Leone X e la Riforma di Lutero

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Nel suo pontificato si incrociano, in maniera quasi emblematica, le luci e i chiaroscuri del Rinascimento cristiano, ma anche le ombre di una Chiesa ferita, chiamata insieme, da opposte posizioni riformatrici, a un confronto drammatico sulla verità del Vangelo e sulla forma concreta da conferire alla genuina riforma.

«Exurge Domine et judica causam tuam; memor esto improperiorum tuorum, eorum quae ab insipientibus fiunt tota die»[1]. L’invocazione accorata, rivolta da papa Leone X direttamente al Signore affinché si erga a giudicare quanto lo riguarda, prelude alla condanna delle tesi di coloro che vengono testualmente definiti delle «volpi che stanno devastando la vigna» del Signore (cf. Ct 2,15): quella stessa vigna che Cristo ha affidato a Pietro come capo e ai suoi successori.

Con il Signore, anche Pietro e Paolo vengono sollecitati a “exsurgere”, affinché intervengano per difendere la causa della santa romana Chiesa, attaccata da maestri mendaci, i quali stanno incoraggiando delle sette di perdizione.

L’allusione di Leone X (Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) è a quel nuovo Porfirio, emulo moderno delle antiche accuse che il neoplatonico tardo-antico aveva lanciato all’indirizzo dei cristiani, ovvero al tedesco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) e ai suoi seguaci, di cui si vogliono, appunto, elencare e condannare gli errori.

Ha colpito molti, ai nostri tempi, la designazione di un agostiniano al soglio di Pietro, dopo il pontificato di un papa gesuita. In molti avranno ricordato che fu proprio un papa di nome Leone, il decimo appunto, che aveva scomunicato quell’agostiniano tedesco, quasi alla fine del proprio pontificato. 1513-1521: è questo l’arco del pontificato del decimo Leone che, tra l’altro, è passato alla storia come l’autore della Exsurge Domine,[2] ovvero della iterata condanna delle tesi dell’agostiniano Lutero.

La Bolla di papa Leone è del 15.6.1520 e condanna come eretiche ben 41 proposizioni, tratte da varie pubblicazioni del riformatore tedesco, evidentemente, secondo il metodo dell’epoca, estrapolate dai loro rispettivi contesti. La Bolla denominava, nell’insieme, tutti questi articoli come eretici, scandalosi, falsi, offensivi per le orecchie pie, capaci di sedurre le menti degli uomini semplici, soprattutto in contraddizione con la fede cattolica.

Da parte sua, Lutero appare coinvolto in una vicenda che, dal suo punto di vista, era legata a una peculiare esperienza interiore circa la giustizia di Dio, di cui egli stava facendo partecipi i suoi lettori e ascoltatori: compiuta sulla base di una meditazione del Sal 31,2 e di Rm 1,16-17, quell’esperienza lo aveva illuminato sulla connessione tra fede-giustizia-salvezza-evangelo.

All’esperienza della torre si aggiungeva una critica radicale alla teologia scolastica ormai imperante a quell’epoca e, in particolare, la pubblica presa di posizione del frate agostiniano nel cosiddetto affare delle indulgenze (sviluppatosi nel corso degli anni 1517-1521).

A partire da una disputa universitaria svoltasi nella chiesa del castello di Wittenberg, si era progressivamente consumata una lacerazione nella Chiesa, che ora Leone X chiamava come a raccolta.

Proprio a Wittenberg, alcuni decenni dopo la non sopita disputa sulle indulgenze, transiterà il viaggiatore fra’ Giordano Bruno,[3] il quale, congedandosi dalla città esplicitamente da lui ricordata come «la città di Lutero» – l’8 marzo 1588, cioè a «giochi ormai fatti» rispetto alla Bolla di papa Leone –, proporrà una sua significativa “laudatio Sophiae”, che, ai suoi occhi “visionari”, si era come incarnata, attraverso l’agostiniano riformatore, in quella città tedesca.

Quella “lode alla Sapienza” sarà intonata, appunto, dal Paride-Bruno (seguace delle proprie «inclinazioni»), che preferiva Sapienza rispetto alle «più quotate» Giunone e Venere, anche se, poi, lei stessa gli chiederà di riconoscere in lei non Venere, ma Minerva: quel che Venere fa con delle blandizie, Minerva, essendo sapiente, lo compie, infatti, senz’alcuna lusinga.

Nell’esaltare esplicitamente il precedente grande riformatore Lutero, il «nuovo riformatore» come si auto-denomina fra’ Giordano – finito al rogo nel 1600 –, alluderà al pellegrinaggio che la Sapienza stessa aveva compiuto non a Roma, ma in Germania, dove aveva potuto edificare la sua dimora e proporre un banchetto non scadente (allusione ai grandi pranzi del periodo, anche in ambito ecclesiastico), soprattutto aveva celebrato, in discontinuità con il vecchio iter sacramentale eucaristico della Chiesa romana, finalmente mescendo «per il sacrificio un vino migliore». A Wittenberg, scriverà l’eretico formale Giordano Bruno, Lutero «imbandì la riformata mensa dei sacramenti».[4]

Così, tra la Bolla di scomunica di Leone X e la “laudatio Sophiae” del Nolano, poi giustiziato sul terribile rogo, Wittenberg diventa il simbolo di una cristianità in ansiosa attesa di un rinnovamento cristiano, che tuttavia non riesce più a riconoscersi in un’unica mensa, pur continuando a parlare, da una parte e dall’altra, di Vangelo, di grazia e di verità.

Una riforma che ridonda nell’oggi del dialogo ecumenico

Le antiche radici del papa-Medici rinascimentale (con tutte le peculiarità del periodo, dai banchetti ai balli, dalla frequentazione di divinatori e compilatori di oroscopi, a scoperte di mondi non occidentali), trasferite nel tempo dalla memoria epigenetica, sembrano ridondare, almeno per qualche aspetto, fino ad oggi; lo si vede soprattutto nel “dramma” delle persistenti lacerazioni tra cristiani, seppur tra loro in dialogo ecumenico.

Ciò che, per Leone X, era lotta contro le «volpi» che devastano la vigna, per noi diventa oggi materiale per rileggere tutta la vicenda di una cristianità che si separa e perseguita le parti avverse, alla luce di un cammino ecumenico che, pur senza negare le condanne del XVI secolo, cerca di comprenderne le cause profonde e le intuizioni reciproche.

Da parte cattolica, l’originaria discussione con Lutero, intrapresa da papa Leone X con i suoi numerosi consiglieri e giuristi subito dopo le «tesi» di Wittenberg, oltre che negli atti ufficiali della cancelleria pontificia, di cui disponiamo, può essere verificata negli sviluppi della cosiddetta letteratura teologica controversistica.

Di questa sarà inventore e campione (sua la prima cattedra di Controversiae a Lovanio) il gesuita Francesco Romolo Roberto Bellarmino (1542-1621)[5] che, in ben due conclavi, rischierà lui stesso la “temuta” elezione al soglio di Pietro, mentre egli continua a recitare la giaculatoria: A papatu, libera me Domine!

La discussione e la presa di distanza da Lutero e dai suoi adepti, seguaci e «perversi» – come li definiva papa Leone X nei suoi atti – sarà lunga, serrata e articolata. Avrà il suo primo esito teologico-dogmatico pressoché definitivo nel corso del Concilio di Trento (soprattutto nel suo primo periodo, dall’esordio del 1545 fino alla sospensione del settembre 1549).

Le grandi preoccupazioni tridentine saranno ancora quelle che spingevano papa Leone X a intervenire solennemente sui seguenti punti: primo, la riformulazione della retta dottrina cattolica (ritenuta, invece mal formulata da parte dell’agostiniano Lutero e dai suoi seguaci); secondo, la riforma generale della Chiesa (così la chiama anche un documento di Leone X), per cui oggi si può correttamente parlare non solo di contro-Riforma cattolica (lotta e perfino persecuzione dei protestanti), ma anche di Riforma, ovvero di presa d’atto di una situazione ecclesiale compromessa sul piano della prassi e del diritto, che domanda la ri-configurazione dei tradizionali rimedi giuridici, disciplinari e pastorali, allo scopo di rinnovare profondamente un contesto cristiano abbastanza deteriorato.

In questo senso, Leone X, pur non essendo il “papa del Concilio”, si colloca all’inizio di una stagione in cui la Chiesa cattolica, sollecitata anche dalle provocazioni luterane, inizia a ripensare sé stessa, non solo in chiave difensiva, ma anche autocritica e riformatrice.

Del resto, lo stesso papa Leone X appare assai preoccupato, prim’ancora degli errori delle volpi, che devastano la vigna del Signore, dell’urgenza di una rinnovata cura animarum e, soprattutto, di una nuova configurazione del ministero dei vescovi: papa Medici, giustamente, li sollecita ad essere pastores, non percussores, come si legge in alcuni atti della sua cancelleria.

Dal vasto Bullarium ricaviamo, altresì, i suoi interventi per una riforma culturale: ad esempio, nel campo degli studi teologici, dove veniva seminata la zizzania dall’antico nemico, che assecondava soprattutto certe teorie antropologiche (si allude alle antropologie neo-aristoteliche), che giungevano ad asserire, come lamenta papa Leone X, la mortalità dell’anima ragionevole, oppure il suo essere unica per tutte le persone umane.[6]

Non mancano interventi per una riforma morale e disciplinare della Chiesa, per esempio nell’ambito della moralizzazione delle procedure dei Tribunali dell’Inquisizione, in cui viene aggiunto da Leone un secondo giudice all’Inquisitore.

Analogo atteggiamento riformatore riguarda, oltre alla prassi dei monasteri cosiddetti “esenti”, i «Monti di pietà»: in essi, passato un certo tempo, si esige, dai poveri destinatari di un prestito, un tanto per ogni libbra prestata, con pericoli di usura e di un deprecabile peccato di ingiustizia: invece, insiste, il pontefice, nostro Signore, secondo la testimonianza dell’evangelista Luca [Lc 6,34ss.], ha chiaramente comandato di non sperare nulla più del capitale allorquando concediamo un prestito, per cui si ha usura in senso stretto proprio quando, dall’uso di una cosa che non produce niente (la moneta), ci si sforza di ricavare, senz’alcuna fatica e pericolo, un guadagno e un frutto.

Per non dire, poi, del disciplinamento promosso da Leone X nel campo delle tantissime liti tra ordini monastici per i diritti di precedenza, in quello delle ricorrenti vessazioni di nobili laici, in nome delle “commende”, su chiese e monasteri.

Leone X lamenta, perfino, la produzione di falsi negli stessi atti della cancelleria pontificia, l’introduzione di falsi testimoni nelle numerose cause sulla pravitas haeretica. E poi, la triste piaga dei duelli tra ecclesiastici, le scorrerie dei banditi, gli omicidi che addirittura vengono salvati ricevendoli nello stato ecclesiastico…[7].

In linea con diversi predecessori, papa Leone X si adopera allo scopo di moralizzare la situazione, ad esempio, promuovendo a vescovi e abati solamente persone dai retti costumi e da scienza delle lettere; soprattutto mettendo fine a promozioni ottenute per commende e, soprattutto, senza tener principalmente conto del vantaggio delle Chiese e della condotta retta, matura, nonché della formazione giuridica e letteraria dei candidati. In particolare, viene più volte ricordato dal papa Medici ad ogni cardinale, nelle cui file venivano scelti i papi, il dovere di vivere sobrie, caste et pie.

Il significato dello «strappo» con Lutero e i suoi seguaci e sostenitori

Lo strappo di Leone X con Martin Lutero – anche se il “nostro” papa lancerà ancora inviti alla resipiscenza – si era consumato ufficialmente il 31 ottobre 1517, una data-simbolo della cosiddetta Riforma protestante del secolo XVI, come ci viene opportunamente segnalato oggi da un Dicastero pontificio: «Ancora oggi molte Chiese luterane ricordano il 31 ottobre di ogni anno l’evento noto come “la Riforma”. Le celebrazioni dei centenari della Riforma sono state fastose e gioiose. Durante questi eventi, le posizioni contrastanti dei diversi gruppi confessionali sono state particolarmente visibili. Per i luterani, queste giornate commemorative e questi centenari sono stati delle occasioni per raccontare di nuovo gli inizi della forma caratteristica – “evangelica” – della loro Chiesa al fine di giustificare la loro esistenza peculiare. Questo era naturalmente legato alle critiche mosse dalla Chiesa cattolica romana. Dall’altra parte, i cattolici hanno sfruttato questi eventi commemorativi come occasioni per accusare i luterani di aver provocato un’intollerabile divisione dalla vera Chiesa e di aver rinnegato il Vangelo di Cristo».[8]

Un altro agostiniano contemporaneo, Vittorino Grossi, ha contestualizzato con precisione storica, in un lungo intervento ufficiale accolto dal sito informatico della Santa Sede, la contesa perdurante tra le parti allora in causa: «Mentre la città di Roma era dilaniata da disordini non piccoli e continuativi per l’elezione del nuovo papa, il conclave, che si trascinava da ben cinquanta giorni, si accordò sulla persona del cardinale Giulio de’ Medici che prese il nome di Clemente VII. Il suo pontificato (1523-1534) fu un periodo di crisi per l’intera società tanto che lui stesso venne chiamato «papa malanno». Colossali catastrofi si abbatterono infatti in continuità, durante il suo pontificato, su Roma e sulla cristianità […]. La risposta romana a Lutero si concretizzò nell’intervento di Leone X al cardinale legato Gaetano de Vio con il decreto Postquam del 9 novembre del 1518, nel quale si spiegava, tra l’altro, il sentire cattolico delle indulgenze. Il card. De Vio invitò Lutero alla ritrattazione delle sue tesi sulle indulgenze. Il suo rifiuto portò alla Bolla di Leone X Exsurge Domine, del 15 giugno 1520, e alla scomunica del frate agostiniano con la Bolla Decet Romanum Pontificem, del 3 gennaio 1521. Tra le proposizioni luterane condannate nella Bolla Exsurge Domine vi erano, tra le altre, le seguenti riguardanti le indulgenze […]. La diffusione delle indulgenze, collegate all’offerta del penitente, si era dilatata di molto nella cristianità del Rinascimento, date le necessità di fronteggiare la guerra con i turchi, l’instabilità politica generale, la ricostruzione di nuove chiese, non ultima della Basilica patriarcale di San Pietro». […] Martin Lutero, che, con le sue 95 tesi trovò grande risonanza, fu accusato e convocato a Roma già nel novembre 1517. Poco dopo, Leone X affidò al card. Tommaso de Vio, detto il Gaetano (o Cajetano), il compito di indurre Lutero a revocare, ma né l’incontro tra di loro nell’ottobre del 1518 ad Augusta, né la disputa, a cui partecipò anche il riformatore Karlstadt, tenuta nel giugno-luglio 1519 a Lipsia con Giovanni Eck, validissimo difensore del cattolicesimo, portarono a un accordo. Dopo che Giovanni Eck fu richiamato a Roma, fu aperto un procedimento contro Lutero (gennaio-aprile 1520). Giacché Lutero non ritrattava le sue dottrine e il 10 dicembre 1520 bruciò in pubblico la bolla Exsurge Domine, il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem fu scomunicato».[9]

Quel che allora fu vissuto come rottura irreparabile, oggi viene sempre più re-interpretato – sia in ambito cattolico che luterano – come un «dramma condiviso», nel quale entrarono in gioco ragioni teologiche, ma anche limiti umani, durezza dei toni, incomprensioni reciproche, contingenze storiche.

Un Leone umanista, mecenate e politico

A partire dal maggio del 1519, Baldassarre Castiglione fu lungamente a Roma, in qualità di rappresentante diplomatico permanente del marchese di Mantova, Federico Gonzaga, ed ebbe incontri pressoché quotidiani con Leone X, principalmente legati a due temi, che stavano particolarmente a cuore anche ai mandatari dell’autore de Il Cortegiano: il recupero del ducato urbinate da parte di Francesco Maria Della Rovere (che ne era stato spogliato da Leone X nel 1516, allorché il papa aveva attribuito Urbino al nipote Lorenzo de’ Medici, morto appunto nel ’19), e la nomina del marchese Gonzaga in qualità di capitano generale delle milizie pontificie.

Dall’epistolario di Castiglione emergono altri tratti di Leone X, tratteggiato come patrono delle arti e delle lettere. Possiamo ben ripetere con uno studioso contemporaneo: «Tre furono i fronti principali in cui dovette misurarsi Giovanni de’ Medici all’indomani della sua elevazione al soglio pontificio succedendo all’irrequieto Giulio II: consolidare un primato strategico del papa all’interno di una Chiesa sconvolta da tensioni interne (il Concilio scismatico di Pisa-Milano-Lione) ed esterne (il diffondersi delle tensioni riformiste in area tedesca che dilagheranno dopo il 1515-1516 nella predicazione luterana); consolidare e accrescere i confini territoriali dello Stato pontificio in quanto principato ecclesiastico territoriale (proseguendo in tal senso, ma con altro piglio, la politica efficacemente condotta dal suo predecessore); conservare il ruolo preminente e arbitrale nell’ambito dei grandi conflitti europei (ruolo che garantiva al papato anche un naturale primato nel quadro politico della Penisola). Su tutto questo, poi, la predominante occupazione di garantire a sé e alla propria famiglia il controllo socioeconomico di Firenze e un sicuro avvenire principesco».[10]

Del papa Leone X, perciò, non possono non parlare i trattatisti politici del tempo. Così, la vicenda della congiura contro Leone X del 1517, viene riassunta da Francesco Guicciardini: anche in questo caso, più della vicenda giudiziaria, o dei retroscena piuttosto oscuri, è il risvolto di mediazione politica che viene fatto emergere con maggiore evidenza: Leone X, presa occasione dalla congiura e dagli incerti equilibri determinatisi in seno al collegio cardinalizio, nomina in una sola sessione ben trentuno nuovi cardinali, costituendo un collegio più ampio e con equilibri a lui più favorevoli, soddisfacendo una serie di istanze familiari oppure promananti dai potentati europei, pacificando Roma con la nomina di esponenti di altre famiglie.

Anche Paolo Sarpi, al principio della sua Istoria del concilio tridentino, annotava, inserendolo nelle caratteristiche proprie dell’umanesimo: «Leon X, come quello ch’era nobilmente nato et educato, portò molte buone arti nel pontificato; fra quali erano una buona erudizione singolare nelle buone lettere di umanità, bontà e dolcezza di trattare maravigliosa, con una piacevolezza più che umana, insieme con somma liberalità et inclinazione grande a favorire letterati e virtuosi, che da longo tempo non s’erano vedute in quella sede né uguali, né prossime alle sue. […] E sì come era liberalissimo e ben intendente dell’arte del donare, così in quella dell’acquistare non era sufficiente da sé […]. Ritrovandosi adunque Leone in questo stato quieto, estinto in tutto e per tutto il schisma, senza alcun avversario, si può dire […] liberale nello spendere e donare, così a parenti, come a corteggiani et alli professori di lettere, essausti gli altri fonti donde la corte romana suole tirar a sé le ricchezze dell’altre regioni, pensò valersi di quello delle indulgenze».[11]

Qui si manifesta tutta l’ambivalenza del pontificato mediceo: nello stesso uomo, anche per i legami familiari, convivono il promotore di arte, cultura e concilio, e il sovrano che, ricorrendo in modo discutibile alla predicazione e alla “vendita” delle indulgenze, offre di fatto a Lutero uno dei bersagli più visibili della sua protesta.

Il decimo Leone (figlio del Magnifico) fu, dunque, anche un papa colto, umanista e mecenate, oltre che promotore di fastosi banchetti, che divennero un vero stile del ricevere (che fece scuola in quegli anni sui nobili e ricchi di Roma). Non è un caso che la numismatica lo ricordi ancora sotto questo profilo, per esempio, nell’emissione della 5 euro bimetallica, inserita nella divisionale di papa Francesco nel 2024, non senza descriverlo, appunto, come «personaggio coltissimo e grande umanista».[12]

Del resto, non fu proprio lui a sostenere e apprezzare Raffaello Sanzio – che morì nel 1520, durante il suo pontificato –, il quale in Vaticano realizzò un magnifico ritratto del papa Medici, ora conservato agli Uffizi? Già suo padre, Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1449 – Careggi, 1492), era stato uno dei più grandi patroni dell’arte e uno tra i più munifici mecenati di tutti i tempi (finanziando una quantità impressionante di imprese culturali, dalle arti alla letteratura, dalla musica all’edilizia pubblica).

Per non dire, poi, della grande preparazione classica di papa Medici, peraltro in linea con tutti i papi del Rinascimento: dal 3 maggio 1512 al 16 marzo 1517, si tenne il quinto Concilio Lateranense, la cui stesura degli atti preparatori, oltre che essere seguita direttamente dal papa, fu affidata da lui a Del Monte, erudito letterato che sapeva usare lo stile ciceroniano, mentre i decreti, usciti dalla settima alla decima sessione del Concilio, furono affidati a Jacopo Sadoleto, quelli dell’undicesima a Pietro Bembo, quelli della dodicesima e finale a Paolo Francesco Biondi.

Chiare relazioni letterarie e chiari interessi umanistici, insomma, quelli di papa Leone X, il quale, cercando di placare le cosiddette «contese gallicane», anche con la presenza in concilio, nel 1513, di Luigi XII, re di Francia, ormai riconciliato con la sede apostolica, si configurava altresì come il papa di un atteggiamento concordatario ben diverso dalla Sanzione Pragmatica di Bourges.[13]

Ora, il medesimo il papa umanista e politico mostra, proprio nel corso del concilio Lateranense, anche buona competenza nell’ambito delle questioni di fede e di morale.

Sul piano teoretico-teologico, egli respinge decisamente la dottrina filosofica, imbevuta di averroismo, secondo la quale non si potrebbe dimostrare l’immortalità dell’anima umana con la ragione, ma solo per fede (è quanto sosteneva soprattutto Pietro Pomponazzi nel trattato, terminato nel settembre 1516, De immortalitate animae, e che ritroveremo nei testi di Giordano Bruno).

Contro i neo-aristotelici, Leone X scrive che «il seminatore di zizzania, l’antico nemico del genere umano [cf. Mt 13,25], ha osato seminare e moltiplicare nel campo del Signore alcuni errori estremamente perniciosi, che i fedeli hanno sempre respinto, soprattutto sulla natura dell’anima razionale, secondo cui essa sarebbe mortale o unica in tutti gli uomini. Poiché alcuni, che si dedicano alla filosofia con leggerezza, sostengono che questa proposizione è vera, almeno secondo la filosofia, desiderando prendere gli opportuni provvedimenti contro questo flagello, con il consenso di questo santo concilio, condanniamo e riproviamo tutti quelli che affermano che l’anima intellettiva è mortale o che è unica in tutti gli uomini, o quelli che avanzano dei dubbi a questo proposito: essa infatti, non solo è veramente, per sé ed essenzialmente, la forma del corpo umano, come si legge in un canone del nostro predecessore papa Clemente V, di felice memoria, pubblicato nel concilio generale di Vienne [DS 902], ma è anche immortale, e, data la moltitudine dei corpi nei quali è infusa individualmente, essa può essere, deve essere ed è moltiplicata».[14]

Quanto all’ambito morale-economico – che sta certamente a cuore anche all’attuale “nostro Leone” XIV che, scegliendo questo nome, si è riferito al Leone ottocentesco dell’enciclica sociale –, papa Medici, riprendendo numerosi decreti papali a favore dei «montes pietatis» («monti di pietà»), pur evidenziando i ripensamenti contro il modo con cui questi monti dei pegni si mantenevano, valorizza tale interessante nucleo del sistema bancario del tempo: se l’evangelista Luca (Lc 6,34ss.) ha chiaramente comandato di non sperare nulla più del capitale quando facciamo un prestito, papa Leone dichiara, infatti, che i Monti di pietà – costituiti dalle pubbliche autorità e finora approvati e confermati dalla sede apostolica –, nei quali si esiga, oltre il deposito, un modesto compenso per le sole spese degli impiegati e di quanto è necessario per il loro mantenimento, senza un guadagno per gli stessi Monti, non presentano nessun male specifico, né costituiscono incentivo al peccato: quindi, non possono in alcun modo essere condannati, anzi un tal tipo di prestito è da ritenere meritorio, dunque dev’essere lodato e approvato, né deve essere assolutamente considerato come una usura.[15]

Conclusione: e se Lutero avesse avuto le sue ragioni?

La domanda non implica una riabilitazione ingenua di Lutero né una condanna sommaria di Leone X, ma invita a riconoscere che, dentro a un intreccio di errori dottrinali e di eccessi polemici, c’erano anche comuni istanze di riforma evangelica che lo stesso papa Medici, nei suoi atti disciplinari, mostrava di percepire, almeno in parte.

Si ricorderà che  in occasione del X anniversario della sua «incoronazione» (era questo il gergo dell’epoca) –, la sintesi ufficiale dell’omelia di san Paolo VI per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno 1972), riportava testualmente un peculiare accenno al fumo di Satana insinuatosi in mezzo alla Chiesa in età moderno-contemporanea: «Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che “da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce».[16]

Numerosi paragrafi di Leone X, inseriti nella Bolla di Canonizzazione di san Francesco da Paola, Istitutore dell’ordine dei frati minimi e sua ascrizione al catalogo dei confessori (nonché istituzione della sua festività il 2 di aprile), accennavano anch’essi alla seminagione di zizzanie nella vigna ecclesiale, a cui si era opposto, appunto, da vivo e da morto, il santo Paolano (siamo al 25.3.1521, nono anno di pontificato di papa Leone).[17]

Il riformatore Lutero, da parte sua, proprio a questo medesimo fumo aveva voluto porre un argine, essendosi già, a suo avviso, operata una frattura di genesi satanica, come ci viene ricordato: «Nel 1521, in partenza per Worms, Martin Lutero formulò un’idea dirompente: “il papa è l’Anticristo”. La tesi, presentata nel libello Replica ad Ambrogio Catarino sull’Anticristo, determinò l’abbandono del modulo con cui si era sino ad allora guardato a questo essere diabolico, ossia come ad una realtà esterna al cristianesimo».[18]

Alla fine della bolla Exsurge Domine, papa Leone si rammaricava che Lutero avesse evitato di rispondere a tutte le sue offerte di confronto e discussione, ma dichiarava, comunque, di conservare ancora la speranza che il frate tedesco facesse finalmente esperienza di una conversione del cuore, anzi si ravvedesse dei suoi errori, concedendogli 60 giorni per ritrattarli, pena l’incorrere nella scomunica, come poi avvenne.

Di fronte a tante liti tra ordini monastici per i diritti di precedenza, a vessazioni di nobili laici su chiese e monasteri, a falsi negli stessi atti della cancelleria pontificia…[19]… di fronte a tutto questo, non solo Lutero aveva ben donde a opporre la necessità di una riforma, ma lo stesso papa Leone X poteva scrivere addirittura della necessità di una Reformatio generalis Prælatorum Ecclesiasticorum, eorumque Officialia ac Familiarium, & aliorum.

E che dire della deprecabile diffusione sociale della bestemmia – già stigmatizzata da papa Medici nel secondo anno dell’incarnazione del Signore (1514)?[20]

Che dire, inoltre, delle tante deviazioni dei clerici del tempo rispetto alla castità e alla continenza, oppure della prassi concubinaria sia di laici che di preti, nonché della triste piaga della simonia, insinuatasi perfino nella Curia romana?

Che dire, poi, dell’accumulo di benefici ecclesiastici nelle mani di uno solo, senza ottemperare al dovere dell’ufficio divino, nonché delle indebite appropriazioni di beni delle chiese o dei monasteri senza un’espressa licenza del Pontefice romano pro tempore existens?

E che fare di fronte alle diffuse deprecabili pratiche (anche tra i preti) di divinazione, sortilegi, invocazione di demoni, superstizioni…? Cosa fare a fronte del carente controllo sulle edizioni dei libri a stampa, sempre più presenti e diffusi dopo l’invenzione di Gutenberg…?[21]

Alla luce di questo scenario, la rottura tra Leone X e Lutero appare meno come un semplice duello tra “ortodossia” ed “eresia”, e più come l’esplosione drammatica di una crisi lunga, in cui la Chiesa cattolica era davvero chiamata a purificare prassi, strutture e linguaggi.

Ecco altrettante pesti e fumo di Satana, che si andavano addizionando, proprio ai tempi di papa Medici, ai tanti errori Martini Lutheri et sequacium.

Contro chi lacerava l’inconsutile tunica di Cristo, Leone opponeva non solo la doctrina anti-riformata, ma anche il richiamo disciplinare ai fedeli e, altresì, il peso politico che avrebbe potuto avere in Europa chi – come viene testualmente apostrofato da papa Leone X Enrico ottavo – essendo rex Angliae,[22] avrebbe potuto, sul piano politico, pacificare la Chiesa (anche se, in seguito, costui, per motivi principalmente matrimoniali, provocherà comunque nuove lacerazioni nel corpo ecclesiale, anzi una nuova Chiesa riformata e separata da Roma).

L’improvvisa morte di Leone X darà occasione a Guicciardini per un bilancio di quel pontificato: il papa moriva in un momento in cui la confederazione con l’imperatore contro la Francia stava dando i maggiori e più proficui risultati. Tuttavia, le spese sostenute per le campagne militari erano state esorbitanti, e il papa Medici lasciava non solo le casse vuote, ma debiti ingenti a carico dei beni ecclesiastici, facendo capire più un temperamento prudente che buono in senso pieno: «Principe nel quale – scrive Guicciardini – erano degne di laude e di vituperio molte cose, e che ingannò assai la espettazione che quando fu assunto al pontificato si aveva di lui, conciossiaché e’ riuscisse di maggiore prudenza ma di molto minore bontà di quello che era giudicato da tutti».[23]

Di fronte alle recrudescenze odierne del fumo di Satana, di fronte al male, di ogni male che tradisce la nostra umanità, un altro Leone, il XIV, ci ha già ricordato, comunque, l’antidoto antico del balsamo del perdono e della riconciliazione: «È vero, a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione».[24]


[1] Bullarium Cherubini (Laertii Cherubini, Magnum Bullarium Romanum), voll. 5, 1692, fol. 614.

[2] Leo X, Bulla Exsurge Domine: D.S., 1467-1472.

[3] Due orazioni. Oratio valedictoria. Oratio consolatoria, Introduzione, traduzione e note di Guido Del Giudice; in Appendice: Bruno Rabelais e Apollonio di Tiana di G. del Giudice, Di Renzo editore, Roma 2007.

[4] Ivi, p. 54.

[5][5] Il cardinale Bellarmino, teologo e catecheta, va inserito nel più vasto orizzonte della Riforma cattolica, di cui egli è oggi a ragione considerato teologo e pastore di punta (dunque, non esiste soltanto la contro-Riforma). Cf. Archidiocesi di Capua-Istituto superiore di scienze religiose, Roberto Bellarmino arcivescovo di Capua, teologo e dottore della Riforma cattolica. Atti del Convegno internazionale di studi (28 settembre-1° ottobre 1988), Capua 1990, 2 voll.

[6] Bullarium Cherubini, vol 1 ff 534-628), qui fol. 549, Documento dato a Roma anno dell’Incarnazione del Signore 1513, None di novembre, primo anno di pontificato, in riferimento alle dottrine deprecabili che s’insegnavano negli Studia generalia.

[7] Bullariun Cherubini, foll. 550-552: Reformatio generalis Prælatorum Ecclesiasticorum, corumque Officialia ac Familiarium, & aliorum.

[8] Dicastero per la promozione dell’unità cristiana, DAL CONFLITTO ALLA COMUNIONE. Rapporto della Commissione presieduta da + KARLHEINZ DIEZ, Vescovo emerito di Helsinki (a nome del co-presidente cattolico)ed + EERO HUOVINEN, Vescovo ausiliare di Fulda, co-presidente luterano, n. 50.

[9] Vittorino Grossi, Il Giubileo viaggio nella Storia – 1525 1550 Verso il Concilio di Trento, a cura di Vittorino Grossi: https://www.vatican.va/jubilee_2000/pilgrim/documents/ju_gp_15052000-6_it.html [23.9.2025].

[10] Raffaele Ruggiero, Ritratti di un papa-diplomatico. Leone X fra tensioni gallicane e ansie della Riforma, in LEONE X. Finanza, mecenatismo, cultura. ATTI DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE ROMA, 2-4 NOVEMBRE 2015, cura di F. CANTATORE, C. CASETTI BRACH, A. ESPOSITO, F. FROVA, D. GALLAVOTTI CAVALLERO, P. PIACENTINI, F. PIPERNO, C. RANIERI, “Sapienza” Università di Roma, Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura, Roma 2016, pp. 177-192, qui 177-178.

[11] Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, in ID., Opere, a cura di G. e L. COZZI, Napoli-Milano 1969 (1997), tomo II, pp. 746-747.

[12] Cronaca numismaticahttps://www.cronacanumismatica.com/leone-x-il-papa-umanista-torna-in-moneta-nella-divisionale-vaticana/ [26.9.2025].

[13] Bullarium Cherubini, fol. 575: condanna della prammatica sanzione, edita in Francia a detrimento della Santa Sede, ora in concordia con re Ludovico.

[14] Concilio lateranense, Sessione VXXX, 19 dic. 1513: Bolla Apostolici regiminis.

[15] Ivi, Sessione 10ª, 4 maggio 1515: Bolla Inter multiplices.

[16] https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html [26.9.2025].

[17] Bullarium Cherubini, foll. 606-609.

[18] Lucia Felici, Il papa diavolo. Il paradigma dell’antcristo nella publicisticaeuropea del Cinquecento, in LA PAPAUTE À LA RENAISSANCE, sous la direction de F. Alazard et F. La Brasca, Champion, Paris 2007, p. 535.

[19] Bullarium Cherubini, fol 550-552.

[20] Ivi, fol. 553.

[21] Ivi, Fol 561.

[22] Ivi, foll. 623-624.

[23] F. Guicciardini, Storia d’Italia, Adriano Salani, Firenze, XIV,X.

[24] Leone XIV, Omelia in Piazza San Pietro, VII Domenica di Pasqua – Domenica, 1° giugno 2025https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2025/documents/20250601-omelia-giubileo-famiglie.html [26.9.2025].

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 8 marzo 2026

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