
Alma Massaro, Cultrice della materia in Storia della filosofia presso l’Università di Genova, è autrice del volume Breve storia della filosofia animale (LAS – Roma, 2025). L’intervista al riguardo è stata curata da Giordano Cavallari.
– Gentilissima Alma, il tuo libro mostra come la storia della filosofia occidentale, circa la vita animale, sia attraversata da correnti di pensiero riconducibili ad alcuni filoni fondamentali: vuoi presentarli brevemente?
Nel mio ultimo libro descrivo il doppio binario percorso dal pensiero umano davanti ai problemi sollevati della relazione col mondo animale.
Da un lato, la tendenza maggioritaria è stata quella di escludere dal discorso morale le altre creature, il cui valore dipenderebbe esclusivamente dalla loro capacità di soddisfare le esigenze – materiali e immateriali, ovvero non solo alimentari ma anche, conoscitive, spirituali e ludiche – dell’essere umano.
Dall’altro lato, la tendenza minoritaria è rimasta aperta al riconoscimento di forme più o meno forti di prossimità tra uomini e animali.
Questo secondo binario si biforca, a sua volta, in due sotto-approcci: quello dei doveri indiretti e quello della teriofilia (= amore per gli animali).
Il primo – dei doveri indiretti – giustifica l’ingresso degli animali all’interno della sfera morale sulla base di argomentazioni di matrice antropocentrica, quindi ancora legate a interessi umani; mentre il secondo – della teriofilia – giustifica lo stesso ingresso riconoscendo l’animale quale portatore di un valore in sé, che deve essere rispettato al di là di ogni utilità umana.
Ed è proprio facendo leva su questo secondo approccio che alcuni pensatori sono arrivati ad attribuire veri e propri diritti anche agli animali.
– Puoi fare qualche esempio tra gli autori più noti della storia della filosofia?
Un esempio molto famoso di antropocentrismo forte è rappresentato dalla cosiddetta dottrina cartesiana dell’animale-macchina. Dopo aver suddiviso la realtà in due parti irriducibili, la res cogitans e la res extensa, Cartesio aveva fatto rientrare tutta la realtà materiale all’interno di questa seconda categoria. I corpi degli uomini e degli animali sarebbero, quindi, paragonabili a delle macchine complesse – a degli “automi” – che funzionano secondo principi puramente meccanici.
Tuttavia, il pensatore francese aveva stabilito una differenza radicale tra uomini e animali: la realtà umana, infatti, non si esaurirebbe nella mera corporeità, e comprenderebbe, invece, anche una parte immateriale, la res cogitans, che attesterebbe negli umani la presenza di un’anima razionale. Solo gli esseri umani sarebbero, pertanto, in grado di sperimentare consciamente sensazioni, intenzioni ed emozioni.
Gli animali, invece, privi di questa parte immateriale, sarebbero anche completamente privi di ragione e, quindi, di autocoscienza. Le loro esperienze sensibili sarebbero, di conseguenza, prive di qualsiasi valore soggettivo. In questo senso, secondo Cartesio, gli animali non sarebbero in grado di sperimentare consciamente né il piacere né il dolore, un fatto che li renderebbe completamente estranei alla sfera morale.
Un esempio dell’approccio dei doveri indiretti proviene, invece, da John Locke, convinto avversario della dottrina cartesiana. Nella sua opera pedagogica, Pensieri sull’educazione (1693), Locke giustifica il nostro dovere di rispettare le altre creature facendo ricorso ad argomenti di matrice antropocentrica, e quindi legati ad interessi umani. Tra gli insegnamenti fondamentali da impartire ai fanciulli, il pensatore anglosassone annovera la compassione nei confronti di tutte le creature sensibili, nonché il rifiuto di ogni tipo di crudeltà.
L’abitudine a rispettare le altre creature – spiega Locke – genererebbe nel bambino un’attitudine gentile nei confronti del suo prossimo; mentre, viceversa, la spietatezza contro gli animali degenererebbe facilmente in disumanità verso i propri simili, corrompendo il cuore dell’uomo e minando, così, la pacifica convivenza civile. Risulta, pertanto, moralmente rilevante il modo in cui ci rapportiamo con le altre creature fin dai nostri primi anni di vita.
Un interessante esempio dell’approccio della teriofilia è offerto, invece, da Bernard Mandeville. Nella sua opera più famosa, La favola delle api (1714), Mandeville immagina un curioso dialogo tra un leone e un mercante romano, in cui, sovvertendo i luoghi comuni, il primo smaschera la crudeltà del secondo.
Il leone si definisce naturalmente selvaggio, dacché la natura non gli ha concesso il senso della compassione, che, invece, ha fornito all’uomo. Per questa ragione solo l’uomo può essere definito crudele, poiché è in grado di mettere a tacere tale naturale compassione per soddisfare il desiderio di novità e appagare il suo palato. L’uomo, infatti, uccide gli animali «senza giustizia o necessità», mentre il leone è obbligato a farlo per sopravvivere. Ed è solo a causa dell’abitudine – prosegue il saggio animale – che gli uomini non si interrogano su una pratica così innaturale e violenta come l’alimentazione carnea, che trasforma la morte in un piacere.
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– Hai colto sostanziali differenze di tendenza nel corso dei secoli sino alla contemporaneità?
Col passare del tempo sono, senz’altro, avvenute importanti variazioni nel modo in cui l’uomo riflette sul suo rapporto con le altre creature. Le più grandi svolte sono avvenute col diffondersi del Cristianesimo e poi della cosiddetta Rivoluzione scientifica: due momenti particolarmente rilevanti per quanto riguarda la storia della società occidentale.
Al netto di tali importanti cambiamenti, mi pare che, sottotraccia, sia possibile individuare sempre il duplice binario di cui parlavo prima: o si estromettono in toto gli animali dalla sfera morale, oppure si cerca di comprendere in che modo farveli rientrare, attraverso argomentazioni che afferiscono all’approccio dei doveri indiretti o a quella della teriofilia.
– Gli autori cristiani come si caratterizzano in proposito?
La sensibilità inter-creaturale propria della tradizione ebraico-cristiana rappresenta un terreno fertile per questo tipo di riflessioni. Proprio per questa ragione alcuni dei primi pensatori cristiani hanno interpretato il dominio affidato all’essere umano come il dovere di prendersi cura della creazione divina, ovvero come l’attitudine umana a farsi tutore del creato, nonostante la realtà del peccato, ma forse anche proprio in ragione di tale peccato.
La teoria dei doveri indiretti entra, così, in contatto con la dottrina biblica della tutela – che individua nel rispetto dovuto al comune Creatore l’origine del riguardo per le altre creature –, dando vita a un nuovo modo di intendere il rapporto uomo-animale.
L’idea che il rispetto per gli animali sia profondamente collegato col rispetto dovuto a Dio è un’idea che influenzerà profondamente l’Occidente cristiano e che ritornerà, in epoca contemporanea, nel pensiero dei teo-diritti formulata dal teologo anglicano Andrew Linzey: con questa espressione, Linzey fa corrispondere, al diritto divino di vedere la propria creazione rispettata, i diritti degli animali, che trovano, appunto, in Dio il loro fondamento.
– Come si è giustificata – e come continua a giustificarsi – la superiorità antropica?
Come già nel mondo classico, così anche in seno alla tradizione cristiana sono presenti posizioni contrapposte, volte talune a negare, talaltre a sostenere la prossimità dell’essere umano con il resto della creazione animale.
Accanto a una ricca tradizione che interroga la sapienza biblica alla ricerca di un modo innocente, ma mai banale, di rapportarsi con gli animali, vi è, infatti, la più ben nota e autorevole posizione che fa capo ad Agostino e che finirà per trionfare all’interno della Chiesa ufficiale. Attraverso una rilettura della dottrina biblica della dignità umana alla luce dell’antropologia stoica, sant’Agostino giunge, infatti, a sostenere una differenza radicale tra gli esseri umani e gli animali, che renderebbe questi ultimi completamente estranei alla società e alle leggi umane, per cui l’uomo non avrebbe alcun dovere nei loro confronti.
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– Hai riscontrato qualche rapporto di pensiero tra la violenza uomo-animale e uomo-uomo?
Il collegamento tra violenza interspecifica e violenza interumana non è sfuggito a numerosi pensatori che, fin dalla prima antichità, hanno evidenziato gli effetti antisociali della crudeltà sugli animali. Ad esempio, anche Erasmo da Rotterdam rinviene questo legame e fa, così, risalire le origini della guerra all’abitudine di uccidere gli animali, per cui la guerra fratricida sarebbe il naturale prolungamento della violenza nei confronti degli altri animali.
La consuetudine al sangue è, infatti, secondo l’umanista olandese, in grado di cancellare ogni pietà e provocare una collettiva degenerazione morale. Il vizio – afferma Erasmo – è come il mare: «quando ha preso piede, non è più sotto il nostro controllo, bensì irrompe con la forza del suo impeto».
– Ma oggi il mondo animale non è forse definitivamente entrato nella sfera dell’etica umana?
Questa è una domanda a cui è veramente difficile rispondere.
Da un lato, penso che ci sia sempre entrato, come dimostrano tanto la storia della filosofia quanto le stesse sacre Scritture. Dall’altro, temo che oggi più che mai l’animale rischi di venire estromesso dalla riflessione morale, o, quantomeno, i suoi diritti possano essere liquidati in virtù di un ragionamento utilitarista, nella misura in cui è sempre possibile far passare lo sfruttamento come necessario a migliorare le condizioni di vita dell’umanità.
– Questa mole di pensiero, quindi, che cosa ha da dire rispetto alle questioni contemporanee: allevamenti intensivi, macellazione e trasformazioni industriali, conseguenze ambientali?
Il modo in cui noi ci rapportiamo alle altre creature e quindi l’etica animale – o il suo opposto che non so come definire ma che potremmo, per facilità, definire la “non-etica animale” – nasce da una precisa antropologia, ovvero da una specifica risposta alla domanda relativa all’uomo: chi è l’uomo?
La risposta a questa domanda ha importanti conseguenze non solo sul nostro rapporto con gli animali, ma anche sul modo in cui ci relazioniamo con l’ambiente. Se ci riteniamo l’unica specie dotata di certe caratteristiche, che ci rendono moralmente rilevanti, non ci saranno problemi ad allevare gli animali in modo intensivo, a sottoporli a lunghi viaggi verso i macelli, a privarli, appunto, della loro vita per soddisfare le nostre esigenze.
Se, invece, ci riteniamo una specie particolare, dotata di alcune caratteristiche speciali, posta in relazione con numerose altre specie viventi dotate di caratteristiche loro proprie e di una propria dignità, all’interno di un sistema di vita a cui apparteniamo ma che, in qualche modo, ci trascende, allora ci comporteremo diversamente, non solo con gli animali ma anche con l’ambiente in cui ci troviamo a vivere.
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– Un diverso modo di pensarci “umani” a quali scelte di vita potrebbe portare?
Riconoscere la rilevanza morale dell’animale, naturalmente, ci interroga sulle nostre abitudini, prime fra tutte quelle alimentari. Cosa – anzi chi – mangiamo: è un tema cruciale nel nostro rapporto con le altre creature, su cui dovremmo riflettere con più attenzione, ma anche con più tolleranza.
Facilmente le scelte alimentari divengono oggi ragione di conflitto: chi smette di mangiare carne spesso incontra l’intolleranza di quanti continuano a consumarla; ma l’intolleranza, purtroppo, viaggia in entrambe le direzioni.
– Quali sono le tue personali scelte di vita?
Quando si tratta di scelte alimentari, le parole forse non bastano: è necessario fornire anche l’esempio.
Nella mia esperienza personale l’esempio conta molto. Io seguo un’alimentazione vegetariana da trentaquattro anni e sono arrivata alla conclusione che, spesso, non c’è altro come la nostra testimonianza di vita a permettere ad altri di fare scelte altrimenti ritenute impossibili.
– Ma è importante anche parlarne e rifletterci su!?
Tra tutto il materiale raccolto in questi anni, trovo particolarmente significativo e, assieme, anche molto affascinante il ruolo attribuito, da numerosi pensatori, all’abitudine nella costruzione del nostro rapporto con gli altri animali.
Numerosi autori, come, ad esempio, Erasmo e Mandeville, hanno individuato proprio nell’abitudine la causa del nostro agire sconsiderato, che ci fa apparire normali azioni che invece, se opportunamente soppesaste, apparirebbero irragionevoli, tra cui, appunto, l’alimentazione carnea.
Mi sembra che, nella denuncia del ruolo giocato dall’abitudine nel forgiare il nostro agire, sia sotteso un improrogabile appello alla nostra responsabilità, ovvero a quella caratteristica che, forse, più di ogni altra ci contraddistingue come specie.
È la stessa responsabilità a cui ci portano le sacre Scritture che confidano in un Dio che è creatore, e che desidera una umanità «a sua immagine e somiglianza» a cui tutto affidare nella cura. Qui la vocazione dell’essere umano consiste nel prendersi cura della creazione “buona” di Dio: peculiarità che lo distingue da tutti gli altri animali ma che, contestualmente, lo investe di grande responsabilità.





