Il potere dei senza poteri

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Il 21 marzo, in Italia, – primo giorno di primavera – è la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Quest’anno cade alla vigilia di un importante voto referendario sulla «legge di riforma» («Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» – G.U. 30 ottobre 2025, n. 253). Si leggono dei nomi. Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono volti. Storie interrotte. Vite sottratte alla violenza dei propri simili.

È il giorno della memoria civile delle vittime innocenti delle mafie. Un rito necessario, perché il potere violento prospera quando l’oblio sostituisce il ricordo e l’assuefazione prende il posto dell’indignazione.

Ogni nome letto è un atto di resistenza. Ogni nome pronunciato sottrae una vita al silenzio che le mafie vorrebbero imporre come seconda morte. Perché si può uccidere un corpo, ma non si può uccidere il ricordo quando una comunità decide di custodirlo.

Ma il 21 marzo non è soltanto un atto commemorativo. È una domanda. Che cosa resta, oggi, di chi è stato ucciso perché non si è piegato?

Giuseppe Puglisi. Rosario Livatino… E con loro tanti nomi meno noti, meno ricordati, ma non meno luminosi.

Non sono solo nomi da leggere e da declamare. Sono un criterio per misurare il presente. Sono una bussola morale in un tempo che, forse, ha smarrito l’orientamento.

Il potere e la sua ombra

Viviamo in un tempo in cui il potere torna a mostrarsi nella sua forma più elementare: forza, intimidazione, guerra. Le bombe ridisegnano confini. La violenza, anziché la giustizia, pretende di essere argomento.

Il potere – si pensa – è capacità di imporsi, di controllare, di decidere.

Eppure esiste un’altra forma di forza. Non armata. Non garantita da apparati. Non protetta da strutture.

È la forza che i primi martiri cristiani chiamavano potentia infirmitatis – il potere della debolezza. Quella forza che Paolo di Tarso riconobbe quando scrisse: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Non un paradosso retorico, ma una verità antropologica: la forza che nasce quando non si ha più nulla da perdere se non la propria coscienza morale. È la forza di chi non detiene poteri formali e tuttavia esercita un’incidenza morale che nessuna minaccia riesce a neutralizzare.

Leonardo Sciascia aveva intuito che il nodo della “sua” Sicilia non fosse l’assenza di morale, ma la sua sostituzione con la convenienza. Il potere, in questo senso, non è soltanto violenza esplicita: è rete di favori, relazioni opache, silenzi reciproci. È un equilibrio che si regge sull’assuefazione.

Puglisi e Livatino non hanno combattuto questo sistema con proclami. Lo hanno reso inutile. E rendere inutile un sistema fondato sulla paura è una delle forme più radicali di potere.

Perché, quando un uomo libero cammina in un territorio dominato dalla paura, quella libertà diventa contagiosa. E il contagio della libertà è ciò che i sistemi oppressivi temono più della rivolta armata.

Il sorriso e il profumo

Che cos’è un sorriso? Può essere cortesia. Può essere diplomazia. Può essere maschera. Ma talvolta è decisione. Albert Camus scriveva che la rivolta autentica non nasce dall’odio, ma dal rifiuto di accettare che tutto sia permesso. È un “fin qui e non oltre”. Un limite posto al male senza assumere il linguaggio del male. Il 15 settembre 1993, davanti ai suoi assassini, don Puglisi sorrise.

Salvatore Grigoli, il killer, lo ricorderà negli interrogatori davanti ai magistrati: «Sorrideva. Me l’aspettavo». Quel sorriso lo perseguiterà. Perché era un sorriso che non chiedeva pietà, non esprimeva paura, non cercava negoziazione. Era il sorriso di chi sa. Non perché ignorasse la morte. Ma perché non riconosceva alla morte il diritto di governare la sua coscienza.

Era il sorriso che attraversa i resoconti dei martiri: quello di Policarpo di Smirne davanti al rogo, quello di Tommaso Moro sul patibolo, quello di Maria Goretti di fronte all’aggressore. Un sorriso che non è negazione della realtà, ma affermazione di un’altra realtà più profonda: che l’uomo vale più di ciò che gli può essere fatto. Quel sorriso non ha fermato le armi. Ha fermato la paura. E fermare la paura è un atto politico.

Rosario Livatino non sorrise davanti ai suoi assassini. Ma lasciò qualcosa di altrettanto potente: il profumo dell’onestà. Un profumo non sensoriale, ma morale. Un tratto di vita che continua a diffondersi. Come accade ai profumi autentici: non si vedono, ma restano nell’aria anche quando la persona non c’è più.

Paolo scriveva ai Corinzi: «Noi siamo il profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Livatino lo fu letteralmente. Nelle aule di tribunale portava con sé un’evidenza non argomentabile: che la giustizia è possibile. Che la legge non è necessariamente strumento del più forte. Che si può giudicare senza essere collusi, ma affidandosi soltanto alla «tutela di Dio».

Quel profumo permane. Quarant’anni dopo la sua morte, giovani magistrati entrano in quelle stesse aule, portando il suo nome come programma. Non hanno conosciuto il suo volto, ma riconoscono il suo profumo.

Il sorriso di Puglisi e il profumo di Livatino hanno una radice comune: la coerenza.

Educare alla libertà

Brancaccio non era soltanto un quartiere difficile. Era un sistema educativo alternativo. Lì si imparava che il potere è inevitabile, che la dipendenza è normale, che la libertà è imprudenza.

Lì i bambini crescevano sapendo che ci sono cose che non si dicono, domande che non si fanno, strade che non si percorrono. L’educazione mafiosa non passa principalmente attraverso la violenza esplicita: passa attraverso la normalizzazione dell’impossibile. “Così è sempre stato. Così sempre sarà”.

Puglisi comprese che non bastava denunciare. Bisognava educare. Sottrarre i bambini al destino già scritto.

Aprì il centro “Padre Nostro”

Il nome non era casuale: era una dichiarazione di paternità alternativa. In un territorio dove la mafia si propone come famiglia, come protezione, come destino, Puglisi proclamava un’altra paternità. Non la paternità del boss, ma quella di Dio. E da questa paternità discendeva un’altra fraternità: non quella del clan o di chi garantiva protezione, ma quella universale.

Le mafie non temono le parole. Temono l’educazione. Perché l’educazione genera libertà, e la libertà genera domande, e le domande smontano l’inevitabile.

Livatino, nelle aule di giustizia, faceva qualcosa di analogo: educava alla legalità con lo studio accurato e la precisione delle sentenze, con la limpidezza del metodo, con la fedeltà alla legge. Non cercava visibilità. Cercava giustizia.

Scriveva nelle sue agende private: «STD» – Sub Tutela Dei, sotto la protezione di Dio. Non era formula scaramantica, ma dichiarazione di dipendenza. Riconosceva che il giudice umano giudica davanti a un Giudice più alto, e questa consapevolezza lo rendeva libero dalla paura, dalla corruzione, dalle minacce e non gli faceva neppure temere la possibilità di essere ucciso.

Hannah Arendt ha distinto con precisione il potere dalla violenza. Il potere autentico nasce quando gli uomini agiscono insieme nella responsabilità condivisa. La violenza è il segno di un potere che si è svuotato. Puglisi generò spazio. Livatino generò fiducia. Entrambi restituirono responsabilità.

Questo è il potere dei senza poteri.

Vivere nella verità

Vaclav Havel chiamava «potere dei senza potere» la forza di chi decide di vivere nella verità dentro un sistema fondato sulla menzogna. Non è un potere appariscente. È destabilizzante.

Perché la menzogna organizzata ha bisogno della complicità universale. Quando anche una sola persona smette di mentire, l’intero edificio trema. Non serve che tutti si ribellino: basta che uno viva nella verità perché la finzione collettiva si riveli per quello che è. Dietrich Bonhoeffer parlava di «responsabilità adulta»: assumere le conseguenze delle proprie scelte senza delegare la coscienza.

Puglisi non fu imprudente. Livatino non fu imprudente. Furono adulti. Sapevano. Entrambi sapevano. Puglisi ricevette minacce esplicite. Livatino conosceva i nomi di chi lo voleva morto. Non erano ingenui. Erano lucidi. E, nella lucidità, scelsero di rimanere. Perché la fedeltà non si misura nei giorni di sole, ma nelle notti di tempesta.

Non cercarono il martirio. «Non cercarono il martirio e non lo evitarono: lo avevano messo in conto. Dio era il loro tutore; in Lui confidavano».

C’è una differenza teologica essenziale: il cristiano non cerca la morte, cerca la fedeltà. Se la fedeltà conduce alla morte, quella morte diventa testimonianza – martyria. Ma non è la morte a essere cercata: è la vita piena, la vita coerente, la vita che non si piega.

La crepa nell’inevitabile

Sciascia temeva l’assuefazione. Camus parlava della peste dell’abitudine.

Il potere violento prospera quando diventa inevitabile.

Puglisi non ha distrutto la mafia. Livatino non ha distrutto la mafia.

Ma entrambi hanno distrutto l’idea che le mafie fossero invincibili. Hanno aperto una crepa. E le crepe sono pericolose. Perché lasciano entrare luce.

E, quando la luce entra, anche solo una fessura di luce, gli occhi cominciano ad abituarsi. E ciò che sembrava buio normale si rivela per quello che è: oscurità innaturale. E quando gli occhi si aprono, diventa impossibile tornare indietro.

I Padri del deserto lo sapevano: chiamavano «nepsis» – la vigilanza – quella capacità di rimanere svegli quando tutti dormono, di vedere quando tutti chiudono gli occhi. Puglisi e Livatino furono neptikoi, vigilanti. Non profeti visionari, ma uomini svegli in un mondo addormentato.

Il 21 marzo e il criterio della sconfitta

Il 21 marzo precede non soltanto il referendum, ma la Settimana Santa. Non sempre, ma spesso. E quando accade, questo intreccio tra calendario civile e liturgico non è casuale. È rivelativo.

La Settimana Santa è il luogo in cui la sconfitta appare totale. Il giusto viene eliminato. Il potere si compatta. La violenza sembra avere l’ultima parola. Venerdì Santo: il Potere politico (Pilato), il Potere religioso (Sinedrio), il Potere militare (centurioni al servizio dell’impero dominante), il Potere sociale (folla) convergono. Tutti i poteri si alleano contro l’inerme. È lo schema della vittoria perfetta. Se la storia si fermasse lì, parleremmo di fallimento. E tuttavia la tradizione cristiana ha osato una tesi radicale: che proprio lì il potere sia stato smascherato. Non distrutto. Smascherato.

Perché sulla croce diventa evidente il limite strutturale di ogni potere fondato sulla violenza: può spegnere la voce, ma non può spegnere la verità. Può eliminare il testimone, ma non può eliminare la testimonianza. Anzi: il sangue del testimone diventa seme. «Sanguis martyrum, semen christianorum», scriveva Tertulliano.

Perché ha mostrato il proprio limite: può togliere la vita, ma non può appropriarsi della libertà di chi la dona. C’è una differenza radicale tra vita tolta e vita donata. La mafia toglie. Il martire dona. E in quella differenza sta tutta la distanza tra violenza e libertà.

La vittoria cristiana non coincide con il successo storico. È sottrazione della coscienza alla paura. In questa logica si comprendono Puglisi e Livatino. Non hanno sconfitto la mafia sul piano militare. Hanno sottratto la propria coscienza al suo dominio.

E, quando una coscienza si sottrae, il potere non è più assoluto.

E, quando un potere non è più assoluto, ha già cominciato a morire. Non immediatamente, non visibilmente, ma inesorabilmente. Perché il potere assoluto vive di questa menzogna: che non ci siano alternative. Quando appare un’alternativa vivente, la menzogna è finita.

Piccola postilla: la coerenza

Giuseppe Puglisi ha vinto? Rosario Livatino ha vinto? I martiri per la giustizia hanno vinto? No, se vincere significa eliminare il nemico.

La mafia non è finita. È mutata. È diventata più silenziosa, più finanziaria, più mimetica. Soprattutto, è diventata plurale. Si è infiltrata nelle pieghe legali dell’economia, ha imparato il linguaggio della rispettabilità, sa utilizzare l’informatica e l’intelligenza artificiale, ha indossato giacca e cravatta. In questo senso, non è stata sconfitta. Forse è più pericolosa, perché meno riconoscibile.

Il vero successo di un sistema fondato sulla paura non è l’eliminazione dell’avversario. È la sua interiorizzazione.

È quando la paura diventa autodisciplina. Quando non serve più minacciare perché ciascuno ha già interiorizzato il limite, il silenzio, l’omertà. Quando il sistema oppressivo è diventato struttura mentale.

È lì che il potere vince davvero.

Ma, tra predicazione e vita, c’è una sola parola: coerenza.

E la coerenza è la forma più alta della libertà.

Perché la coerenza è libertà dalla doppiezza, libertà dalla menzogna, libertà dalla frattura interiore. È la semplicità evangelica del «sì, sì; no, no» (Mt 5,37). È l’unità della persona che non deve recitare parti diverse in contesti diversi.

Riguarda Puglisi. Riguarda Livatino. Riguarda tutti coloro che hanno pagato per la fedeltà tra ciò che «predicavano» e la loro vita.

E riguarda – ieri come oggi – quella schiera silenziosa di testimoni che attraversa la storia come un fiume carsico: appare, scompare, riappare. I martiri della Chiesa primitiva nelle arene. I confessori durante le persecuzioni. I giusti tra le nazioni durante la Shoah. I preti e i catechisti uccisi in terre di missione. I giornalisti assassinati per un’inchiesta o per documentare «teatri di guerra».

E riguarda anche oggi – silenziosamente – tanti preti e tanti laici che, senza clamore, senza riflettori, annunciano il Vangelo e lo vivono. Che sono coerenti con il Vangelo e con la Costituzione. Che non cercano potere, ma custodiscono libertà.

Parroci di periferia che non cedono al ricatto. Insegnanti che educano alla legalità in territori difficili. Imprenditori che rifiutano il pizzo. Testimoni di giustizia che accettano la scorta e la solitudine. Magistrati che esercitano una giustizia giusta. Madri che sottraggono i figli alla strada.

Non fanno rumore. Ma profumano di libertà.

E quel profumo – impercettibile, ostinato, incancellabile – è l’unica cosa che la morte non può spegnere.

La storia non è cambiata dai discorsi o dal gridare nomi ad alta voce. È cambiata da uomini e donne nei quali non c’era scarto tra ciò che dicevano e ciò che vivevano.

Il potere dei senza poteri nasce lì.

E, quando tra parola e vita non c’è frattura, il potere trova il suo limite.

E la libertà – anche fragile, anche minoritaria – torna a respirare.

Respira in un sorriso davanti alla morte. Respira in un profumo che attraversa i decenni. Respira in una crepa aperta nell’inevitabile. Respira in ogni vita coerente che rifiuta la paura. E, quando la libertà respira, non importa quanto sia sottile quel respiro.

Importa che non si sia spento.

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