NO.
E Meloni ha perso, cosa che può non stupire più di tanto gli osservatori italiani ma che all’estero verrà letta come la brusca interruzione di una stagione di stabilità politica in Italia.
Adesso tocca all’opposizione presentarsi come una alternativa credibile, cosa che non sono riusciti a fare negli ultimi quattro anni.
Questione di tempistica
La breve fase pre-referendum è stata gestita dal governo – sia sul piano della strategia che su quello della comunicazione – nella consapevolezza che il tempo giocava a favore del NO. E anche, viene da concludere, la piena consapevolezza dei contenuti della riforma avrebbe favorito la bocciatura.
A gennaio il governo ha addirittura provato ad anticipare di diverse settimane il voto: meno se ne parla, meglio è. Così a votare ci vanno soltanto quelli davvero convinti della necessità di indebolire la magistratura con la separazione delle carriere e la divisione in tre del Consiglio superiore della magistratura.
Ma il piano per il voto fulmineo non ha passato il vaglio del Quirinale, e allora la priorità è rimasta disinnescare il tentativo dei comitati per il NO di spostare la data in avanti (dopo che la Cassazione ha approvato il quesito popolare, il Consiglio dei ministri ha dovuto emendare il quesito già previsto in modo da non dover spostare i giorni del voto).
I sondaggi, però, hanno presto iniziato a dimostrare che il NO guadagnava consenso. Per due ragioni, par di capire: perché a ogni occasione gli esponenti del governo confermavano gli argomenti della campagna di opposizione, presentando il referendum come un regolamento di conti tra politica e magistratura con l’obiettivo di indebolire quest’ultima; e poi perché il contesto diventava sempre più sfavorevole all’esecutivo.
Per citare tre episodi: la polemica sulla magistratura che osa indagare il poliziotto di Rogoredo che ha ucciso uno spacciatore mentre era in servizio, è diventata presto lo scandalo per il poliziotto violento accusato di estorcere denaro dagli spacciatori, incluso quello che ha ucciso a freddo.
Il governo che predica la necessità di una giustizia giusta e che si indigna quando Roberto Saviano dice che la riforma indebolirà la lotta alla mafia scopre di avere proprio al ministero della Giustizia un sottosegretario, Andrea Delmastro, in società con la figlia di un prestanome della mafia romana.
E infine la guerra e la crisi energetica: il decreto per tagliare le accise sulla benzina, approvato in fretta e furia nella giornata di mercoledì scorso in modo da far sentire i suoi effetti in tempo per il referendum, ha avuto due effetti collaterali: ha ricordato che Giorgia Meloni aveva tradito le sue promesse di ridurre o abolire le accise, e ha generato una certa frustrazione perché i benefici sono stati presto neutralizzati dal fatto che i prezzi della materia prima hanno continuato a crescere.
Il malcontento
Le valutazioni della riforma sono poi arrivate in un contesto nel quale il gradimento per il governo Meloni è da tempo molto inferiore a quello che sembra di percepire dai media, che trasmettono un’impressione di dominio perché non c’è grande fiducia nelle alternative.
Però, se andiamo a guardare l’andamento dell’indice di gradimento misurato da IPSOS nei confronti dell’esecutivo e della premier nello specifico si nota una certa stabilità ma anche una notevole disillusione rispetto agli inizi della legislatura.
Segnali che legittimano la conclusione che in un voto che non è tra due alternative ma soltanto pro o contro una riforma scritta, promossa e imposta dal governo scavalcando il Parlamento si possa riscontrare un po’ di quella ostilità che scompare nei sondaggi che confrontano i partiti.
Molti elettori possono considerare Giorgia Meloni il meno peggio tra le opzioni disponibili per palazzo Chigi, anche se sono scontenti dell’operato del governo. E un referendum è il momento ideale per esprimere questo atteggiamento, visto che si può votare contro il governo senza per questo scegliere una alternativa.
Al referendum si può votare il meno peggio senza turarsi il naso.
Il Quirinale e l’equilibrio
Se dovessi dire qual è stato il momento di svolta, indicherei la giornata del 18 febbraio 2026, quando Sergio Mattarella ha deciso di presiedere per la prima volta una seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura.
Il capo dello Stato lo ha fatto in risposta agli attacchi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che aveva parlato di «sistema para-mafioso» per l’elezione del CSM, presieduto da Mattarella.
Non un atto dovuto. Soprattutto un atto compiuto, Mattarella lo ha precisato, da Presidente della Repubblica e non da presidente del CSM. Cioè una mossa a difesa delle istituzioni, della democrazia, della Costituzione, non dei magistrati in quanto corporazione.
Quell’intervento di pochi minuti ha confermato che il progetto di rafforzamento del potere esecutivo perseguito dal governo Meloni stava esondando dai limiti costituzionali e dal contesto della democrazia liberale.
E se agli italiani chiedi se preferiscono un Paese nel quale l’ultima parola spetta a Mattarella o a Meloni, non hanno dubbi: scelgono Mattarella e la Costituzione.
- Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 23 marzo 2026






