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Juri Camisasca è un eremita, musicista, autore di musica spirituale e sacra (lo abbiamo già intervistato su SettimanaNews). È anche apprezzato “scrittore” di icone. Sullo specifico di questa affascinante attività, propria delle Chiese orientali, lo abbiamo intervistato.
- Caro Juri, perché si dice «scrivere» – anziché dipingere – icone?
L’icona è considerata una sorta di “Vangelo per immagini”, capace di trasmettere verità spirituali. Per questo motivo si dice “scrivere un’icona”: il termine richiama la Scrittura sacra, guidata da principi teologici, più che un puro atto creativo. Nella lingua greca, il verbo graphein significa sia “scrivere” sia “dipingere” o “disegnare”; in italiano si è scelto di privilegiare “scrivere” per enfatizzare la dimensione spirituale e simbolica, distinguendola da una semplice opera pittorica. Il verbo “dipingere” potrebbe, infatti, evocare una creazione principalmente estetica, centrata sull’aspetto artistico e sull’individualità dell’autore. Al contrario, il termine “scrivere” riferito a un’icona ne evidenzia la funzione teologica ed educativa.
- Ma tu, come definisci il tuo lavoro per le icone?
In generale, per me “scrivere” un’icona è un atto contemplativo. Non è solo una creatività appagante, ma un percorso di meditazione e di preghiera. Questa dedizione induce calma e serenità, un assorbimento nel presente in cui il gesto del dipingere diventa espressione di un’armonia interiore.
- Perché le icone non sono firmate? Tu le firmi?
Le icone sacre non vengono firmate per sottolineare che l’attenzione deve concentrarsi sull’icona quale testo sacro, non sull’autore. Nella tradizione cristiana, in particolare quella ortodossa, l’iconografo non è visto come un artista che esprime sé stesso, ma come un servitore ispirato da Dio, che opera in conformità con la tradizione. Apporre una firma sul dipinto potrebbe essere percepito come un atto di vanità, che distoglie l’attenzione dal contenuto spirituale dell’opera, spostando l’importanza dal messaggio teologico all’autore umano.
Tuttavia, alcuni iconografi contemporanei – come il sottoscritto – adottano la pratica di aggiungere una dicitura sul retro della tavola, come “Attraverso la mano di…” seguito dal proprio nome. Questa soluzione rappresenta un compromesso: da un lato, preserva l’umiltà evitando una firma visibile sul fronte dell’immagine; dall’altro, consente di riconoscere il contributo umano dell’iconografo, spesso solo per ragioni pratiche, come l’identificazione dell’autore in contesti di commissioni, mostre o certificazioni. Tale formula sottolinea che l’iconografo è soltanto un tramite, non il vero creatore dell’opera, che rimane attribuita a Dio.
- Qual è rapporto tra il musicista e lo scrittore di icone?
La musica sacra e l’arte delle icone sacre rappresentano due linguaggi artistici distinti, ma profondamente interconnessi: entrambi fungono da porte verso il trascendente, un viaggio dall’apparenza al mistero.
Le icone coinvolgono lo sguardo in una meditazione visiva, mentre la musica sacra opera attraverso il suono e la melodia. Un elemento comune è il valore del silenzio: l’icona invita alla contemplazione personale, oltre le parole; la musica sacra, d’altro canto, non riempie il silenzio ma lo modula, lo trasforma e lo rende parte integrante dell’esperienza interiore.
- Come sei stato iniziato a questa arte sacra?
La passione per la pittura ha sempre fatto parte di me, ma mai avrei immaginato che mi avrebbe condotto al mondo dell’iconografia sacra. Tutto è iniziato per caso o, meglio, come ora credo fermamente, per un disegno della Provvidenza.
In monastero, un monaco mi suggerì di dipingere icone. Iniziai così a incuriosirmi di questa antica arte; la mia prima occasione arrivò quando il Priore della comunità mi chiese di creare un’opera per una speciale ricorrenza. Mi recai in un convento di benedettine, dove una monaca esperta mi insegnò le tecniche fondamentali, permettendomi di completare un Pantokrator. Nonostante i difetti, l’opera fu accolta con entusiasmo, avviando un percorso duraturo.
In seguito, approfondii l’arte iconografica leggendo testi fondamentali come La Teologia della Bellezza di Pavel Evdokimov, Le Porte Regali di Florenskij e anche il Trattato sull’Arte di Cennino Cennini. Queste letture mi aprirono a una comprensione più profonda del significato spirituale di quest’arte.
Oggi capisco che dipingere icone non è solo un mestiere, ma una vera vocazione. Richiede tecnica, pazienza e studio, ma soprattutto un cuore aperto allo spirito. Questo viaggio, iniziato per “caso”, mi ha insegnato che la bellezza, quando è al servizio del sacro, diventa un mezzo per elevare l’anima.
- Cosa differenzia le icone dalle opere dell’arte sacra occidentale, criticata da Florenskij?
L’arte ortodossa delle icone e l’arte sacra occidentale hanno funzioni e linguaggi diversi. Le icone sono “finestre sull’invisibile”, non imitano la realtà, ma rendono presente il mistero tramite codici simbolici (colori, linee, prospettiva rovesciata, gesti). Sono viste come immagini che “insegnano” la fede.
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Mentre l’arte sacra occidentale (cattolica/protestante) evolve con stili diversi nelle varie epoche, al servizio, principalmente, della devozione popolare. Tende a essere più naturalistica, rischiando una lettura letterale che può sfociare nell’idolatria. Florenskij critica l’arte sacra occidentale per la separazione tra immagine e liturgia, ove l’immagine diventa decorazione o narrazione, perdendo la sua funzione teologica.
Amo Florenskij, ma non sono del tutto d’accordo con la sua critica al naturalismo dell’arte sacra occidentale. Personalmente ritengo che i grandi capolavori di alcuni artisti del Medioevo e del Rinascimento – ad es. Duccio, Beato Angelico, Masaccio, Lorenzo Monaco e molti altri – sono espressioni di una spiritualità molto intensa, capace di comunicare una forza teologica e una dinamica liturgica vivente anche nel presente.
- Oltre a Florenskij, quali altri autori prendi a riferimento del tuo lavoro di iconografo?
L’icona, immagine dell’invisibile di Egon Sendler è un testo fondamentale, che combina spiegazioni tecniche con riflessioni teologiche, rendendo il libro adatto sia a principianti sia ad esperti. Le Icone Russe di Michail Alpatov è opera che esplora la grande tradizione iconografica russa. Alpatov descrive con precisione i metodi di composizione, accompagnando il lettore in un viaggio attraverso l’evoluzione stilistica delle icone.
Ci sono grandi volumi illustrati pubblicati da Mondadori, Paoline, Jaca Book. Queste raccolte, ricche di illustrazioni di alta qualità, sono una risorsa preziosa per studiare i grandi capolavori di quest’arte. Le riproduzioni ad alta definizione permettono di osservare da vicino i passaggi di colore e i dettagli tecnici, offrendo un’esperienza di apprendimento unica.
- Quanto è importante osservare un’icona?
Nello studio delle icone è di fondamentale importanza un’osservazione quanto mai attenta: soffermarsi su un’immagine non significa solo apprezzarne la bellezza, ma analizzarne i dettagli, i passaggi di colore, le lumeggiature, i panneggi e la costruzione prospettica. Questo esercizio visivo permette di cogliere le sfumature dei dipinti sacri e di imparare direttamente dai maestri del passato. Oltre all’eccelso Rublev, ammiro Dionisio (ce ne sono due con questo nome, altrettanto importanti), El greco, Teofane, Onufri, Michele Damasceno: sono indiscutibili ispiratori di chiunque voglia intraprendere questo percorso iconografico.
- Uno scrittore di icone che caratteristiche ha?
Secondo la tradizione, la vita di un iconografo deve essere profondamente spirituale. Il suo compito è vivere in preghiera, umiltà e purezza interiore, poiché il suo lavoro viene considerato un atto sacro, una forma di liturgia. Per prepararsi, l’iconografo pratica spesso digiuno e meditazione. La tradizione richiede, inoltre, lo studio delle Scritture, la fedeltà ai canoni iconografici e un distacco dai desideri mondani, affinché l’arte possa esprimere la bellezza trascendente.
- Come ti prepari a dipingere le icone?
La mia preparazione non segue un rituale specifico, come il digiuno o preghiere particolari, come chiede la tradizione. Vivo in un bosco, in una dimensione di ritiro e di contemplazione, dove ogni momento della mia giornata è intriso di una connessione costante col sacro. Questa presenza continua mi permette di approcciare la creazione di un’icona con un cuore sintonizzato, senza bisogno di pratiche aggiuntive. Dipingo immergendomi nel silenzio e nella bellezza della natura che mi circonda, lasciando che l’armonia guidi la mia mano.
- Puoi dirmi qualcosa del significato simbolico dei colori?
In quest’arte tutto ha un significato simbolico. L’oro non è un semplice colore, ma rappresenta la “luce centrale e divina”, da cui emergono le figure. Altri colori sono il rosso che simboleggia la vita, l’amore e il sacrificio; il blu: evoca il cielo, l’infinito e la trascendenza; l’ocra e le terre rappresentano la creazione, la storia e il mondo umano; il verde indica la vita, la rinascita e la creazione. La scelta dei colori, quindi, non è mai casuale, ma serve a sottolineare gli aspetti teologici.
- E del significato dei tratti fisici?
I volti sono stilizzati, non realistici o sensuali; le proporzioni sono allungate, con nasi sottili e bocche piccole, per esprimere l’essenza spirituale, perché non si tratta di ritratti individuali. Gli sguardi sono profondi e contemplativi, uniscono tenerezza e maestà, soprattutto nelle icone della Vergine. Gli occhi – spesso diretti allo spettatore – invitano alla preghiera e al contatto spirituale. I corpi non seguono le proporzioni naturali; le figure sono alte, leggere, quasi prive di peso, per simboleggiare l’ascetismo – i digiuni e i sacrifici –, l’elevazione verso il divino.
- Ci vuoi presentare una “tua” icona?
L’icona raffigurata è nota come Nymphios (lo Sposo), o l’Ecce Homo durante la Passione, poco prima della crocifissione. Cristo è rappresentato con la tunica rossa, simbolo del sacrificio supremo; sul capo porta la corona di spine, le mani sono legate, e impugna una canna, eco del momento in cui i soldati romani lo deridono quale «Re dei Giudei» (Matteo 27,27-31).

Questa immagine enfatizza – secondo il significato teologico – l’umiliazione e la sofferenza durante il processo e la flagellazione. Ma il termine Nymphios allude allegoricamente anche al Cristo quale sposo della Chiesa, tema centrale nella liturgia della Settimana Santa ortodossa. L’icona evidenzia la kenosi (l’abbassamento divino) di Cristo, la sua libera accettazione della sofferenza per amore del genere umano, come in Filippesi 2,5-11.
La caratteristica personale di quest’opera risiede nel volto assolutamente beatifico di Cristo: non vi è traccia di dolore, bensì sereno abbandono. La corona di spine è trasfigurata in un diadema regale, il mantello rosso evoca il manto imperiale, e le mani legate appaiono morbide, quasi fasciate da bracciali di dolce seta. Tutto ciò simboleggia la trasformazione della sofferenza umana del Cristo in gloria divina eterna, invitandoci a contemplare il patimento redento nella luce.
- Le icone sono tutte uguali, ma anche tutte diverse?
La ripetitività non è nemica dell’originalità, bensì una sua alleata. Fornisce una struttura stabile che libera la mente dal dover inventare tutto da zero, permettendo di concentrarsi su variazioni innovative. Senza una struttura ripetitiva, la creazione rischierebbe di perdersi nel caos; con essa, diventa invece un terreno fertile di espressione personale.
Pensiamo alla musica: un riff – una frase breve e ripetuta – o schemi molto riconoscibili con progressioni di accordi comuni, come nei blues o nelle ballate folk, fungono da base ritmica e armonica. La creatività emerge quando il musicista introduce improvvisazioni, variazioni tonali o ritmiche, trasformando lo schema familiare in qualcosa di nuovo e personale.
Compositori contemporanei come Arvo Pärt o Philip Glass ne sono esempi lampanti: entrambi impiegano schemi armonici minimalisti e ripetitivi – le tintinnabuli di Pärt o le sequenze cicliche di Glass – per generare opere che, pur partendo da pattern simili, evocano emozioni e atmosfere sempre diverse.
Applicato alle icone sacre, questo principio diventa evidente: i canoni iconografici – proporzioni fisse, colori simbolici, pose standard – garantiscono coerenza e riconoscibilità, perché l’icona è oltre l’individualismo dell’artista: è mezzo di trasmissione di un messaggio spirituale condiviso da secoli.
L’iconografo è chiamato, allora, ad operare sulla base di un delicato equilibrio: troppa ripetitività porta alla stagnazione e ai cliché, rendendo l’opera prevedibile e priva di vitalità; troppa originalità, invece, può alienare il fruitore, allontanandolo dal messaggio essenziale e rendendolo confuso.
Le icone sacre, sono “tutte uguali” per veicolare un’essenza universale atemporale. Al contempo, sono “tutte diverse” perché incorporano elementi umani e mutevoli: influenze regionali, stili evolutivi o tocchi personali che le rendono vive, sempre.
- Che rapporto c’è, per te, tra icona e preghiera?
La preghiera non è solo un recitare parole, ma un vero e proprio modo di essere, un legame profondo con l’anima. Come cercatore spirituale, vivo in uno stato di preghiera continua, aperto e contemplativo, che influenza ogni aspetto della mia vita e del mio lavoro.
Quando creo un’icona, questo stato si intensifica, come se la mia dimensione meditativa si espandesse. In tal senso, dare vita a un’icona è già di per sé una forma di preghiera, un dialogo silenzioso con l’infinito.
Anche dopo aver completato il dipinto, la preghiera non si interrompe: la creazione dell’icona non è un punto di arrivo, ma un passaggio che continua a risuonare nel mio quotidiano.
- So che raccomandi di tenere un’icona in casa, perché?
Tenere un’icona sacra in casa è un gesto significativo per chi nutre un legame spirituale o culturale con questa pratica. Quest’oggetto, simbolo di fede e fonte di ispirazione, crea un’atmosfera di pace e serenità, che favorisce il raccoglimento interiore.
L’arte sacra, con la sua ricchezza simbolica, dona bellezza e armonia all’ambiente domestico. Tuttavia, la sua efficacia dipende dall’intenzione di chi la possiede. Per chi la considera un semplice elemento decorativo, può rimanere un oggetto privo di significato spirituale.
In molte tradizioni, un’icona benedetta da un sacerdote può offrire protezione, non tanto scacciando influenze negative, quanto rafforzando la fede e la fiducia personale, aiutando a sentirsi più saldi. La sua presenza può risultare particolarmente rassicurante per chi vive una religiosità profonda, evocando valori interiori e offrendo conforto nei momenti difficili.
- Un effetto di beatitudine?
Mircea Eliade, eminente studioso delle religioni, ha sostenuto che l’esperienza del sacro è universale, accessibile a tutte le culture e sensibilità. Tuttavia, secondo me, la percezione di tale esperienza dipende dalla predisposizione personale, dall’apertura mentale e dal cammino interiore di ciascuno.
L’effetto di beatitudine, inteso come un senso di serenità e pace suscitato dall’icona, richiede un atto consapevole di contemplazione. In un mondo dominato dalla distrazione, non tutti dedicano il tempo necessario per “entrare” nel significato profondo dell’icona. Eppure, questo effetto è potenzialmente universale, poiché radicato nel desiderio umano di trascendenza e di rapporto con qualcosa di più grande.
Anche chi non aderisce a una religione può provare meraviglia di fronte alla bellezza estetica o al mistero evocato da certe opere di natura religiosa. Le rappresentazioni sacre di tradizioni diverse – come i mandala buddisti o le miniature islamiche – possono suscitare emozioni spirituali simili, pur appartenendo a contesti culturali differenti.
- In ambito propriamente liturgico, cattolico, come suggerisci di “usare” l’icona?
Nei periodi delle grandi feste, vedrei molto bene l’abbinamento “Musica-Immagine”. Durante la messa o un momento di preghiera, si può posizionare un’icona della festa liturgica del giorno ai piedi dell’altare, mentre si esegue un corale di Bach, come Jesu, Joy of Man’s Desiring (ascolta su YouTube) o Wachet auf (ascolta su YouTube).
L’icona sacra amplificherebbe il messaggio del corale, creando un’esperienza multisensoriale: la musica tocca l’udito e l’anima, mentre l’icona invita alla meditazione visiva, aiutando i fedeli a connettersi più profondamente col mistero celebrato. È un modo per rendere la liturgia più immersiva e accessibile, senza stravolgere la tradizione: un ponte tra arte visiva e sonora che valorizza entrambe. Questo utilizzo dell’arte sacra è particolarmente indicato, secondo me, durante l’Avvento e nella Adorazione Eucaristica.





