
Alcuni giorni fa un gruppo di studenti italiani mi ha chiesto in merito alla posizione della Chiesa cattolica italiana sul prossimo referendum di marzo 2026. In particolare, mi ha invitato a leggere un testo di un ufficio CEI. In esso si legge: «La Conferenza Episcopale Italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto. (…). Si tratta, infatti − scrive il Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado – di una questione opinabile, secondo la definizione del Codice di diritto canonico e della Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”. Questi due testi ricordano anche che per temi appunto opinabili non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa (cf. can. 227)»; il testo integrale si trova sul sito CEI.
La questione su cui insiste il testo è l’opinabilità di alcuni temi e il non poter presentare le proprie idee e scelte come approvate dalla Chiesa, Su questo secondo punto la Gaudium et spes (n. 76) è di una chiarezza cristallina: l’impegno in politica è fatto, dai laici, «in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana». Vorrei invece esprimere un personalissimo parere sul problema della opinabilità. Il termine compare nel canone citato.
Il can. 227 recita: «È diritto dei fedeli laici che venga loro riconosciuta nella realtà della città terrena quella libertà che compete ad ogni cittadino; usufruendo tuttavia di tale libertà, facciano in modo che le loro azioni siano animate dallo spirito evangelico e prestino attenzione alla dottrina proposta dal magistero della Chiesa, evitando però di presentare nelle questioni opinabili la propria tesi come dottrina della Chiesa».
È ovvio che, come il Concilio Vaticano II ha più volte ribadito, nessuno può presentare la sua opinione come dottrina della Chiesa, ma resta il dovere di esercitare la propria libertà «animati dallo spirito evangelico» e guidati dall’insegnamento della Chiesa.
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Ora – passando alla Nota dottrinale (che porta la data del 24 novembre 2002 − ndr) – va precisato che il termine opinabilità non è mai citato. Invece sono presentate, al n. 4, alcune «Esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica dei cattolici». Esse, in sintesi, sono:
- no all’aborto e all’eutanasia
- tutela dei diritti dell’embrione umano
- tutela e promozione della famiglia
- libertà di educazione
- tutela sociale dei minori
- liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù
- diritto alla libertà religiosa
- sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà.
- promozione della pace (cf. Nota dottrinale, 4).
Si aggiungerà poi la tutela dell’ambiente con diversi interventi magisteriali (da Paolo VI in poi) e, soprattutto, con la Laudato si’ di papa Francesco, del 2015.
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Una precisazione storica: il testo della Nota porta la firma dell’allora card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione. Una precisazione sui contenuti: l’elenco delle esigenze etiche è in ordine antropologico, cioè segue lo sviluppo della persona dalla nascita al suo porsi nel mondo, e non di importanza, cioè i primi riferimenti sono «non negoziabili» e gli ultimi si, o viceversa. Quindi tutti i cattolici impegnati in politica, indipendentemente dal partito o schieramento sono tenuti a seguire fedelmente tutte, nessuna esclusa, queste indicazioni etiche.
Come si evince, anche da una rapida lettura, alcuni dei principi morali enunciati sono stati fatti propri e tradotti in progetti politici e legislativi da alcuni partiti e/o schieramenti, piuttosto che da altri. Il problema si pone, allora, per i cattolici nel momento in cui appartengono a quelle compagini politiche che si battono per qualcosa che è contraria alla fede. In questo caso l’appello alla coerenza si deve tradurre in obiezione di coscienza perché nessuno di questi principi è opinabile.
Il referendum prossimo tocca profondamente il potere giudiziario della nostra Repubblica e, di conseguenza, l’amministrazione della giustizia e la stabilità della nostra democrazia. Credo fermamente che la posta in gioco abbia una sua gravità, per cui non possiamo ridurre il «sì» o il «no» a una preferenza o rifiuto dell’attuale maggioranza. Non stiamo per esprimere una preferenza per una coalizione partitica ma il «sì» o il «no» sono per una riforma che riguarda un potere della Repubblica, con risvolti seri e decisivi per il bene del Paese. In ciò è l’aspetto etico fondamentale (ne ho parlato qui su SettimanaNews).
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La Nota dottrinale pone come esigenza etica fondamentale e irrinunciabile anche lo «sviluppo e rispetto della giustizia sociale», tutti intesi come principi cardine sia umani che cristiani (Nota dottrinale, n. 5).
Le domande, su cui fare discernimento personale e comunitario come cattolici, mi sembrano essere queste: il mio voto migliora lo «sviluppo e rispetto della giustizia sociale» (Nota)? «Promuove l’uguaglianza e la partecipazione» (Paolo VI, Octogesima adveniens, n. 24)? «Assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti» (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 46)?






Quando leggo articoli come questo apprezzo maggiormente la mia fortuna di non essere credente: io penso e voto con la mia testa, come voglio io, non come vuole la chiesa. Spero che gli studenti italiani e tutti i cittadini siano sufficientemente maturi e autonomi per regolarsi secondo il loro personale giudizio, senza farsi condizionare dalle indicazioni della chiesa, sempre pronta a interferire nella politica italiana.
https://www.agensir.it/chiesa/2026/02/16/referendum-giustizia-nessuna-indicazione-di-voto-dalla-cei-ma-un-criterio-per-scegliere/
Faccio presente che la Cei ha più volte esplicitato una mancata presa di posizione in merito, letta anche su Avvenire cartaceo. Ci sono divisioni di orientamento anche tra gli stessi giudici, anche dentro la sinistra, non è un problema solo dei cattolici.
Personalmente, se andrò a votare, (perchè già faccio fatica di mia a scegliere e tutte queste polemiche non aiutano) voterò no, ma non serve criticare Ratzinger per questo referendum, si ottiene pure l’effetto contrario schierandosi troppo platealmente. Si vota no più che altro perchè la riforma è del governo, Nordio ha fatto uscite discutibili ecc. Se non esistono valori non negoziabili, come qua dentro vi affrettate a ripetere di continuo, tale non negoziazione riguarda anche l’assetto costituzionale. Non è che Francia e America, paesi con un più accentuato presidenzialismo, siano incompatibili con il cattolicesimo. E’ compatibile la Monarchia Giordana con il cattolicesimo, sopravviveremo anche ad una possibile revisione della costituzione..
Mi sembra di rilevare una contraddizione. D’Ambrosio cita Gaudium et Spes: l’impegno in politica è fatto, dai laici, «in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana». Però poi è la Chiesa (vescovi, Dicastero Dottrina della Fede…) a indicare i princìpi di fondo e adire dove deve andare la ‘coscienza cristiana’. E allora i laici che ci stanno a fare? Anche in politica devono seguire i vescovi? Non sarebbe meglio un dialogo tra mondo laico e Chiesa (Cei in questo caso), volta per volta, sui temi importanti e dirimenti? Altrimenti il laicato cattolico sembra diventare solo un paravento per l’episcopato, come durante l’epoca Ruini in cui decideva tutto da solo e faceva accordi coi politici in modo diretto (vedi intervista su Corriere della Sera del 19 febbraio – due intere pagine: fare argine al comunismo con Berlusconi, che era una brava persona sebbene chiacchierata…e altre cose del genere, senza contraddittorio alcuno, né all’epoca e neanche oggi). Questo in generale. Nello specifico del referendum, siccome il tema ‘giustizia’ è ‘neutro’ cioé non coinvolge valori di fondo (ma è così?), allora i vescovi lasciano noi cittadini e laici cattolici liberi di scegliere. Grazie per la bontà, ma ciò dimostra solo che il laicato è un paravento e tanto all’interno della Chiesa (come della società…) non c’è un vero dialogo tra culture politiche ed istanze differenti. E concordo con il commento precedente: a leggere D’Ambrosio… viene voglia di non andare a votare.
Se non devono seguire i vescovi i laici sono liberi di seguire chi gli pare però. Cioè o sei democratico in termini laici e secolari (e nessuno a quel punto di può permettere di tirare in ballo valori più o meno evangelici) oppure ci si rifà alla dottrina sociale della Chiesa (che già gode dell’apporto dei laici dato che la costituzione è stata scritta anche con il loro contributo).
Non cambia che in questo caso non c’è alcuna indicazione, già ognuno può votare chi si pare, non serve tirare i vescovi per la tonaca..
Leggendo l’articolo più che di votare no verrebbe voglia di non andare a votare.