
Quando s’arriva al venerdì santo un senso penitenziale ci assale senza che noi gli potessimo opporre qualche resistenza, mentre esso si spiega come sudario funebre sul nostro umore immalinconito per l’occasione. Il modernismo emancipato, che si vanta d’esserlo ma che poi inesorabilmente ogni cosa appiattisce, non è riuscito a inficiare questo processo. Sarà perché siamo popolani, ci sentiamo popolo.
Forse, nelle cellule teniamo iscritto dalla notte dei tempi un codice di rassegnazione al “destino” spesso così inclemente, soprattutto nei Sud del mondo, troppi per la verità. Se penso a certe splendide (dal punto di vista tecnico) fotografie dove, con arte espressiva senza pari, sono ritratti in bianco e nero i contadini sia settentrionali che meridionali di ormai decenni fa, mi s’accappona la pelle davanti a volti scarnificati dalla misera e ingiusta condizione senza possibilità di riscatto alcuno.
O quando ricordo le magnifiche, nella loro plastica drammaticità, riprese del Vangelo secondo Matteo di Pasolini, ambientato nei sassi materani di quegli anni, quando erano ancora “vergogna d’Italia”, oppure le straordinarie scene de L’albero degli zoccoli del maestro Olmi con la provincia bergamasca quale suo setting, ecco puntuale il nodo in gola mentre sfilano attori che recitano un copione coincidente con la loro amara realtà.
C’è una sorta di compiacimento irreprimibile, probabilmente è il caso di dire che si tratta di compartecipazione anche sincera al dolore che promana con tocco di maestosità da tutta la scena della passione di Gesù raccontata dai Vangeli. È pur sempre la morte del Re!
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La dovizia di particolari, soprattutto del quarto Vangelo che ascoltiamo durante la liturgia pomeridiana dell’adorazione della Croce, ci sovrasta al punto che noi, immobili come giammai, possiamo solo inciderla sul nastro della nostra immedesimazione ed entrare, compassati, nella drammatizzazione della situazione come se andassimo, fedelissimi, ad un appuntamento non nuovo ma annuale, di cui conosciamo cadenze patetiche, le sapremmo ripetere a mena dito, complice le affollate vie crucis dei venerdì di quaresima nelle nostre parrocchie di paese.
Si procede dritti e anche con sollecitudine direi (non è giorno di sorprese questo) verso «il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota» (Gv 19,17), al di fuori del recinto della città santa. Come se volessimo esorcizzare una paura atavica e maledetta, quasi una superstizione, così tanto essa ci angoscia, continuiamo a guardare in fondo al viale per controllare che la collina della morte resti ferma lì, inanimata, e non metta piedi per avanzare verso di noi a mo’ di valanga.
Guardiamo con occhi acuiti perché il Calvario, col suo cumulo di morte rapace, resti fuori, all’esterno delle nostre muraglie, delle nostre proprietà, delle nostre normali e spensierate quotidianità che, in questi giorni di tragica guerra sempre più vicina a noi altri, ci mancano. Rubiamo le parole a Dio: «Chi andrà per noi?» (Is 6,8). Ce lo stiamo chiedendo nell’intimo, tutti, all’unisono.
Come quando la maestra, volendo interrogare, scorreva quasi minacciosa con la punta della scappucciata biro sull’elenco del registro di classe, mentre noi, scivolando, si scompariva sotto il banchetto. Abbiamo bisogno che Gesù occupi quella croce lì issata qual trofeo di non-so-che, ci salga come sul podio di una gara dove i contendenti si son guardati bene dal partire. La occupi al più presto possibile, per carità, perché non diventi la nostra. Abbiamo necessità che lui, quel Gesù, sia il capro espiatorio. Paghi per tutti! Tutti saremo appagati.
Aspettiamo di tirare anche quest’anno un respiro di sollievo. L’abbiamo scampata un’altra volta. Mai come in questa circostanza nessuno di noi vuol giocare il ruolo del protagonista. Non ci sono sgomitate e colpi bassi per accaparrarsi il primo posto. Ci accalchiamo ai bordi delle strade, agli angoli delle piazze: va in scena il dolore di un altro, dell’Altro, il dolore offerto per amore, il dolore di sostituzione, il dolore redentivo. Più dei chiodi e della nostra cattiveria, è l’amore che tiene Gesù in croce.
Sì, spontaneamente ritagliamo alle nostre stazze, più o meno adatte, un ruolo da recitare sul palcoscenico del venerdì santo, ma al massimo ci offriamo per comparse. Per una volta non c’entra né il nostro invadente narcisismo né lo sforzo d’umiltà, affettato, per concedere spazio ad altri. Semplicemente nessuno di noi sceglierebbe mai e poi mai di soffrire in quel modo e di morire così. Ne abbiamo il terrore, qualcosa che ci spaventa da quand’eravamo poco più che un grumo di cellule.
Avvertiamo il desiderio di tacere anche noi dinanzi a cotanto silenzio da parte del celeste Agnello che veniva «condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7), legato e reso curvo dal peso del patibulum sulle spalle, che non ha occhi se non per guardare l’origine innocente, a terra, la terra grassa e fertile (’ădāmāh), da cui fu tratto l’uomo (’ādām), invitandoci così a tornare a quel principio di fidanzamento. In silenzio anche noi aspettiamo che si compia… per noi. Non abbiamo parole, meglio non averne. Un rispetto devoto ci inalbera sulle mille questioni che ci zavorrano. Per oggi non abbiamo domande. La lezione è chiarissima, addirittura diafana. Lui prende il nostro posto. Lo fa senza badare a spese: il suo bel corpo, il suo sangue nobile, la sua vita assai preziosa sono per noi, che lo crediamo o meno, che ci piaccia o no. Che virilità esemplare! Pur essendo uguale a Dio, non disdegnò di spogliare se stesso (cf Fil 2,6-7).
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Questa è l’umile e lucida verità della divinità. Noi, peccatori, siamo invece superbi di menzogna rampante ma affumicata. Quando cambieremo? Il Signore abbia misericordia! Da che mondo è mondo, i difettosi si credono i migliori, i mediocri s’atteggiano a padreterni (cf Sal 11,9). Dinanzi a questo quadro però tutto è possibile, anche per il peggiore tra noi. Il prezioso vello del salutare Agnello non ha più il candore della lana vergine, inzuppato com’è del pigmento di passione: era così per il nuziale talamo della prima notte di una volta.
Lo stendardo svolazza a capeggiare la truppa di cui facciamo parte, schierata contro la morte, ogni tipo di morte. Il generale non si pone dietro la fanteria, per salvarsi in calcio d’angolo la pelle, ma ci fa scudo col suo martirio. Pur con processioni e bande di prefica mestizia, ostentazioni di statue di addolorate e cristimorti, viviamo l’autentica accoglienza del silentium Dei, ossia del suo fare sul serio con noi, senza fronzoli, senza chiacchiere, senza addobbi, ma coi fatti scarni e puntuali che tutti ormai conosciamo.
La nostra salvezza dal male e dalla morte eterna è avvenuta, s’è avverata. Il nostro plasma è attirato dalla storia di dolore indicibile di quell’Uomo, l’innocente per antonomasia, accompagnato dalla sua dolcissima Madre rimasta indifesa; si sintonizza particolarmente con la nostra storia di sempre. Qualche benpensante avrebbe forse da ridire, storcendo il naso, coi logaritmi dei suoi sondaggi, con gli algoritmi delle sue indagini.
Ma a noi i sentimenti eruttano a fior di pelle, non è prevista la fredda diga di contenimento, e nonostante tutto, magari per convenienza, vogliamo toccare il Crocifisso, vogliamo di lui sospirare, vogliamo verificarlo nel suo incredibile dono, coprendolo di baci e di lacrime. Vogliamo dire che l’Amore nostro è stato crocifisso.
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Il silenzio si prolunga per tutto il sabato santo. Nella sua millenaria sapienza la liturgia ha previsto un tempo dilatato di meditazione. Primo, perché imparassimo almeno un po’ a stare con lui nel solco della storia. Ivi si acquisisce una forza, la forza del seme, che pensavamo di aver perduto, perché chi sa perdere la propria vita davvero la salva (cf Mt 16,25). Presto ci sarà pane per tutti. Secondo, perché sulla Croce il dolore vela l’amore, ma l’amore traspare sotto la sofferenza atroce e sopporta il dolore.
Perciò la Croce di Cristo è gloriosa. Smettiamola di piangere, di piangerci addosso. Dopo il venerdì santo saremmo sul serio scomposti e inopportuni se lo facessimo ancora, senza accorgerci che il sabato santo prepara l’Aurora. Anche la meritevole compartecipazione al dolore è a tempo. Non ci sembri blasfemo. Lo è piuttosto permanere in un venerdì santo a oltranza. Sulla Croce di Cristo abbozzano gemme di pesco in fiore. Essa s’adorna di vita nuova, di vita per sempre. Non ve ne accorgete?
Dalle feritoie del corpo trapassato del Crocifisso promana un chiarore che, nella veglia notturna, madre di tutte le veglie, sormonta il cero pasquale frutto del lavorio delle api. Fra poco si scioglieranno le campane e si tornerà a cantare alleluia.





