Stefan Wyszynski: il grande patriota

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La beatificazione del cardinal Stefan Wyszynski, originariamente prevista per il 7 giugno 2020 a Varsavia in piazza Pilsudsk, dovrebbe avvenire durante il corrente anno 2021. Per l’occasione i due rami del parlamento polacco hanno approvato una dichiarazione che consacra il 2021 alla memoria del cardinale “che ha contribuito a preservare e rafforzare il cristianesimo sotto il dominio comunista”.

Percorrevo la Polonia subito dopo la firma degli Accordi di Danzica (31 agosto 1980) tra Lech Walesa e il regime, che sancivano il primato del partito comunista, l’alleanza con l’URSS, la socializzazione dei mezzi di produzione. Tutta la Polonia si era trovata compatta e unita attorno agli operai del litorale baltico, prima, e poi ai minatori della Slesia.

Alla notizia della firma degli Accordi, molta gente si era riversata sulle strade ed era esplosa di gioia. Ma, accanto all’euforia, serpeggiava la paura che la situazione sfuggisse, che l’ansia di libertà andasse oltre, che le critiche al governo e al partito assumessero accenti e toni di vendetta. La gente esultava nei bar, discuteva animatamente ai margini delle strade, gridava contro la corruzione, gli imbrogli, la censura.

Un discorso memorabile

Andai a trovare il card. Stefan Wyszynski, che gli stessi comunisti chiamavano il «grande patriota». Lo vidi sorridere e, alla mia domanda come si sentisse, rispose: «Molto bene. Va bene così. Ho parlato chiaro, ma parlerò ancora, al momento opportuno».

Era convinzione tra la gente, che non avessero vinto né gli operai in sciopero né lo stato, ma la nazione polacca. Avevano per la verità vinto entrambi. I primi, perché si sentivano polacchi e impegnati per il socialismo “reale”, accettando il ruolo guida del partito e la fedeltà alle alleanze nel quadro della comunità socialista; il secondo, perché non aveva ceduto alla tentazione dello scontro.

Il primate Wyszynski in quegli anni criticava la sfrenata corsa al consumismo, l’apatia, l’indifferenza, che sfociavano drammaticamente nell’alcolismo, nella degradazione dei rapporti familiari. Masse operaie, quadri di partito, pubblici poteri, Chiesa, parrocchie, negli interventi del cardinale, correvano il pericolo di lasciarsi andare a un fatalismo inquietante.

I polacchi con gli scioperi operai si trovarono davanti a una storia nuova, con rabbia, con passione, con progetti che affondavano le radici nelle lotte, andate a finir drammaticamente, del ’56, del ’70, del ’76. Si sentirono chiamati ad analizzare passato e presente, a ricercare cause lontane e vicine, a progettare una nuova Polonia.

La Chiesa si fece forza soprattutto per bocca del primate Wyszynski. Memorabile il discorso che tenne a Czestochowa, al vertice della Conferenza episcopale, che fece un’enorme impressione sul popolo.

Wyszynski aveva capito il momento. Ai sacerdoti impegnati nella pastorale, riuniti a convegno, mandò una lettera nella quale scriveva che erano stati commessi errori, perché non si era tenuto conto delle esigenze degli operai, che andavano oltre i bisogni economici. Si era detto loro di lavorare, di produrre, e furono lasciati in disparte altri valori. Il primate presentava la Chiesa a fianco degli operai, di cui riconosceva le legittime rivendicazioni e chiedeva il rispetto dei loro diritti.

Ai preti di Varsavia ricordava il fenomeno, davvero drammatico e nefasto dell’alcolismo che, penetrato nelle famiglie sfiduciate e senza orizzonte, era divenuto una piaga sociale. «In questa situazione difficile – diceva la lettera – prende voce la coscienza della nazione, coscienza che viene dall’ambiente operaio, che si è fatto carico delle sorti della nazione. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai nostri fratelli che l’ordine socio-economico in gran parte dipende dall’ordine morale della nostra vita quotidiana».

Dopo Danzica

La situazione del dopo Danzica era molto preoccupante. Me lo dicevano Zenon Kurkowski, redattore capo del dipartimento relazioni internazionali dell’agenzia polacca Interpress; Jankowski, deputato cattolico al parlamento, membro dell’associazione Pax, capo redattore del quotidiano Slowo Powszechne; Jan Zaranski, noto giurista e giornalista del club degli intellettuali cattolici (KIK); Kuron del movimento KOR, sorto in seguito alle lotte del ’76, che non godeva della simpatia degli operai e della Chiesa.

KOR progettava una Polonia al di fuori del sistema socialista, non vincolata al dogmatismo sovietico. Cosa improponibile in quel tempo. Così il cattolico Jankowski di Pax: «Facciamo parte del Patto di Varsavia, siamo alleati dell’Unione Sovietica, siamo inseriti in un particolare sistema. Non dobbiamo prescindere dalla situazione reale».

Sul socialismo si accendevano le polemiche, che dividevano e opponevano i gruppi cattolici. L’associazione Pax, fondata nel 1947 da Piasecki, come movimento di cattolici «socialmente progressisti», cioè aperti al sistema socialista – non capìta se non addirittura osteggiata dalla gerarchia fino alla fine degli anni ’80, oltre venti mila aderenti –, non mollava. Si batteva perché il sistema socialista divenisse un sistema sempre più «nazionale» e si sviluppasse in direzione di una democrazia sempre più larga.

Il gruppo Znak-Odiss (Centro di documentazione e di studi sociali), tre-quattro mila aderenti, cinque rappresentanti in parlamento, legato all’episcopato, voleva essere un gruppo di pressione per la realizzazione degli Accordi, accettando e promuovendo il pensiero sociale della Chiesa nella realtà socialista.

Il club degli intellettuali cattolici (KIK), senza rappresentanti in parlamento, avversava duramente l’associazione Pax, che accusava di filocomunismo. Altri gruppi erano presenti nelle parrocchie e periferie, spesso diretti da preti. I loro discorsi, in partenza di tipo religioso, non raramente sfociavano in questioni socio-politiche.

Il card. Kazimierz Nycz

Al di là delle processioni, delle chiese piene, delle code ai confessionali nei giorni delle feste popolari e nazionali, emergeva la maturità di gente, che si sentiva popolo minacciato.

Nella cattolicissima Polonia di quegli anni, si erano trovati a fianco a fianco cattolici e marxisti, credenti, atei e agnostici, per dare credibilità e prestigio alla nazione. Ne usciva rafforzata la Chiesa, con a capo il primate Wyszynski, «il grande patriota». Gerarchia e fedeli si confrontavano con una storia severa, chiedevano l’essenziale ai responsabili del governo e del partito a vantaggio di un benessere, che si voleva dato a tutti. La gerarchia si scuoteva sotto la spinta di laici maturati nelle anguste sale parrocchiali, ma soprattutto discutendo nei cantieri, nelle miniere, nelle cellule del partito gomito a gomito con comunisti e marxisti.

Incominciava in Polonia una storia nuova per la Chiesa polacca, aperta all’occidente cristiano da lei accusato di essersi lasciato sedurre dalla secolarizzazione, ma che le era stato vicino nelle lotte per la libertà.

In un ampio reportage: Le catacombe sotto il Muro: i cristiani dell’Est e la libertà ritrovata (EDB 2015), riportai una riflessione dell’attuale arcivescovo di Varsavia, card. Kazimierz Nycz, sulla figura del primate Wyszynski.

In Polonia il regime comunista iniziò ufficialmente nel 1948 e l’apice della persecuzione fu raggiunto tra il 1952 e il 1956, in modo un po’ paradossale, dopo la morte di Stalin nel 1953. Nel 1950 Wyszynski cercava un modus vivendi per la Chiesa polacca e stipulò un accordo con il regime, che non fu gradito da papa Pio XII e dal Sant’Ufficio. Nel 1952 il regime proclamò la Repubblica popolare e il cardinale venne imprigionato senza processo.

Wyszynski fece l’accordo perché pensava che il comunismo non sarebbe durato a lungo e che si dovesse in qualche modo convivere. All’accordo erano contrari non solo la Santa Sede, ma anche la maggioranza della Conferenza episcopale. Dopo l’accordo, i comunisti eliminarono la Caritas e convinsero molti preti a collaborare. «Fu una sconfitta per Wyszynski – mi disse il card. Nycz – che, nel 1953, quando il regime incominciò ad interferire sulla nomina dei vescovi e dei parroci, pronunciò il famoso Non possum. Tre anni di prigionia lo resero ancora più forte e autorevole. Tra il 1956 e il 1960 la collaborazione tra la Chiesa e il regime fu leale, ma, subito dopo, si fece un passo indietro e, nel 1961, la religione venne bandita dalle scuole».

Gli chiesi come giudicasse la figura di Wyszynski: «Quando morì, il 28 maggio 1981, ero già prete da qualche anno. L’avevo incontrato e conosciuto di persona. Era un uomo deciso, una personalità molto forte, con una tendenza spiccatamente patriottica. Faceva di tutto perché la Chiesa polacca fosse inserita in modo armonico nella Chiesa universale ed era molto legato alla devozione mariana. I comunisti cercarono con ogni mezzo di contrapporlo a Wojtyla facendolo passare come persona chiusa nei confronti delle vicende polacche. I due in realtà erano semplicemente complementari».

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Un commento

  1. Andrzej Maiewski 13 febbraio 2021

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