Quaresima

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«Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai». Con queste parole si apre la Quaresima, il tempo che stiamo vivendo dei quaranta giorni che conduce alla Pasqua, alla Resurrezione. È un richiamo severo, ma non cupo. Credenti o meno, dentro questo cammino si trova una verità elementare: la vita procede attraverso continue morti e resurrezioni.

Non è un caso che qualcosa di radicalmente nuovo compaia nel Paleolitico con le prime sepolture. Quando l’archeologia e l’antropologia scoprono un essere vivente che non si limita a restituire un corpo alla terra, ma lo depone con cura, sono costrette a dire: qui c’è l’uomo. Un animale per il quale la polvere non è soltanto polvere. In quel gesto si affaccia una domanda che attraversa i secoli.

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust lo esprime con parole memorabili: «I miei ricordi, i miei difetti, il mio carattere non si rassegnavano all’idea di non esistere più e non volevano saperne, per me, né del nulla, né di un’eternità da cui rimanessero esclusi». Siamo destinati al nulla o già ora partecipi di un’eternità? La domanda si impone soprattutto nei momenti decisivi, quando cadono le maschere dei ruoli e restiamo nudi davanti al destino. La polvere teme di essere soltanto polvere. Ma è davvero così?

Adamah, in ebraico, significa suolo fertile: da qui il nome Adamo. Se i Greci definiscono l’uomo «mortale», ricordandogli che non è un dio, la tradizione biblica lo chiama «terra di campo», terra abitata dal soffio di Dio. Mortale e insieme aperto all’infinito. Finito eppure attraversato da un desiderio che non ha misura. Un desiderio che, in fondo, si condensa in una domanda semplice: chi mi ama?

Senza amore, torniamo alla polvere anche prima della morte. Lo diciamo con espressioni quotidiane: «mi sento a terra», «sono caduto nella polvere». L’esperienza elementare dell’Avemaria – «prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte» – individua con sobrietà i due momenti decisivi: l’ora presente e l’ora della morte. In realtà sono lo stesso istante, ripetuto di adesso in adesso fino all’ultimo adesso. La questione è se sappiamo esserci davvero.

Anche la lingua latina conserva una traccia eloquente: homo deriva da humus, la terra resa feconda dalla decomposizione, ciò che nasce dalla morte e rende possibile altra vita. L’uomo è humus. Ce lo ricorda ogni notte il sonno, che ci riconsegna all’orizzontalità. Quando ci corichiamo torniamo umili: anche umiltà viene da humus. Non è falsa modestia, ma verità su di sé. Un giorno riposeremo per sempre.

Per questo «ricordati che polvere sei e polvere ritornerai» può essere tradotto così: ricordati che sei fatto per essere amato e per amare. La via è esigente. E spesso la polvere, per non affrontare la fatica dell’amore, sceglie la scorciatoia del potere. Il potere tiene in piedi, dà l’illusione di non dipendere, di sottrarsi alla terra. Ma chi cerca il potere dimentica chi è.

La differenza tra potere e amore si coglie anche nel senso dell’umorismo. Chi sa di essere polvere amata sa ridere di sé. Chi insegue il potere è sempre teso, incapace di leggerezza. La gioia abita il volto degli amati e degli amanti; la serietà rigida è il volto del potere.

Allora il monito quaresimale non è una minaccia, ma un promemoria salutare. Ricordati chi sei: terra chiamata a fiorire. Il resto rischia di essere tempo perduto, come suggerisce lo stesso titolo del capolavoro di Proust: una corsa affannosa a costruire corazze d’argilla.

Adamo, terra fertile, non è chiamato alla guerra ma alla fecondità della cura ricevuta e donata. Lo suggerisce anche Maria Grazia Calandrone in Come si dice amore nella tua lingua, nella raccolta Giardino della gioia: attraversare le lingue per cercare una lingua universale, invisibile, che tutti comprendiamo. È la lingua dell’amore, che supera i confini politici e traduce ogni mondo in relazione. «Io, questo niente / caduto nel sogno della materia, avrò cura di te / fino alla fine del mondo».

Viene allora da dire: polvere sei e solo in amore ritornerai.

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