
È ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico
il bene può venire dalla prevaricazione [1]
In queste settimane è filtrata la notizia che, nel mese di gennaio, dopo alcune affermazioni critiche di Papa Leone sul «fervore bellico che sta dilagando» o sull’abbandono della diplomazia del dialogo «per una diplomazia della forza», il nunzio negli Stati Uniti sia stato convocato al Pentagono. Lì funzionari USA hanno comunicato al nunzio che loro hanno la forza militare e possono fare quello che vogliono e la Chiesa farebbe bene a schierarsi dalla loro parte, invocando addirittura, come sorta di minaccia, una rinnovata cattività avignonese[2].
Tale arrogante reazione è un segnale eloquente della precisione e della forza − molto dimessa nei modi − delle parole di Papa Leone, che sviluppano un approccio profetico – e, a giudicare dall’irritazione americana, molto efficace − nella medesima linea di Papa Francesco. Nel messaggio per la Giornata della pace del gennaio 2026, Leone XIV − dopo aver trattato dell’essenziale dialogo ecumenico, interreligioso e tra culture − ha affermato:
In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».
Il Papa cita qui un suo discorso alla CEI del giugno 2025 nel quale sosteneva che «la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa». Invita ora a una sorta di irraggiamento capillare di tale atteggiamento, a livello locale e mondiale. Ogni comunità cristiana − ma in maniera più ampia ogni comunità umana, religiosa e civile − viene chiamata a costituire un luogo di resistenza alle logiche della violenza, «all’occupazione imperialistica del mondo»[3], un ambito che sia spazio di coltivazione e di pratica della pace.
Perché questo possa realizzarsi, un elemento centrale − urgente per le comunità cristiane, a fronte anche delle gravi strumentalizzazioni della religione nei recenti attacchi omicidi come quello all’Iran e al Libano − consiste in una rilettura dei vangeli assumendo la fondamentale nonviolenza dell’agire di Gesù[4]. Afferma Leone XIV:
[…] prima di essere catturato […] Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11).
[…] La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.
Tale prospettiva − che implica un riattraversamento riflessivo del vangelo e della contradditoria storia del cristianesimo − è stata allargata e approfondita nella riflessione per la Domenica delle Palme in cui il vescovo di Roma ha riletto l’episodio profetico dell’ingresso messianico a Gerusalemme e alcune scene della Passione:
[…] Gesù, […] si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.
Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo […].
Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).
Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52)[5].
Questa rilettura giunge fino a formulare una vera e propria cristologia in cui la nonviolenza e la radicale solidarietà con le vittime della storia e dei potenti diventano caratteristiche fondamentali del tipo di messia rappresentato da Gesù di Nazareth:
Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità[6].
Questo modo di leggere l’attraversamento della propria passione da parte di Gesù diviene un vero e proprio discorso sul mistero di Dio, sull’amore «capace di piegare la durezza dei potenti»[7], sulla sua mitezza, sulla sua volontà, sul tipo di preghiera a lui accetta:
[…] questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15)[8].
Si è in presenza di una volontà di bene e prossimità che si schiera teologicamente − le preghiere di coloro che hanno le mani bagnate di sangue non sono ascoltabili dal mistero mite di Dio − e che quindi «prende una parte» a livello della storia umana:
Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità […] E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra. Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli![9]
Nelle parole di Leone XIV a fronte di quello che sta avvenendo nel mondo, traspare come la Chiesa non possa essere neutrale[10] e che debba parlare e agire finché ci sia tempo[11]. Il fondamento ultimo di questa posizione pare trovarsi in una rilettura in chiave nonviolenta del patrimonio della rivelazione cristiana che ha nella vicenda di Gesù il proprio centro incandescente e il criterio interpretativo fondamentale. Tale custodia della memoria evangelica diviene nelle sue parole anche l’anima profonda di comunità disperse ovunque che si attrezzano per essere luoghi di riconciliazione e di irraggiamento di pace[12] e, quindi, spazi di resistenza spirituale alle spinte religiose verso un messianismo violento[13] − che si presenta seduttivamente come un vangelo, ma in un senso ribaltato e perverso[14] − e alle correlative spinte politiche che seminano odio razziale, guerra e distruzione[15].
[1] Leone XIV, Omelia della messa crismale, 2 aprile 2026.
[2] L. Kocci, «Ricordate Avignone, il Pentagono preme sul Papa», in Il Manifesto, 10 aprile 2026.
[3] Leone XIV, Omelia della messa crismale, cit.
[4] Cf. Pax Christi International, La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli, Zikkaron, Bologna 2023.
[5] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme, 29 marzo 2026.
[6] Ibid.
[7] Leone XIV, Omelia della Veglia pasquale, 4 aprile 2026.
[8] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme, cit.
[9] Ibid.
[10] Si veda G. Lercaro, Non la neutralità ma la profezia, Zikkaron, Bologna 2022. Si tratta del testo di un’omelia con cui l’allora arcivescovo di Bologna prese posizione il primo gennaio 1968 per un’interruzione immediata dei terribili bombardamenti statunitensi nella guerra del Vietnam.
[11] Cf. G. Dossetti, Finché ci sia tempo. Pace, guerra e responsabilità storiche a partire da Monte Sole, Zikkaron, Bologna 2022.
[12] Cf. Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza, Nerbini, Firenze 2026.
[13] Cf. M. Neri, The Making of the Messiah: Politics, Religion, and Law in Trump’s America, in Appia Institute; in particolare si può leggere: «[…] Pope Leo has emerged as a defender of God’s name, opposing any religious justification for war and violence. He has also become a defender of the democratic order, the constitutional state, and international law. This clearly positions him as an Anti-Messiah in relation to many Trump administration policies. If one reads Thiel’s description of the Antichrist alongside Pope Leo’s statements regarding the actions of the American administration under President Trump, one can see that Pope Leo occupies precisely the role of the Anti-Messiah. […] an event occurred that was entirely unprecedented in the history of relations between the United States and the Holy See. Last January, Elbridge Colby, the Under Secretary of Defense for Policy, summoned Cardinal Christophe Pierre, the Vatican ambassador to the United States at the time, to the Pentagon for a closed-door meeting attended by other Trump administration officials. They intended to lecture the Holy See on the strength of America’s military power, which they claimed enabled the country to do whatever it wanted in the world. The warning Colby and his colleagues issued to the Holy See was that the Catholic Church would do better to align itself fully with the Trump administration’s policies. Evidently, Cardinal Pierre voiced his dissent on behalf of the Vatican when one of those present stood up and took a 14th-century weapon, evoking the Avignon submission of the Catholic popes to the French Crown. This gesture, which goes beyond all diplomatic decorum, reveals the current U.S. administration’s intolerance toward any alternative power that challenges its actions. However, it also demonstrates the effectiveness of Pope Leo’s anti-messianism and the Holy See’s diplomatic efforts, as the U.S. administration perceives them as a sort of “rogue state.” In a paradoxical reversal, much of today’s new world order depends on the clash between the fragile immunity of citizenship, personified by Pope Leo and the Holy See’s diplomatic activity, and the power of messianic immunity, embodied by Donald Trump. In other words, today more than ever, the fate of the world is also a theological challenge—the facts now prove it».
[14] Cf. I. Illich, Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità, Quodlibet, Macerata 2008.
[15] Per un testo di resistenza − evangelica e politica − alle logiche della violenza e delle armi si veda L. Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, a cura di S. Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025.





