
Riprendiamo di seguito l’editoriale della rivista dei gesuiti degli Stati Uniti America, pubblicato il 7 gennaio 2026 (qui l’originale inglese)
Che cosa rappresentano oggi gli Stati Uniti tra le nazioni del mondo? Anche se un qualunque onesto osservatore della storia potrebbe indicare diverse eccezioni ai valori che gli Stati Uniti dichiarano di difendere, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi essi hanno generalmente incarnato l’impegno verso un «ordine internazionale basato su regole».
Non si può certo dire che questa era abbia garantito la pace. Dal 1945, con l’emergere degli Stati Uniti come Paese egemone sulla scena globale, nel mondo si sono combattute guerre fredde e calde, molte delle quali avviate dagli stessi americani. Tuttavia, essa ha contribuito a prevenire un’altra guerra mondiale, contenendo in particolare altre potenziali superpotenze, e ha spesso fornito una condizione di stabilità che ha permesso il fiorire di istituzioni democratiche durature e di relazioni internazionali stabili.
Ma la «Pax Americana» — nella misura in cui le altre nazioni possono fare affidamento sulla prevedibilità di ciò che gli Stati Uniti rappresentano — è finita.
L’attacco statunitense al Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie il 3 gennaio appaiono come il colpo di grazia finale. Le speculazioni del presidente Donald J. Trump, nei giorni successivi, circa la possibilità di ordinare azioni simili contro Colombia, Cuba o persino Messico o Groenlandia hanno reso evidente che, per quanto riguarda la politica estera americana, l’unica garanzia rimasta è che non esistono più garanzie.
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Meno di un mese prima che Trump inviasse unilateralmente forze speciali in una capitale straniera, la Casa Bianca aveva pubblicato la National Security Strategy (NSS), una dichiarazione programmatica che chiariva come gli ultimi otto decenni di partenariato e difesa reciproca sarebbero stati onorati soprattutto nel senso della violazione che dell’osservanza.
Il documento della National Security Strategy critica in termini insolitamente duri le priorità della politica estera statunitense dalla fine della Guerra fredda, definendole «elenchi di desideri o di obiettivi finali» basati su una «permanente dominazione americana dell’intero mondo». Al contrario, il documento propone un ethos di nudo interesse nazionale, esplicitamente volto a garantire che gli Stati Uniti «rimangano il Paese più forte, più ricco, più potente e di maggior successo del mondo», liberato da una «rete di istituzioni internazionali».
Nella misura limitata in cui le decisioni di politica estera di Trump sembrano derivare da una strategia più ampia e coerente, l’intervento in Venezuela e l’adesione a una «Dottrina Donroe» suggeriscono un nuovo obiettivo di dominio esplicito dell’emisfero occidentale. Ma neppure questo può essere considerato affidabile, dal momento che il presidente e il suo segretario di Stato non riescono a mettersi d’accordo su cosa significhi affermare che gli Stati Uniti «gestiranno» («running») il Venezuela.
Purtroppo, la realtà sembra essere l’imprevedibilità, perché la maggiore potenza militare ed economica del mondo si comporta ormai essenzialmente come un attore fuori controllo. Trump ha mostrato disprezzo per qualsiasi coinvolgimento del Congresso nell’autorizzazione all’uso della forza militare. E, data la generale abdicazione della maggioranza repubblicana al ruolo del potere legislativo nel limitare l’esecutivo, è improbabile che egli dovrà farlo in futuro. In assenza persino di un riferimento nominale a regole e principi, ad alleati e avversari degli Stati Uniti non resta che indovinare chi sarà il prossimo che Trump minaccerà o intimidirà.
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La nuova National Security Strategy rivela che l’attuale amministrazione interpreta i precedenti tentativi di multilateralismo come una mera facciata al servizio degli obiettivi di un’élite screditata. Questa critica non va respinta a priori. Troppo spesso l’avventurismo militare è stato mascherato con il linguaggio delle coalizioni per la libertà, e le Nazioni Unite portano con sé una lunga lista di peccati commessi e di omissione su questo fronte. Tuttavia, gettare il mantello e brandire apertamente la spada non rappresenta una condizione migliore.
Quanto la National Security Strategy deride come «vaghe frasi di circostanza» erano in realtà gli ideali ispiranti che rendevano possibile la cooperazione internazionale. Essi riconoscevano l’esistenza di una legge superiore alla quale Stati Uniti, alleati e avversari erano vincolati, anche se gli Stati Uniti tendevano a considerarsi gli arbitri di tale legge. Al loro posto, l’amministrazione Trump non propone oggi alcun principio, se non ciò che il presidente afferma come fatto compiuto dopo che un intervento militare è già iniziato.
Se questa situazione può indurre altri Paesi a temere maggiormente Trump, non potrà però garantire la sicurezza degli Stati Uniti. Interventi militari privi di principi e imprevedibili renderanno i conflitti regionali più duraturi e distruttivi. E tali sconvolgimenti non resteranno confinati entro i confini nazionali: produrranno invece un aumento degli sfollamenti e delle migrazioni, nonostante l’affermazione contenuta nella NSS secondo cui «l’era delle migrazioni di massa è finita».
Su questo punto, lo stesso Venezuela è un segnale di allarme: dal 2014 più di otto milioni di suoi cittadini hanno lasciato il Paese, e qualsiasi instabilità politica o economica conseguente a quest’ultimo attacco potrebbe spingerne milioni di altri a cercare sicurezza altrove. Il mondo potrebbe assistere ancora una volta a un ciclo già visto più volte in America Latina: un intervento arrogante degli Stati Uniti che produce caos politico ed economico e innesca una migrazione di massa. Se non altro, possiamo essere certi che le azioni statunitensi di oggi avranno conseguenze di lungo periodo non previste dall’attuale amministrazione.
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L’insegnamento cattolico sulle relazioni internazionali propone una visione molto diversa dalla massima libertà d’azione per i leader più potenti. San Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, spiegava che le nazioni sono soggetti di «reciproci diritti e vicendevoli doveri» e immaginava un’autorità pubblica «istituita con il consenso di tutte le nazioni». Papa Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, auspicava una riforma delle Nazioni Unite e delle strutture economiche transnazionali «affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni». Papa Francesco, nella Fratelli Tutti, afferma che la solidarietà umana richiede di «dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale».
Ciò che i papi riconoscono, oltre alla speranza di un ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla pace, è che anche l’interesse nazionale è legato a un bene comune più universale e globale. Sebbene nessuna nazione possa presumere di definire da sola tale bene per tutte le altre, abbandonarlo come obiettivo condiviso rende sia le nazioni forti sia quelle deboli meno sicure.
La dottrina sociale cattolica non è sempre in grado di offrire una risposta adeguata alle sfide poste dalla cooperazione tra nazioni sovrane. Tuttavia, essa si fonda sulla verità che il potere deve rispondere a una legge superiore se vuole raggiungere la vera sicurezza e stabilità a cui aspira, per noi e per le generazioni future.





