I poveri dimenticati dalla manovra

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meloni e giorgetti

C’è questa cattiva abitudine, nella politica economica italiana, di approvare la legge di Bilancio senza che ci sia il testo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il resto dell’esecutivo hanno approvato in Consiglio dei ministri una manovra che ancora non esiste nella sua forma definitiva.

Anche se da giorni leggete approfondimenti sui giornali, circolano soltanto bozze. Sappiamo alcuni punti fermi, ma non tutti i dettagli, come la questione della tassa sui cosiddetti extraprofitti delle banche.

Sappiamo per esempio, dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani della Cattolica, che questa è una delle manovre più piccole degli ultimi anni, nel senso che sposta risorse soltanto per l’0,8 per cento del PIL. La primissima manovra del Governo Meloni, che all’epoca sosteneva di non aver potuto toccare quasi niente perché si era insediato a ottobre, era dell’1,7 per cento del PIL.

Spiccioli

Un po’ è l’effetto delle nuove regole europee del Patto di stabilità e crescita riformato, un po’ è la scelta politica del Governo di non smuovere nulla: giusto qualche intervento sull’Irpef per restituire un po’ di quel potere d’acquisto che il fisco si è mangiato.

Per la struttura progressiva dell’imposta a scaglioni, gran parte degli aumenti di salario in risposta all’inflazione sono finiti in tasse.

Questo beneficio alla parte bassa del ceto medio vale circa tre miliardi all’anno per tre anni. Ma riguarda, per definizione, chi guadagna abbastanza da pagarci le tasse. Esclude quindi tutti quelli che sono o poveri o con un reddito così basso che il fisco non vuole infierire con ulteriori prelievi.

Per i poveri c’è qualcosa, 500 milioni all’anno per la carta «Dedicata a te», quella che dovrebbe finanziare i consumi essenziali delle famiglie. E poi un intervento correttivo sull’ADI, l’Assegno di Inclusione voluto dal Governo Meloni che ha sostituito il Reddito di cittadinanza introdotto a suo tempo dai Cinque Stelle.

Ci sono 380 milioni in più all’anno per l’ADI, ma si tagliano risorse quasi analoghe al cosiddetto Fondo povertà che finanzia i servizi di supporto ai beneficiari dell’ADI, perché la povertà non è soltanto assenza di redditi sufficienti ma una condizione che cumula varie forme di disagio che vanno affrontate tutte, per cambiare la traiettoria.

La povertà in Italia resta significativa ma stabile, 5,7 milioni di persone sono in povertà assoluta. La situazione è più critica per le famiglie di soli stranieri.

Il centrodestra si è a lungo opposto alla logica del Reddito di cittadinanza, che combinava un sostegno quasi universale con una serie di politiche, mai molto efficaci, per spingere al lavoro.

La riforma del Governo Meloni, però, si è limitata a restringere la platea dei beneficiari. E la manovra sembra abbandonare definitivamente ogni tentativo di superare la dimensione puramente assistenziale: ci sono alcune persone, poche, che ricevono aiuto, ma non si prova neanche più a capire come superare la povertà come condizione.

Ci sono altre priorità.

Il Reddito di cittadinanza aveva molti problemi, perché nasceva con una ambiguità di fondo: cercava di combinare strumenti di assistenza con politiche attive per il lavoro. Quando i suoi critici sono arrivati al Governo, però, invece di affrontare quelle criticità hanno semplicemente ridotto l’ambizione e la copertura dell’intervento.

I Cinque Stelle, ai tempi di Luigi Di Maio nel 2018, avevano senza dubbio esagerato nell’annuncio di aver abolito la povertà. La destra di Governo si accontenta di aver abolito la discussione sulla povertà. Mentre i poveri restano sempre lì.

Povertà ed evasione fiscale: l’analisi di Roberto Seghetti

Roberto Seghetti è un giornalista economico, ha pubblicato da poco su Appunti un articolo per spiegare che l’Italia è un Paese di poveri ed evasori. I numeri sulla povertà dell’ISTAT sembrano indicare che quasi il 10 per cento degli italiani è in seria difficoltà. Ma le dichiarazioni Irpef ci dicono che quelli che non pagano tasse perché hanno redditi bassi sono ancora di più.

  • Quanti sono davvero?

La differenza tra il numero dei poveri secondo l’ISTAT e il numero di persone che risultano povere per il fisco è davvero troppo grande. L’ISTAT calcola gli indici di povertà in base alla capacità di consumo, quindi al reddito netto che una persona può spendere per vivere.

Secondo questa stima, in Italia ci sono 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, cioè che non hanno quel che serve per mangiare tutti i giorni, e 8,7 milioni in povertà relativa, cioè che possono spendere 1.200-1.220 euro al mese se sono in due — per esempio marito e moglie, o madre e figlio. In tutto, 14,4 milioni di persone in difficoltà.

Per il fisco, su 58,9 milioni di italiani, 42,5 milioni risultano in grado di essere contribuenti. Tra questi, 8,4 milioni, corrispondenti statisticamente a 11,7 milioni di cittadini, dichiarano da sotto zero a 7.500 euro di reddito lordo annuo (non netto, ma prima del prelievo fiscale). Altri 7,6 milioni di contribuenti, pari a 10,6 milioni di cittadini, dichiarano da 7.000 a 15.000 euro lordi all’anno. Ora, 15.000 euro di reddito lordo corrispondono, al netto delle tasse, a circa 1.000 euro al mese. In tutto si tratta quindi di 22,3 milioni di cittadini.

Il confronto è un po’ spurio, perché si basa su criteri diversi, ma 7-8 milioni di persone di differenza tra i poveri Istat e quelli «per il fisco» sono effettivamente troppi. Quindi, o ci sono più poveri di quelli che vede l’Istat, o più evasori di quelli che vede il Governo — o entrambe le cose.

  • Con il Governo Meloni la pressione fiscale è arrivata al 42,8 per cento, in drastico aumento. Perché non ci sono risorse da redistribuire a queste fasce deboli?

La pressione fiscale è aumentata, ma attenzione: è un dato medio. Basti dire che 21 milioni di contribuenti, che rappresentano circa 29 milioni di cittadini, pagano al fisco meno di quanto ogni persona costa alla sanità pubblica. Quindi, per costoro, la sanità viene in qualche modo pagata dagli altri. In particolare, in Italia pagano moltissimo coloro che hanno, dal punto di vista dell’Irpef, redditi lordi tra 35.000 e 150.000 euro. È quello che si chiama ceto medio, che viene tartassato molto più del dato medio della pressione fiscale.

E perché non ci sono soldi per aiutare chi è in difficoltà? Perché vengono utilizzati per altre scelte. Anche nella manovra di bilancio si discute se spendere risorse per un’ulteriore «rottamazione» — che, detta in italiano, è un condono per chi non ha fatto il proprio dovere verso il fisco.

  • In che modo povertà ed evasione fiscale sono legate?

Effettivamente vi sono molte persone in difficoltà che evadono per necessità — su questo non ci sono dubbi. Ma questi contribuenti vengono spesso utilizzati come scudi umani, dietro i quali si nascondono moltissimi furbi. Basti pensare a coloro che, nelle rottamazioni (cioè nei condoni precedenti — usiamo le parole giuste), hanno ottenuto una patente di regolarità fiscale, necessaria per partecipare a bandi e gare pubbliche, chiedendo la rateizzazione del dovuto, pagando la prima rata e poi sospendendo i pagamenti per l’ennesima volta.

Cosa deve fare l’Europa contro la povertà: l’analisi di Pietro Galeone

Pietro Galeone è un economista, ricercatore dell’Institute for European Policymaking della Bocconi e ha appena coordinato un evento con la Commissione europea per mettere a punto la prima strategia anti-povertà dell’Unione Europea.

  • Cosa è cambiato in Italia con l’abolizione del reddito di cittadinanza?

Quello che è cambiato con il passaggio dal reddito di cittadinanza all’assegno di inclusione sono sostanzialmente i criteri di accesso allo strumento, che determinano di conseguenza la platea di beneficiari. Con il reddito di cittadinanza, chiunque guadagnava sotto una certa soglia, per semplificare, aveva diritto al sostegno. Con l’assegno di inclusione, invece, si introducono requisiti di categoria: accedono al beneficio solo i nuclei familiari che hanno un minore o un anziano di cui prendersi cura, o una persona con disabilità. Tutti gli altri sono indirizzati verso strumenti legati al mondo del lavoro.

C’è quindi un cambiamento filosofico alla base: non è più povero chiunque non arriva a fine mese — per qualsiasi motivo, lavoro povero o fragilità personale — ma solo chi rientra in determinate condizioni di povertà, che non si capisce perché debbano essere limitate a minori, anziani o disabili.

La conseguenza è stata un quasi dimezzamento della platea dei beneficiari del sussidio, passata da oltre un milione a circa 600 mila persone, e un aumento conseguente della povertà assoluta, stimato dalla Banca d’Italia, a quasi un punto percentuale, oltre a un incremento del disagio per chi vive in condizioni di povertà di quasi cinque punti percentuali.

  • La Commissione europea sta lavorando alla sua nuova strategia anti-povertà. Quali sono le priorità?

Nonostante negli ultimi anni l’attenzione delle istituzioni europee ai temi sociali sia cresciuta notevolmente, ancora oggi 93 milioni di persone nell’Unione vivono in povertà. In alcuni Paesi, come l’Italia, il tasso di povertà assoluta nell’ultimo decennio è stato in costante crescita.

Se, come afferma la presidente Ursula von der Leyen, l’Europa vuole eradicare completamente la povertà entro il 2050, serve una strategia netta e credibile, fatta non di raccomandazioni e di soft law, ma di politiche ambiziose che spingano gli Stati membri a fare sempre di più e sempre meglio.

Una strategia contro la povertà dovrà adottare un approccio multidimensionale e non paternalista, verso la povertà e verso i poveri.

Sono molti i temi che si potrebbero trattare e, in un evento che come Università Bocconi abbiamo organizzato insieme alla Commissione europea per il 20 ottobre, abbiamo deciso di porre l’accento su tre punti fondamentali.

Il primo: serve un approccio che copra tutto il ciclo di vita, tenendo conto delle diverse esigenze nelle diverse fasi, e che consenta in particolare durante l’infanzia di interrompere la trasmissione intergenerazionale della povertà, riattivando quel famoso ascensore sociale che troppo spesso si è bloccato.

Il secondo: garantire un adeguato finanziamento alle politiche di contrasto alla povertà, che non si limiti a cifre residuali ma consideri il costo-opportunità di milioni di cittadini che, se inclusi attivamente, possono contribuire anche alla crescita economica dei propri Paesi.

Il terzo: ben vengano politiche diverse — dal sostegno al lavoro all’assegno universale per i figli — ma serve in ogni caso un meccanismo di ultima istanza, un reddito minimo che funga da giubbotto di salvataggio quando queste politiche da sole non bastano a far uscire le persone dalla povertà.

  • Ha senso legare gli aiuti anti-povertà al tentativo di spingere i poveri a lavorare? Cosa dice su questo la ricerca economica?

Che il lavoro sia lo strumento più nobile per la partecipazione alla vita sociale non lo dice tanto l’economia quanto la nostra stessa Costituzione. Quindi ben vengano strumenti di attivazione efficaci che aiutino chiunque sia pronto e disponibile a entrare nel mondo del lavoro. Tuttavia, bisogna stare attenti che questo collegamento non diventi un automatismo o, peggio, un requisito, e che non assuma una valenza morale.

È un attimo passare all’idea che chi è povero lo sia perché non vuole lavorare. In molti casi, infatti, il lavoro non può essere una soluzione immediata: servono prima politiche di welfare mirate alle circostanze specifiche di ciascun individuo. Pensiamo, per esempio, a una giovane madre che non ha trovato posto all’asilo pubblico, o a una persona con fragilità mentali, che ha bisogno prima di un sostegno psicologico e poi di essere accompagnata verso l’occupazione.

Se passa l’idea che la povertà sia una sorta di «pausa volontaria» tra un impiego e l’altro, si rischia di abbandonare queste persone, che non si avvicineranno più alle politiche pubbliche perché le percepiranno come giudicanti, respingenti, inadatte alle loro circostanze.

Da una prospettiva economica, c’è poi il rischio che, pur di garantire un inserimento lavorativo, le persone vengano intrappolate in strumenti emergenziali e ultra-precari, come tirocini o lavori sottopagati, che li condannano a stipendi da fame e spingono al ribasso i salari di tutti gli altri lavoratori. Per questo, ben vengano i canali di collegamento tra politiche di welfare e politiche del lavoro, ma devono essere pensati e costruiti in modo da dialogare tra loro e aiutare davvero le persone a uscire dalla trappola della povertà.

  • Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 21 ottobre 2025

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7 Commenti

  1. Enrico 22 ottobre 2025
  2. Mariagrazia Gazzato 22 ottobre 2025
    • Pietro 23 ottobre 2025
    • Enrico 23 ottobre 2025
      • Enrico 23 ottobre 2025
        • Mariagrazia Gazzato 23 ottobre 2025
          • Enrico 24 ottobre 2025

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