
Provate ad immaginare un Paese occidentale nel quale venisse presentata una legge per impedire, ad un certo gruppo di ebrei, di pregare secondo le proprie consuetudini: sarebbe un fatto assurdo e inquietante. Se poi questa legge prevedesse l’arresto e fino a sette anni di detenzione, si solleverebbe in “tutto il mondo” l’accusa di antisemitismo. Eppure, bisogna togliere l’ipotesi, perché una cosa del genere sta accadendo in Israele.
Un contestato disegno di legge
Faccio riferimento al “Western Wall Bill”, un disegno di legge che, nello scorso febbraio, ha già raccolto 56 voti favorevoli e 47 contrari alla Knesset, il Parlamento israeliano: un primo passo – ma assai significativo – per un iter ancora piuttosto lungo, poiché il testo dovrà essere esaminato da una commissione parlamentare per poi ritornare in assemblea per altre due votazioni. Le reazioni registrate sono, tuttavia, già forti.
«L’approvazione odierna della legge per incarcerare gli ebrei che pregano al Kotel egalitario (nda: il luogo pensato per consentire, come previsto dall’ebraismo riformato, la preghiera mista tra uomini e donne) sarà sempre ricordata come un giorno buio nella storia del sionismo e dello stato-nazione del popolo ebraico», ha dichiarato Yizhar Hess in un post su X.
Il vicepresidente dell’Organizzazione sionista mondiale ha aggiunto: «Se una legge come questa venisse approvata in qualsiasi altro Paese – limitando il diritto degli ebrei di pregare secondo le loro consuetudini nei loro luoghi santi – molti dei membri della Knesset che l’hanno sostenuta griderebbero all’antisemitismo». Il post si chiude con una domanda che ci dà la misura del paradosso: Come è possibile che l’unica democrazia occidentale che limita la libertà religiosa per gli ebrei possa essere lo Stato ebraico?
Anna Kislanski, CEO del Movimento Israeliano per la Riforma e l’Ebraismo Progressista, ha definito questo disegno di legge «paternalistico e antisemita». Non è rimasta in silenzio nemmeno l’organizzazione Women of the Wall, un gruppo che, da oltre trent’anni, organizza il servizio della preghiera al Muro Occidentale appunto in quella parte – il Kotel egalitario – gestita secondo le consuetudini dell’ebraismo riformato, al contrario della parte principale del Kotel, gestita secondo le norme “ortodosse”.
Le donne di Women of the Wall, con un post su Facebook, hanno dichiarato: «Questo è un giorno che sarà ricordato come il momento in cui lo Stato ha inviato un messaggio chiaro a milioni di ebrei in Israele e in tutto il mondo: non siete i benvenuti nel luogo più santo del popolo ebraico se la vostra preghiera non è in linea con l’interpretazione del Rabbinato».
Niente donne al Muro del pianto?
Ma qual è l’oggetto del contendere? Cosa prevede il testo votato dal parlamento israeliano? La proposta di legge, stabilendo che le modalità di preghiera nel sito seguano le norme dell’ebraismo ortodosso, mira a consolidare l’autorità del Rabbinato su tutte le aree del Muro Occidentale. Secondo i critici, il provvedimento mira a limitare ulteriormente gli spazi di culto per le correnti ebraiche non ortodosse e per i gruppi che chiedono una maggiore partecipazione femminile alla preghiera.
Ma il voto parlamentare è soltanto l’ultimo capitolo di una disputa che va avanti da decenni. Per comprenderne la portata, bisogna ripercorrere la storia del luogo al centro dell’ebraismo e osservare come il modo di pregare davanti alle sue antiche pietre sia cambiato nel tempo.
Il Muro Occidentale – chiamato in ebraico Kotel (dall’ebraico HaKotel HaMa’aravi) – è ciò che resta del Tempio che dominava la spianata, distrutto, come noto, dai romani, nel 70 d.C. Di quell’edificio, centro della vita religiosa ebraica, non rimane praticamente nulla. Il muro di sostegno occidentale del complesso è l’unico grande elemento oggi visibile. Per gli ebrei rappresenta il punto più vicino al luogo in cui sorgeva il Qodesh ha-Qodashim – il Santo dei Santi – lo spazio della “divina presenza”.
Per secoli i fedeli hanno pregato rivolti verso quel punto, trasformando il Kotel nel simbolo della memoria della distruzione e della speranza di redenzione. Nella tradizione europea il sito è divenuto noto come Muro del pianto, proprio perché luogo di lamentazione per la perdita del Tempio.
Per secoli, davanti Muro, non c’è stata la piazza monumentale che oggi si vede. Sino al XX secolo vi si accedeva per un vicolo stretto, incastonato tra edifici del quartiere arabo della Città vecchia. Il cambiamento maggiore è occorso nel 1967: con la vittoria nella “Guerra dei Sei Giorni”, Israele conquistò Gerusalemme Est e, con essa, il Muro. Da allora il sito ha assunto un valore nazionale, ove si tengono cerimonie militari, commemorazioni e i momenti più significativi dello Stato israeliano.
Dopo il 1967, le autorità stabilirono che la gestione religiosa del Muro seguisse le norme dell’ebraismo ortodosso. Nella piazza principale vennero quindi applicate le regole tradizionali, con la separazione tra gli uomini e le donne nelle aree di preghiera, con rituali condotti secondo l’interpretazione più “ortodossa” della Legge.
A partire dagli anni Ottanta, la gestione ortodossa del Kotel è stata contestata da gruppi che chiedevano e – tuttora – chiedono una maggiore pluralità religiosa. Il movimento Women of the Wall, ad esempio, iniziò a organizzare preghiere mensili, reclamando il diritto delle donne di indossare lo scialle rituale, leggere la Torah e pregare ad alta voce nella sezione principale del Muro. Le loro iniziative hanno spesso provocato scontri con i gruppi ultraortodossi e interventi della polizia.
Nel 2016 il governo israeliano, anche all’epoca guidato da Netanyahu, tentò una mediazione che giunse al cosiddetto “compromesso del Kotel”: l’accordo prevedeva la creazione di una grande area di preghiera egalitaria – uomini e donne insieme – nella parte meridionale del sito; ma il piano fu congelato l’anno successivo sotto la pressione dei partiti religiosi della coalizione.
Per dieci anni, sino ai giorni nostri, il compromesso, faticosamente raggiunto nel 2016, è rimasto quindi lettera morta. Poi, a metà di febbraio di quest’anno, è successo qualcosa che ha sbloccato la situazione: la Corte Suprema è intervenuta per ordinare al governo di attuare la decisione del 2016 volta ad ampliare lo spazio di preghiera egalitaria.
Questo intervento della magistratura, che mirava semplicemente all’applicazione di un atto di un precedente governo Netanyahu, ha scatenato l’immediata reazione: così il deputato di estrema destra Avi Maoz ha presentato il disegno di legge che, nel giro di pochi giorni, ha raccolto l’adesione, appunto, della maggioranza.
Pieni poteri al Rabbino capo di Israele
Il disegno di legge mira ad attribuire esplicitamente al Rabbino capo d’Israele l’autorità religiosa su tutte le aree del Muro Occidentale. Le sue decisioni e direttive diventerebbero quindi il riferimento legale per stabilire cosa è consentito o vietato.
Uno degli elementi più rilevanti della proposta è la modifica della definizione di “profanazione”. La legge attuale, infatti, già punisce la profanazione dei luoghi religiosi ma non definisce in modo preciso cosa essa sia. Il nuovo disegno di legge stabilisce, invece, che sia “profanazione” qualsiasi comportamento contrario alle direttive del Rabbinato capo. Questo trasformerebbe le regole religiose ortodosse in criterio di legalità generale dello Stato.
Se la violazione delle regole viene considerata “profanazione”, la pena prevista dalla legge sui luoghi santi può arrivare fino a sette anni di carcere. Secondo i critici, ciò potrebbe teoricamente colpire tutte le persone che pregano al Muro secondo riti che non siano considerati “ortodossi”.
Il provvedimento avrebbe dunque conseguenze dirette sulla cosiddetta preghiera egalitaria – uomini e donne insieme – diffusa tra gli ebrei della diaspora; in particolare, potrebbe avere ricadute sulle pratiche promosse da gruppi come Women of the Wall: ad esempio, essere considerate contrarie alle direttive del Rabbinato, quindi illegali.
Ma, a me, viene spontaneo chiedermi quali potrebbero essere le conseguenze – in caso di definitiva approvazione – pure per le visite e per le intenzioni di preghiera dei numerosi pellegrini e pellegrine cristiani/e davanti a quel Muro, presso cui hanno pregato, ancor recentemente, pure tre papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.





