Un anno di governo Meloni

di:
giorgia meloni

Foto: Alberto Gandolfo/LaPresse

Nei prossimi giorni il Governo Meloni compirà un anno. La coalizione di destra-centro, uscita vincitrice dalle elezioni del 25 settembre 2022, si è infatti formalmente insediata al Governo lo scorso 22 ottobre, poco meno di un anno fa.

Che percorso hanno compiuto, in questi dodici mesi, il Governo e la Presidente del Consiglio? Quali strade hanno intrapreso, quali segnali stanno dando, dove stanno portando l’Italia?

Consapevoli che i bilanci su un esecutivo dovrebbero essere fatti a fine legislatura, si può però già trarre qualche indicazione da questi primi dodici mesi di azione politica della nuova Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

L’eredità draghiana

I tempi veloci della odierna politica ci portano a dimenticare rapidamente tutto. Allora, è forse il caso di ricordare che a portare al governo Giorgia Meloni è stata una drôle de crise, una crisi davvero anomala, quella che segnò la fine del Governo di Mario Draghi.

Un governo dimessosi senza ricevere la sfiducia, ma per un prolungato gioco di logoramento attuato da Giuseppe Conte e dai parlamentari M5S – da dentro la maggioranza e coi propri ministri ancora in carica – che si sottrassero al voto in varie occasioni, senza che questo portasse mai il governo in minoranza. Il centro-destra di governo (Lega e FI), infilando prontamente il coltello nel fianco offerto dai pentastellati, chiese la loro estromissione dalla maggioranza e provocò di fatto le dimissioni di Draghi, non più disponibile a perdere tempo in questi giochi di logoramento romani.

Il centro-destra, forte dei sondaggi, sapeva del resto che, portando il paese alle elezioni anticipate, avrebbe ottenuto il Governo in autonomia, senza più dover sottostare alla grosse koalition di unità nazionale che sotto Draghi l’aveva visto collegarsi tecnicamente a PD e M5S. Sapeva anche che Fratelli d’Italia e la Meloni – unica vera voce di opposizione a Draghi – avrebbe lucrato grandemente su quella posizione.

Così fu e, con un’amplissima maggioranza, il governo a guida Meloni prese il via. Con un problema immediato: gestire l’eredità draghiana. Perché, se Meloni poteva permettersi ogni presa di distanza da un governo di cui non aveva mai fatto parte, non così era per Lega e FI. Occorreva lasciar passare qualche tempo: ormai, nel convulso tourbillon che è la politica mediatica odierna, bastano pochi mesi, a volte poche settimane per far uscire dagli schermi – e quindi dall’agenda – uomini, governi e questioni di cui largamente si discuteva fino a poco prima.

Questa, di fatto, la strategia seguita da Meloni e alleati, che di Draghi e delle sue scelte hanno smesso e omesso di parlare, fino a togliere i problemi di quella eredità dall’agenda pubblica. Anche, se nella realtà, quella eredità c’era ancora tutta da gestire: il PNRR in primis, il DEF e la Finanziaria 2023 a ruota, giacché l’anomalia di votare in autunno – questo è il motivo per non farlo, di solito – portò il Governo Meloni a non avere i tempi tecnici per rifare un proprio bilancio. Situazione non del tutto sgradita, giacché dava il tempo di imparare e assestarsi ad una compagine ministeriale non di altissimo profilo e non molto esperta (a partire dalla stessa presidente del Consiglio). Per di più, riparandosi al tempo stesso dietro al classico argomento della politica italiana: «sono decisioni del governo precedente».

L’eredità di Draghi, in effetti, era pesante e problematica sotto vari aspetti:

  • il PNRR, un enorme programma da 200 miliardi che l’amministrazione pubblica italiana – eternamente irriformabile – non ha i mezzi per gestire in modo rapido ed efficace, e che richiederebbe grandissima qualità operativa da parte dei ministri e dei ministeri;
  • una situazione economica florida – PIL in crescita del 3,9% – ma anche un’inflazione attorno al 10%, mai vista da decenni, con un forte incremento del debito pubblico, per effetto soprattutto delle misure straordinarie per la ripresa post-covid. Debito che, a tassi di interesse elevati, costa ora molto di più.

Eclissando un attimo i punti centrali della «continuità» draghiana, il Governo – pur lavorando sottotraccia a PNRR e ad un bilancio 2023 invariato – si mosse per mettere subito sotto i riflettori altri temi, più «identitari», disegnando una nuova agenda di Governo in cui i precedenti temi draghiani sfumavano.

Il governo identitario

Come avemmo modo di scrivere subito dopo l’esito elettorale, era chiaro fin dall’inizio che – svestiti i panni della pasionaria – la Meloni avrebbe dovuto operare per accrescere il proprio profilo istituzionale. Tuttavia, prima di analizzare questo profilo, occorre sottolineare che questa operazione non è riuscita, o meglio, non è stata voluta in modo completo.

Non è stata voluta fino in fondo, perché troppo forte è la storia ideale, o ideologica, della destra sociale romana a cui la Meloni da sempre si ricollega, per poterla eclissare del tutto in un governo istituzionale di tipo liberal-conservatore europeo. Non è riuscita, perché in varie occasioni il personale politico di cui la Meloni si è voluta/dovuta servire – il suo – non è stato all’altezza di questo profilo istituzionale, ricadendo talora nei toni e negli argomenti di una vecchia destra di borgata.

Esempi di concessioni “ideologiche” della Meloni alla sua storia politico-culturale si sono avute fin dai primi giorni, ad esempio quando certi Ministeri sono stati ribattezzati utilizzando alcuni termini-chiave (o forse, termini-specchietto) cari alla destra: così il Ministero dell’Istruzione diventava anche del «merito», quello dell’agricoltura si apriva alla «sovranità alimentare» e quello dello sviluppo economico evolveva nel «made in Italy».

Altro esempio, la prima vera legge promossa dal nuovo Governo fu dedicata alla lotta ai rave party, ispirata al filone securitario della destra, come pure il recente «Decreto Caivano» sulla devianza minorile, più repressivo che educativo; mentre allo spirito della destra sociale si è poi ispirata la norma sugli extraprofitti bancari, tanto equalitaria nei principi quanto di dubbia efficacia reale.

Insomma, tanti i segnali identitari dati dal Governo in dodici mesi, almeno apparenti, se non sostanziali.

Quanto alle «cadute di stile» del personale politico di propria stretta fiducia (scelto dalla Meloni non solo al Governo, ma anche per le tante nomine fatte nelle partecipate pubbliche), ci limiteremo a citare qualche nome, certi che il lettore saprà collegarlo ad altrettanti casi che non meritano qui lunghi richiami: la ministra Santanché, il ministro/cognato Lollobrigida, per terminare addirittura alla seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Ignazio La Russa.

Autori – insieme a tanti altri – di una serie di gaffes istituzionali che hanno costretto la Meloni a difficili equilibrismi, per non abbandonare i suoi nominati e, insieme, non sciupare il lavoro fatto per costruirsi un profilo ufficiale di qualità e di affidabilità istituzionale.

Il governo istituzionale

La Meloni, infatti, si è buttata subito con enorme impegno nel lavoro istituzionale, specie quello internazionale, indispensabile per uscire dai panni della militante della destra social-popolare, e acquisire quelli di un’affidabile statista moderata e conservatrice, almeno per i nostri principali interlocutori esteri.

Destinatari principali di questo nuovo look sono state le istituzioni europee a guida moderata (in primis, la Von der Leyen) e soprattutto gli Stati Uniti, con cui indubbiamente la Meloni ha rilanciato un asse forte, anche in virtù della netta presa di campo anti-russa effettuata sulla guerra in Ucraina. L’agenda estera della Meloni è stata fittissima, sfruttando anche i numerosi appuntamenti internazionali già in calendario, come la COP27 e il G20 a novembre 2022, il G7 di Hiroshima a maggio, e così via.

Questa operazione di accreditamento è in gran parte riuscita, va detto, specie verso Washington. Verso i partner europei, come diremo tra poco, in modo decisamente più discontinuo. E ora molto dipenderà dalle scelte che si vorranno fare sul posizionamento nelle «famiglie» politiche europee (il dibattito nel nostro centrodestra è apertissimo), nonché dai risultati delle prossime elezioni per il parlamento di Bruxelles.

Quanto al piano interno, agli italiani – mitridatizzati da anni di show politico berlusconiano – ormai il rigore istituzionale dei propri leader interessa assai poco. Anche in Italia, comunque, la Meloni ha saputo tenere un mix attento, parlando con toni alterni sia a chi – nel centrodestra – ha più cultura moderata, sia a chi è più movimentista e populista. Un duplice canale che, a volte, si è miscelato in un amalgama equilibrato, altre volte si è risolto in un doppio registro di azione, carico di evidenti contraddizioni.

Le contraddizioni irrisolte

A ben vedere, pur nel complessivo successo di consenso sempre mantenuto, solo con lievi flessioni, il Governo Meloni ha dovuto affrontare e sta tuttora affrontando questioni dove la politica del “doppio forno” istituzionale e movimentista arriva ad un punto di rottura, di impossibile sintesi.

Si pensi al problema migratorio, dove tutti gli aspetti sopra esposti sono emersi. Reduce da una storia condita di concetti-base della destra italiana, quali “invasione”, “respingimento”, “blocco navale” e così via, era difficile per la Meloni acquisire su questi temi un profilo più istituzionale senza venir meno alle sue radici e a slogan antichi. (E senza lasciare praterie alla Lega).

Ne è derivata, in modo esemplare, la disastrosa giornata di Cutro, senz’altro il punto più basso dell’esperienza di governo meloniana, in cui si è toccata con mano l’impossibilità di tenere davvero insieme un profilo istituzionale (il cordoglio per le vittime) e quello ideologico (“noi fermeremo gli sbarchi”), per di più appoggiandosi a personale politico poco abile o poco interessato a questo equilibrismo (il riferimento è alle pessime dichiarazioni di Salvini durante la conferenza stampa di Cutro, ancor peggio gestita dall’allora portavoce governativo Mario Sechi).

Da questo stesso equilibrismo impossibile nasce il “decreto Cutro” (emergenziale, come sempre in Italia) che, proprio in questi giorni, sta portando il governo Meloni in conflitto aperto con la Magistratura: con buona pace del ricercato profilo istituzionale.

La stessa difficoltà, sul tema migratorio, si è avuta poi coi partner europei, cadendo in attacchi alla Francia (per il caso della nave Ocean Viking), e più recentemente alla Germania, sul ruolo delle ONG tedesche in Mediterraneo; cercando sponde – talora improbabili – coi paesi rivieraschi, che hanno creato problemi con la Commissione UE e anche coi vecchi amici del gruppo di Visegrad. Tutti passaggi che hanno messo a dura prova il voluto profilo istituzionale, che poi richiederebbe contestualmente di accordarsi con la maltrattata Germania per la cessione di ITA a Lufthansa, e ora con Macron, per evitare uniti il tracollo del regime tunisino. Insomma, per Giorgia un bell’andirivieni tra posizioni di “lotta” e di “governo”.

Non c’è il tempo qui di approfondire, ma:

  • i ritardi del PNRR, col costante binomio «attacco la UE, ma ne ho bisogno» per ricalibrare il Piano;
  • l’inflazione e il rialzo dei mutui, col problema di chiudere col Reddito di cittadinanza ma di non abbandonare i cittadini più fragili alla congiuntura;

sono altri due chiari esempi di materie in cui la Meloni – come sulle migrazioni – ha faticato a tenere insieme destra sociale nazionalista e profilo conservatore/liberale moderato.

Altri temi di difficile sintesi si potrebbero trovare nella riforma della giustizia del Ministro Nordio (per tacere delle attuali polemiche sulla giudice Apostolico) o nella concessione dell’autonomia regionale differenziata, che cozza frontalmente con lo spirito «nazionalista» della destra meloniana.

Su queste contraddizioni si è infilata da qualche mese la Lega – soprattutto Salvini, non Giorgetti − che spesso alza i toni, sapendo di essere ben più libera su temi securitari, migratori e anche economici rispetto alla Meloni, che − appunto − deve salvaguardare sempre un profilo istituzionale. Almeno fino alle prossime elezioni europee questo opportunismo leghista crescerà, generando qualche tensione.

Viceversa, la scomparsa di Silvio Berlusconi (di cui si ricordano i duri «pizzini» contro la Meloni ai tempi della formazione del governo) ha reso assai più malleabile Forza Italia, che ora deve pensare alla sua stessa sopravvivenza e sarà sempre alleata dello sforzo di revisione liberalconservatore meloniano.

Qualche difficoltà, magari, verrebbe se si fermasse davvero il ponte sullo stretto, essenziale per il mantenimento dell’asse meridionale degli ex berlusconiani, incarnato dall’attuale presidenza regionale siciliana. Nessuna di queste tensioni, però, è stata finora deflagrante e ha turbato il consenso personale della Presidente del Consiglio, rimasto sostanzialmente integro nei primi dodici mesi (mentre quello del suo Governo è in parte sceso).

Come si noterà, non abbiamo finora citato l’opposizione al governo. Non è forse un caso, visto che le vere difficoltà per la Meloni sono venute − come visto sin qui − dal suo fronte interno o dalla complessità delle sue strategie di riposizionamento, in rapporto ai temi da affrontare: mai − ci pare di poter dire − i problemi le sono venuti da decisivi attacchi o da chiare operazioni politiche di opposizione. Nemmeno sull’alluvione romagnola, dove ritardi e speculazioni politiche del Governo erano facili da evidenziare.

Forse − ma il condizionale è d’obbligo − nell’autunno incipiente le sinistre sapranno cavalcare il mix esplosivo dato da prezzi ancora alti − specie per l’energia −, economia in frenata, legge finanziaria senza soldi per sostenere davvero una detassazione del lavoro (il «cuneo fiscale») in grado di essere socialmente visibile, come lo era il reddito di cittadinanza. Ma avremo presto controprove, perché sicuramente l’inverno non sarà facile per molte famiglie italiane.

In sintesi, allora, l’analisi del primo anno meloniano si arresta proprio qui: sulla riuscita effettiva di certi «mix» tentati dalla nuova leadership. Se la Presidente del Consiglio riuscirà a tenere insieme istituzione e movimento, destra liberale e destra sociale, nazionalismi e regionalismi, rivendicazioni antieuropee e cooperazione comunitaria, la sua alchimia sarà riuscita e la Meloni evolverà definitivamente da leader pasionaria di una destra estrema, ad affidabile statista conservatrice.

Se, invece, qualcuno di questi equilibrismi si inceppasse, specie sul fronte economico, la Meloni potrebbe pagare qualche prezzo: ma difficilmente sarà un prezzo decisivo, in termini di consenso. Perché, oggi, la sua rimane l’unica proposta esistente di Governo e fino a quando − chissà quando − le «sinistre» e i «centri» non appariranno credibili, Giorgia potrà dormire sonni sereni.

Le cadute, i problemi, i nodi irrisolti non mancano e non mancheranno. Ma, per la maggior parte degli italiani, mancano del tutto le alternative.

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10 Commenti

  1. Andrea Puglisi 14 novembre 2023
    • Anima errante 14 novembre 2023
      • Giampaolo Sevieri 14 novembre 2023
      • Andrea Puglisi 15 novembre 2023
      • Andrea Puglisi 15 novembre 2023
  2. Pietro 14 ottobre 2023

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