Testimoni di Geova e trasfusioni

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Il rifiuto delle trasfusioni da parte dei Testimoni di Geova è stato considerato una conseguenza della loro interpretazione biblica. Oggi quella posizione viene modificata in modo significativo.

Ci sono cambiamenti religiosi che si misurano nella distanza fra un “no” e un “sì”. E ce ne sono altri, più interessanti, che si misurano nella distanza fra una regola e una coscienza. La decisione annunciata il 18 settembre 2026 dal Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova (TdG) appartiene alla seconda categoria.

La questione riguarda il sangue. Per decenni il rifiuto delle trasfusioni è stato considerato una conseguenza diretta della loro interpretazione biblica. Oggi quella posizione viene modificata in modo significativo: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine e plasma non sono più oggetto di un divieto. Ogni Testimone può decidere secondo coscienza se accettarli oppure no. Già nel marzo 2026 il Corpo Direttivo aveva modificato la propria posizione, ma solo sull’uso del proprio sangue: ora lo allarga anche all’uso del sangue altrui.

Non significa che sia caduto il divieto del sangue in generale: il comando biblico di “astenersi dal sangue” continua a essere considerato valido, anche se nel loro complesso questi quattro elementi del sangue ricoprono circa il 98% del sangue stesso e oggi le trasfusioni di sangue intero sono quasi sparite dalla pratica medica. La novità vera, dunque, è: “Su questi componenti non decidiamo più noi per voi”. Ed è qui che la vicenda diventa interessante anche per chi non ha nulla a che fare con i Testimoni di Geova.

Il Corpo Direttivo giustifica questo cambiamento osservando che la Bibbia non contiene una classificazione dei componenti del sangue corrispondente a quella della medicina moderna. Che cosa fare, allora? Usano il loro principio interpretativo di sempre: non andare “oltre ciò che è scritto”. Se la Bibbia non stabilisce una determinata norma, il Corpo Direttivo sostiene di non avere l’autorità per trasformare una propria interpretazione in una prescrizione obbligatoria per tutti, richiamando una frase di Paolo: “Non siamo padroni della vostra fede” (1 Cor 1, 24).

Sarebbe interessante capire come mai questo principio non viene applicato sistematicamente dai TdG a tutto ciò che la bibbia non dice. Ma questa è un’altra storia. Ciò che mi interessa davvero qui e che riguarda ogni religione, compreso il cristianesimo cattolico è: cosa può fare un’autorità religiosa quando una situazione nuova non è prevista dalle sue fonti?

Una prima possibilità, molto estrema, è che sui nuovi contenuti vengano date regole precise valide per tutti. In questo caso la libertà della coscienza del singolo è praticamente annullata, a meno che il credente non sia convinto al 100% della validità di quelle regole. Qui troviamo l’Islam radicale, l’Ebraismo ortodosso, alcune frange del Cattolicesimo e alcune parti del Sikhismo. E anche i TdG, tranne il cambiamento sul sangue. Ovviamente, se qui cambia qualche regola o qualche sua interpretazione nel corso del tempo, gli effetti destabilizzanti sono gravi, come sta accadendo in questi giorni all’interno dei TdG.

Una seconda possibilità, altrettanto estrema, è quella di dire ai credenti: “non abbiamo abbastanza elementi per offrire indicazioni alla coscienza individuale”. In questo caso la coscienza del singolo è l’unico riferimento valido che si può indicare e l’effetto è quello di avere posizioni anche diametralmente opposte all’interno della medesima religione. La nuova posizione dei TdG sul sangue è così. Ma qui troviamo, ad esempio, anche Taoismo, Buddhismo Zen, Quaccheri, Unitarian Universalism, Bahá’í e Protestantesimo radicale.

Ma c’è una terza possibilità. L’istituzione religiosa può dedurre dei principi generali validi per tutti da alcuni dati presi dalle fonti o dalla propria tradizione. In questo caso la libertà della coscienza del singolo viene riconosciuta, ma è limitata all’applicazione di quei principi alle situazioni contingenti, senza poter “discutere” quegli stessi principi. Qui troviamo Cristianesimo Cattolico e Ortodosso, Islam, Ebraismo, in parte il Buddhismo Teheravada e quello Tibetano e pure gran parte dell’Induismo.

A ben guardare le prime due posizioni hanno un terreno comune nel ritenere che le fonti non siano passibili di interpretazioni, cioè non si possa davvero andare oltre il testo. Nella prima posizione l’istituzione religiosa, proprio per non poter andare oltre il testo, si arroga il diritto – dovere di sostituirsi alle fonti là dove esse non diano indicazioni. E fa ciò basandosi sempre su dati della tradizione della propria religione, anche quando l’esito offerto dall’istituzione tende ad entrare in contrasto con alcune parti delle fonti. Nella seconda posizione si lascia che questo stesso diritto-dovere di sostituirsi alle fonti venga esercitato dai singoli fedeli, stavolta basandosi sulla propria coscienza personale.

Ora, qualsiasi accostamento e lettura si faccia delle fonti è già una interpretazione. Già a livello della definizione delle stesse: in nessuna religione le fonti definiscono quali siano le fonti stesse. Forse si avvicinano ad una eccezione solo la religione Bahá’í e i Mormoni. Ma poi, già a livello di critica testuale, quando si cerca di definire il testo originale della fonte; ma anche quando si opera una traduzione in un’altra lingua; fino anche a quando si prova ad armonizzare i contrasti tra parti diverse del testo. Tutto questo è già interpretazione, è già “oltre” il testo.

Ipotizzare davvero di non poter andare oltre il testo è utopico. Lo stesso San Francesco, che pone il principio del Vangelo “sine glossa”, in realtà ammette che essere fedeli al Vangelo non significa semplicemente ripeterne letteralmente le parole, ma avere il coraggio di lasciarsi condurre dalla loro radicalità anche verso conseguenze che il testo non esplicita materialmente. (Cfr. Ammonizioni VII, 3-4; Testamento 14-15).

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