
Forse ti è capitato di sentirti bloccato davanti a un’interrogazione, anche se avevi studiato. O di non alzare la mano in classe, anche se conoscevi la risposta. O di rinunciare a parlare con quella persona, a provare quello sport, a mostrare quello che hai creato. Non perché sei incapace, ma perché qualcosa dentro ti frena. Quel «qualcosa» non è pigrizia. Non è debolezza. È il tuo cervello che sta facendo esattamente ciò per cui è programmato: proteggerti.
Il problema è che a volte ti protegge da pericoli che non esistono.
Il tuo cervello non vive nel presente
Ecco una cosa che probabilmente nessuno ti ha mai spiegato: il tuo cervello non osserva quello che succede e poi reagisce. Fa il contrario: prevede cosa succederà basandosi su quello che è già successo, e poi interpreta la realtà secondo quella previsione.
Se negli ultimi anni hai sperimentato giudizi pesanti, prese in giro, incomprensioni, momenti in cui esprimerti ti è costato dolore, il tuo cervello ha registrato un’informazione precisa: «Mettersi in gioco è pericoloso. Meglio stare al sicuro, meglio farsi piccoli».
Non è colpa tua. È un sistema di difesa antico quanto l’umanità. L’amigdala — una parte del cervello che gestisce le emozioni — memorizza le associazioni tra esperienze e sopravvivenza. Se ha imparato che esporti porta dolore, continuerà a mandarti segnali di allarme ogni volta che provi a fare qualcosa di nuovo.
Ed è così che puoi avere idee brillanti, talento, voglia di fare… ma un corpo che ti blocca. Battito accelerato, respiro corto, mente annebbiata. Non perché non sei capace, ma perché il tuo sistema nervoso non si sente al sicuro. C’è una verità antica che lo dice da sempre: «non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. io ti fortifico e anche ti aiuto» (Isaia 41:10). Non è solo fede: è un invito neurologico a riconoscere che non sei solo nella paura.
Cosa succede quando inizi a credere in te
Credere in te stesso non significa svegliarti un giorno convinto di essere la versione migliore possibile di te. Significa qualcosa di molto più concreto e biologico: il tuo corpo smette di trattare ogni tentativo come una minaccia.
Quando accade, nel cervello cambiano cose reali:
- l’amigdala si calma: non interpreta tutto come un pericolo;
- la corteccia prefrontale prende il comando: la parte che pianifica, decide, crea;
- il sistema della dopamina si stabilizza: inseguire un obiettivo diventa orientamento, non ansia;
- aumenta la capacità di imparare: il mondo diventa un’opportunità, non una trappola.
Non è motivazione da Instagram. È chimica. È biologia. È il tuo cervello che finalmente può lavorare per te invece che contro di te.
La fiducia non è certezza: è poter provare senza collassare
Molte persone pensano che avere fiducia significhi essere sicuri di riuscire. Ma non funziona così.
Credere in te stesso significa che il tuo corpo non ti sabota quando provi:
- il cuore non accelera come se ci fosse un pericolo di morte quando devi parlare davanti agli altri;
- il respiro non si blocca quando esprimi un’opinione diversa;
- la mente non si spegne quando affronti qualcosa di nuovo;
- l’errore non diventa la fine del mondo.
La vera fiducia non garantisce il risultato. Garantisce che se sbagli, resterai comunque salvo. Che un voto brutto, un rifiuto, una figuraccia non cancelleranno il tuo valore. «Io ti ho chiamato per nome: tu sei mio» (Isaia 43:1). Il tuo valore non dipende dalla performance. Esisti, quindi vali.
E quando l’errore non è più un pericolo, diventa un tentativo. Quando il tentativo non è più un trauma, diventa apprendimento. Quando l’apprendimento non è più minaccia, diventa possibilità.
Il tuo cervello può cambiare (davvero!)
La buona notizia — quella vera, scientifica, non motivazionale — è che il cervello cambia sempre. Si chiama plasticità neurale.
Ogni volta che fai qualcosa di nuovo, crei nuove connessioni tra i neuroni. Ogni volta che ripeti un comportamento diverso, rafforzi quelle connessioni. E quando smetti di alimentare certi pensieri negativi, quelle vecchie connessioni si indeboliscono.
«Ecco, io faccio una cosa nuova; ora germoglia; non la riconoscete?» (Isaia 43,19). Il cambiamento non è tradimento di chi eri: è fioritura di chi puoi diventare.
Infatti, il cervello produce anche una sostanza chiamata BDNF (fattore neurotrofico cerebrale), una specie di fertilizzante per i neuroni. Più ti esponi a esperienze di fiducia — anche piccole — più il cervello si rigenera. Letteralmente. Non sta «cambiando idea»: sta cambiando forma.
Cosa possono fare genitori, insegnanti ed educatori
Se sei un adulto che accompagna adolescenti, la domanda è: come creare le condizioni perché il loro cervello possa sentirsi al sicuro abbastanza da provare?
(1) Separa l’errore dalla persona
Quando un ragazzo sbaglia, il cervello adolescente — già ipersensibile al giudizio sociale — può interpretare la critica come: «Io sono sbagliato».
Invece di: «Questo compito è un disastro, non ti sei impegnato», prova: «Questo risultato non riflette quello che sai fare. Parliamo di cosa non ha funzionato e come migliorare».
Il cervello registra: l’errore è nell’azione, non nell’identità. Posso imparare senza essere in pericolo.
(2) Riconosci l’impegno, non solo il risultato
Il sistema dopaminergico degli adolescenti risponde fortemente alle ricompense, ma se l’unica ricompensa è il successo finale, ogni tentativo diventa ansia.
Riconosci pubblicamente: «Ho visto che hai provato un approccio diverso», «Apprezzo che tu abbia chiesto aiuto quando ne avevi bisogno», «Ci hai messo impegno anche se era difficile».
Il cervello impara: il processo ha valore. Non devo aspettare di essere perfetto per essere riconosciuto.
(3) Normalizza il non sapere
Gli adolescenti hanno un’amigdala iperattiva e una corteccia prefrontale ancora in sviluppo. Questo significa che sentono le emozioni più intensamente e hanno meno capacità di regolarle. Non sapere qualcosa può sembrare umiliante.
In classe o a casa, dì: «Io stesso non lo so, cerchiamo insieme», «Questa cosa mi ha messo in difficoltà quando l’ho imparata», «Non sapere è l’inizio dell’imparare».
Il cervello registra: l’incertezza è normale, non una debolezza.
(4) Crea spazi di sicurezza psicologica
Lo stress cronico impoverisce l’ippocampo, la zona del cervello che permette di immaginare il futuro e apprendere cose nuove. Se un adolescente vive in allarme costante (paura del giudizio, confronto continuo, pressione sui voti), il cervello non può fiorire.
Chiedi regolarmente: «Come ti senti?», «C’è qualcosa che ti preoccupa?», «Cosa posso fare per aiutarti a sentirti più tranquillo?».
Evita: paragoni con fratelli/compagni, sarcasmo, critiche pubbliche, minimizzare le loro emozioni («ma cosa vuoi che sia», «alla tua età io…»).
(5) Insegna la regolazione emotiva prima delle performance
Prima del coraggio c’è la regolazione emotiva. Prima di chiedere a un ragazzo di «impegnarsi di più», assicurati che il suo sistema nervoso non sia in modalità sopravvivenza.
Pratiche concrete:
- tecniche di respirazione prima di verifiche/interrogazioni;
- pause di movimento durante lo studio;
- spazi per esprimere frustrazione senza giudizio;
- routine prevedibili che riducono l’incertezza.
Il cervello impara: posso gestire le emozioni difficili. Non sono in balia del panico.
(6) Modella la vulnerabilità
Gli adolescenti imparano più da quello che fai che da quello che dici. Se ti vedono ammettere errori, chiedere scusa, mostrare incertezza, imparano che essere umani è sicuro.
Condividi: «Ho sbagliato e ho imparato questo», «Non so come fare, proviamo insieme», «Mi sono sentito insicuro quando…».
Il cervello registra: anche gli adulti che ammiro sbagliano e vanno avanti. Posso farlo anch’io.
(7) Proteggi dal confronto tossico
Il cervello adolescente è cablato per dare enorme peso all’opinione dei pari. I social media amplificano questo meccanismo all’estremo, creando confronti continui che mantengono l’amigdala in allerta.
Aiutali a:
- riconoscere quando il confronto diventa dannoso
- limitare l’esposizione a contenuti che alimentano insicurezza
- valorizzare il loro percorso unico invece di parametri esterni
(8) Celebra i piccoli atti di coraggio
La plasticità neurale si costruisce passo dopo passo. Non serve aspettare i grandi successi.
Riconosci: alzare la mano anche con paura, provare qualcosa di nuovo, esprimere un bisogno, ammettere di non capire, chiedere aiuto.
Ogni piccolo gesto di fiducia invia al cervello il messaggio: «Questo è possibile. Questo è sicuro». E le sinapsi si rafforzano.
Indicazioni pastorali
Chi accompagna adolescenti in contesti di fede ha una responsabilità particolare: quella di incarnare un Dio che non chiede perfezione, ma relazione. Un Dio che conosce la fatica del crescere perché si è fatto adolescente anche Lui, a Nazareth. Ecco alcune indicazioni specifiche per chi opera in ambito pastorale.
(1) Riconosci il gruppo come luogo di sicurezza neurologica
Il gruppo parrocchiale o di catechismo non è solo un’esperienza spirituale: è un ambiente che può ricablare il cervello adolescente verso la fiducia.
Pratiche concrete:
- Inizia ogni incontro con un momento di check-in emotivo: «Come stai arrivando qui oggi?». Non per giudicare, ma per riconoscere.
- Crea rituali di accoglienza prevedibili: il cervello adolescente ha bisogno di sapere cosa aspettarsi per abbassare le difese.
- Mai usare la fede come strumento di vergogna («un vero cristiano non avrebbe paura», «se pregassi di più non saresti così insicuro»). Questo associa Dio alla minaccia, non alla sicurezza.
Il cervello impara: questo è un posto dove posso essere me stesso senza dover recitare. La fede non aggiunge paura, ma toglie solitudine.
(2) Insegna che Dio non ha paura delle loro domande
Molti adolescenti vivono il dubbio come tradimento della fede. Il cervello interpreta: «Se ho domande, sono sbagliato. Meglio tacere».
Invece di: rispondere subito con dottrina o citazioni bibliche Prova: «Questa è una domanda importante. Cosa ti ha fatto pensare a questo?». «Anche io mi sono fatto questa domanda, e ti racconto il mio percorso…».
Dedica spazi espliciti al dubbio:
- «Il tavolo delle domande difficili» dove nessuna questione è off-limits.
- Letture bibliche dove anche i credenti dubitano (Tommaso, Giobbe, i Salmi di lamento).
- Testimonianze di adulti che hanno attraversato crisi di fede e ne sono usciti.
Il cervello registra: il dubbio non mi esclude dalla comunità. Posso cercare senza essere cacciato.
(3) Proponi un Dio che vede lo sforzo, non solo il risultato
Il Vangelo è pieno di storie dove Gesù valorizza il tentativo: la vedova che offre due spiccioli, il figliol prodigo che torna balbettando, Pietro che cammina sull’acqua e affonda ma viene afferrato.
Nelle attività di gruppo:
- Celebra chi prova a pregare anche se «non gli viene», chi partecipa anche se timido, chi condivide anche se imperfetto.
- Racconta storie di santi che hanno fallito (Pietro che rinnega, Paolo che perseguita, Agostino che fugge).
- Valorizza pubblicamente: «Ho visto che hai aiutato anche se eri stanco», «Hai fatto una domanda difficile anche se non era facile esporsi».
Il messaggio neurologico: Dio non aspetta la mia perfezione per amarmi. Il mio valore non dipende dalla prestazione spirituale.
(4) Usa la liturgia e i sacramenti come esperienze di regolazione emotiva
La ritualità non è folklore: è neurobiologia. I gesti ripetuti, il canto corale, il silenzio contemplativo, l’esperienza sensoriale creano percorsi neurali di calma e appartenenza.
Pratiche concrete:
- Prima della preghiera, insegna la respirazione consapevole: «Respira come se accogliessi lo Spirito».
- Usa il canto non solo come momento festoso, ma come regolazione corporea.
- Crea momenti di silenzio guidato, non vuoto: «Ascolta il tuo respiro, senti che non sei solo».
- Nei momenti comunitari (Messa, adorazione), sottolinea la dimensione del «noi»: il cervello adolescente ha bisogno di appartenenza sicura.
Il cervello impara: qui il mio corpo può calmarsi. La fede non è solo idea, è esperienza di pace.
(5) Modella la vulnerabilità pastorale
Se i ragazzi vedono solo catechisti e sacerdoti «perfetti», il messaggio neurologico è: «Devo nascondere le mie fragilità per essere accettato».
Condividi (con appropriatezza):
- «Anche io ho avuto paura prima di questa responsabilità».
- «C’è stato un periodo in cui pregare era difficile per me».
- «Ho sbagliato e ho chiesto perdono, ed è stato liberante».
Non nascondere i fallimenti pastorali:
- «Mi sono accorto che la scorsa volta vi ho fatto sentire giudicati. Mi dispiace, non era mia intenzione».
- «Non so rispondere a questa domanda, ma cerchiamo insieme».
Il cervello registra: anche le guide spirituali sono umane. Posso essere imperfetto e restare nella comunità.
(6) Crea riti di riconoscimento non competitivi
Evita dinamiche dove solo i «migliori» ricevono attenzione (il più bravo a memoria, il più presente, il più devoto). Il cervello adolescente interpreta: «Devo competere anche per l’amore di Dio».
Invece:
- Celebra passaggi di crescita personali: «Oggi X ha condiviso qualcosa di profondo per la prima volta».
- Crea rituali di benedizione per momenti difficili (esami, scelte, lutti).
- Riconosci pubblicamente piccoli gesti: chi accoglie un nuovo, chi consola un compagno, chi porta una domanda coraggiosa.
Il messaggio neurologico: nella casa del Padre c’è posto per tutti, non solo per i primi della classe spirituale.
(7) Proteggi dal perfezionismo spirituale
Alcuni adolescenti, soprattutto i più sensibili, sviluppano ansia spirituale: «Non prego abbastanza, non sono abbastanza buono, Dio sarà deluso di me».
Segnali di allarme: scrupoli eccessivi, confessioni ripetitive per le stesse cose, paura di non essere «veri cristiani», paragoni continui con santi o coetanei «più bravi».
Interventi pastorali:
- Insegna la distinzione tra santità e perfezionismo: «Dio ti vuole intero, non perfetto».
- Usa le parabole della misericordia (Padre misericordioso, Pastore che cerca la pecora) non solo a parole ma come esperienza.
- Se necessario, dialoga con le famiglie o suggerisci accompagnamento psicologico: la fede non cura tutto, e riconoscerlo è onestà pastorale.
Il cervello impara: Dio non è un giudice ansioso delle mie performance. È il luogo dove posso respirare.
(8) Educa alla lettura sapienziale della Scrittura, non ansiogena
La Bibbia può diventare fonte di ansia se letta come manuale di obblighi («devi», «non devi»). Il cervello adolescente già sovraccarico di aspettative registra un ulteriore peso.
Invece di: «Questo versetto dice che devi fare così», prova: «Cosa ti dice questo brano sulla tua vita oggi?», «Come questa storia ti aiuta a capire cosa stai vivendo?».
Usa narrative bibliche di adolescenti:
- Samuele che fatica a riconoscere la voce di Dio.
- Geremia che dice «sono troppo giovane».
- Maria che chiede «come è possibile?» di fronte all’Annunciazione.
- Il giovane ricco che se ne va triste: Gesù non lo costringe, lo lascia libero.
Il messaggio neurologico: la Parola è bussola, non gabbia. Mi orienta, non mi schiaccia.
(9) Insegna la preghiera come relazione, non performance
Molti adolescenti abbandonano la preghiera perché «non sono capaci». Il cervello registra: fallimento.
Pratiche liberanti:
- Insegna preghiere brevi, oneste, anche rabbiose («Dio, oggi mi sento solo», «Non capisco perché succede questo»).
- Valorizza forme diverse: preghiera silenziosa, artistica, in movimento, nella natura.
- Normalizza le «preghiere a vuoto»: «A volte pregare sembra parlare al muro. Anche i santi lo hanno vissuto».
Proponi: «Questa settimana, prova a dire a Dio una cosa vera, anche se non suona ‘religiosa’».
Il cervello impara: pregare non significa dire le cose giuste. Significa essere vero con Chi mi conosce già.
(10) Accompagna il discernimento senza pressione
Adolescenza è tempo di scelte: scuola, amicizie, primi amori, vocazione. Il cervello in ansia vede ogni scelta come minaccia.
Evita:
- «Dio ha un piano preciso per te e devi trovarlo» (crea ansia da prestazione spirituale).
- Pressioni vocazionali implicite («hai mai pensato al sacerdozio/vita consacrata?») senza rispetto dei tempi.
- Giudizi su scelte legittime («se scegli quella scuola ti allontanerai da Dio»).
Invece:
- «Dio ti accompagna in ogni scelta, non ti tende trappole».
- «Il discernimento è ascolto, non indovinello. Hai tempo».
- «Sbagliare una scelta non significa fallire la vita. Dio scrive dritto anche sulle righe storte».
Il cervello impara: posso scegliere senza terrore. La fiducia è più importante della certezza.
Il punto di partenza
Non si tratta di rendere gli adolescenti «più sicuri di sé» attraverso discorsi motivazionali. Si tratta di creare le condizioni neurobiologiche perché il loro cervello possa uscire dalla modalità difensiva e entrare in quella esplorativa.
Per gli adolescenti: il tuo cervello non è contro di te. Sta solo cercando di proteggerti. Ogni volta che provi qualcosa di nuovo, anche con paura, stai letteralmente ricostruendo le connessioni neuronali. Stai insegnando al cervello che vivere non è solo sopravvivere.
Per gli adulti: ogni interazione con un adolescente è un’opportunità per mandare un messaggio al suo sistema nervoso. Quel messaggio può essere «il mondo è pericoloso, devi difenderti» oppure «sei al sicuro abbastanza per provare, per sbagliare, per essere te stesso».
Per gli educatori pastorali: siete chiamati a essere icone di un Dio che dice «non temere» più di ogni altra cosa nella Bibbia. Un Dio che conosce la fragilità perché l’ha abitata. La vostra comunità può essere il luogo dove il cervello adolescente impara che fidarsi è possibile, che l’errore non esclude, che la ricerca è parte della fede, non sua negazione.
La fiducia non è un talento. È una condizione neurobiologica di sicurezza che si costruisce, connessione dopo connessione, esperienza dopo esperienza.
E può iniziare oggi.
Laura Ricci è psicologa, supervisore, docente di psicologia della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e Presidente di Doceat, associazione per il sostegno e lo sviluppo delle persone e delle organizzazioni (www.doceat.org)






Mi tocca molto che tu abbia colto la gentilezza come tratto distintivo — è qualcosa a cui tengo profondamente, perché credo che il tono con cui si comunica faccia già parte del messaggio stesso. Se queste righe possono essere utili a chi educa, a chi accompagna i giovani o a chi è giovane, allora ogni parola scritta trova il suo senso.
Grazie Silvia, di cuore!
Niente di nuovo in questo articolo: il cervello umano, le sue caratteristiche e le sue capacità sono da molto tempo oggetto di studio da parte delle scienze. Questo mi piace e m’interessa. Trovo, invece, assai fastidiosi i riferimenti di carattere religioso presenti in questo articolo, non vedo cosa c’entrino. È giusto aiutare le persone, e i giovani in particolare, a credere in sé stessi e nelle loro potenzialità, ma questo non deve essere un pretesto per indottrinarli a una religione.
Grazie per aver letto l’articolo e per aver condiviso il suo punto di vista con tanta franchezza — è esattamente il tipo di confronto che arricchisce il dibattito.
Ha ragione nel sottolineare che le neuroscienze studiano il cervello da tempo e che non c’è nulla di radicalmente nuovo: l’intento dell’articolo non era presentare scoperte inedite, ma rendere accessibili alcuni concetti a un pubblico più ampio, in un contesto editoriale — Settimana News — che ha una sua specifica prospettiva culturale e valoriale. I riferimenti religiosi nascono proprio da questo contesto, non come tentativo di indottrinamento, ma come chiave di lettura coerente con la linea della rivista, che i lettori conoscono e scelgono liberamente.
Condivido pienamente la sua preoccupazione per i giovani: aiutarli a credere in sé stessi deve essere un obiettivo libero e rispettoso di ogni sensibilità. Chi legge è sempre libero di prendere ciò che trova utile e lasciare il resto.
Grazie Laura per questo articolo che ci offre una integrazione efficace e potente tra le discipline scientifiche ed il servizio pastorale. In un epoca di semplificazioni riduttive dove ci si sposta su estremi scientifici oppure teologici, tu ci dai uno sguardo sulla mente, le relazioni e Dio dove questi convivono e fruttificano.
Grazie di cuore per queste parole così belle e generose, Alessandro!
Hai colto esattamente ciò che speravo di trasmettere. Viviamo in un tempo in cui spesso ci si sente costretti a scegliere un campo — o la scienza o la fede — come se fossero in opposizione irriducibile. Invece credo profondamente che possano parlarsi, arricchirsi a vicenda, e insieme illuminare qualcosa di più pieno sull’essere umano. Se l’articolo ha saputo offrire anche solo uno spiraglio in questa direzione, ne sono davvero felice.
Ottima iniziativa, c’è tanto bisogno di consapevolezza!
Grazie mille! Mario! Hai centrato tutto in poche parole — la consapevolezza è davvero il punto di partenza per ogni cambiamento autentico, in noi stessi e nelle relazioni.
Ho letto con piacere questo terzo articolo di Laura Ricci. Con piacere e sorpresa per l’autorevolezza e la gentilezza che caratterizzano queste righe. E che favoriscono il modellamento di chi educatore, genitore o giovane lo leggerà. Grazie Laura!