Crisi delle democrazie e sovranità predatoria

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La crisi delle democrazie contemporanee non può più essere compresa attraverso le categorie politiche di destra e sinistra, nate in un contesto storico nel quale il conflitto verteva principalmente sulla distribuzione delle risorse, sul ruolo dello Stato nell’economia e sull’estensione dei diritti sociali all’interno di un quadro statuale relativamente stabile. Oggi, quel quadro è venuto meno. La questione decisiva non riguarda più come governare, ma se esista ancora un ordine condiviso entro cui il governo del potere possa dirsi legittimo.

Destra e sinistra presupponevano uno spazio comune: la democrazia costituzionale, lo Stato di diritto, il riconoscimento reciproco degli attori politici come legittimi avversari. La crisi attuale, invece, si situa a un livello più profondo: essa investe le condizioni di possibilità stesse della convivenza democratica e dell’ordine internazionale. La linea di frattura non separa più campi ideologici, ma forme di potere: potere limitato e potere illimitato, potere responsabile e potere predatorio, sovranità come autodeterminazione e sovranità come dominio.

Il caso del Venezuela costituisce un esempio emblematico di questa trasformazione. La dichiarata intenzione dell’amministrazione Trump di “liberare” il Venezuela non va letta primariamente come un’operazione di politica estera motivata da ideali democratici, né come un intervento ideologicamente connotato. Essa va piuttosto interpretata come un atto di riarticolazione dell’egemonia: non più garanzia di un ordine globale, ma esercizio diretto di una sovranità regionale incontestabile.

Qui riaffiora, sotto nuove forme, una concezione gerarchica della sovranità, secondo la quale alcuni territori vengono di fatto considerati politicamente immaturi o strutturalmente inadeguati a esercitare un’autonomia piena. La loro legittimità non è negata in linea di principio, ma subordinata alla valutazione della potenza dominante, che si arroga il diritto di stabilire se e quando essa possa essere riconosciuta. È una logica che ha accompagnato le grandi espansioni territoriali della modernità e che oggi viene riattivata in chiave geopolitica. Non importa chi governi formalmente: ciò che conta è che nessuna sovranità alternativa sia ammessa come realmente autonoma o in grado di competere con quella dell’impero regionale.

Questa logica non è “di destra” o “di sinistra”. Essa è post-ideologica, fondata su una concezione funzionale del diritto e su una riduzione della politica a tecnica di controllo dello spazio e delle risorse. Il diritto internazionale non viene abolito, ma sospeso; la sovranità non viene negata, ma svuotata.

La stessa logica è all’opera nell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Anche in questo caso, le categorie tradizionali si rivelano inadeguate. Ridurre il conflitto a uno scontro tra NATO e Russia, o a una provocazione occidentale, significa mancare il punto essenziale: la negazione del diritto all’esistenza politica di uno Stato sovrano.

Per il Cremlino, l’Ucraina non è un soggetto politico pienamente legittimo, ma uno spazio conteso, una periferia storica, un territorio la cui sovranità è considerata derivata, artificiale, revocabile. L’invasione del 2022 non è solo un atto militare, ma un gesto fondativo: la guerra come strumento di ricostituzione dell’ordine imperiale. Anche qui, il principio è quello della terra di nessuno: non nel senso di assenza di popolazione, ma di assenza di una sovranità riconosciuta come altra e inviolabile.

È in questo contesto che si comprende la pericolosa ambiguità di una parte del discorso pubblico occidentale, soprattutto a sinistra, incline a leggere l’aggressione russa come una reazione comprensibile all’espansione occidentale. Questa lettura, pur animata da intenzioni critiche verso l’imperialismo, finisce per giustificare l’ingiustificabile: la trasformazione della forza in fonte di legittimità. Ancora una volta, l’errore nasce dall’uso di categorie ideologiche incapaci di cogliere la natura del mutamento in atto.

Venezuela e Ucraina, apparentemente lontani, appartengono alla stessa costellazione geopolitica: la regionalizzazione dell’ordine mondiale. Stati Uniti, Russia e Cina non mirano più a un ordine universale, ma a sfere di influenza impermeabili, al cui interno il diritto internazionale è subordinato agli interessi strategici. Ciò che emerge è un mondo “a blocchi” non ideologici, ma territoriali, in cui la sovranità degli Stati minori è condizionata, negoziata o semplicemente ignorata.

Questa trasformazione segna la fine dell’illusione liberale secondo cui l’interdipendenza economica e le istituzioni multilaterali avrebbero reso la guerra obsoleta. Al contrario, la guerra ritorna come strumento ordinario di politica estera, e con essa ritorna una concezione arcaica della sovranità, fondata sulla capacità di imporre la propria volontà.

In questo scenario, l’Europa appare drammaticamente priva di una grammatica geopolitica autonoma. Vincolata a un ordine che si dissolve e incapace di produrne uno nuovo, oscilla tra dipendenza strategica e impotenza normativa. È significativo che una delle voci più chiare in difesa dei principi democratici universali non provenga da uno Stato, ma dalla Santa Sede.

L’intervento di papa Leone XIV sul Venezuela, così come le ripetute prese di posizione sull’Ucraina, riafferma un punto decisivo: la sovranità non nasce dalla forza, ma dal riconoscimento del bene dei popoli e del diritto. In tal modo, la diplomazia vaticana occupa quello spazio vuoto lasciato dal collasso del diritto internazionale, ricordando che senza principi comuni non esiste equilibrio, ma solo dominio.

La crisi delle democrazie non è, in ultima analisi, una crisi di schieramenti, ma una crisi di fondazione. Destra e sinistra non scompaiono, ma diventano categorie secondarie rispetto alla frattura fondamentale del nostro tempo: quella tra un mondo regolato dal diritto e un mondo governato dalla forza.

Ucraina e Venezuela mostrano che la posta in gioco non è la vittoria di un’ideologia, ma la sopravvivenza di un ordine nel quale la sovranità non coincida con la capacità di distruggere. Se manca questa consapevolezza, la politica si riduce a tifo, la critica a giustificazione, e la democrazia a un involucro fragile, destinato a spezzarsi sotto il peso di poteri che non riconoscono più alcun limite.

In questo senso, la vera alternativa geopolitica del nostro tempo non è tra destra e sinistra, ma tra democrazia come principio universale e sovranità predatoria come destino del mondo.

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