
Pietro Cognato, docente di Teologia Morale e Bioetica presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), interviene nel dibattito aperto dalla provocazione del sociologo Alessandro Castegnaro a cui hanno risposto i teologi Gaia De Vecchi e Simone Morandini.
Facciamo la pace: come?
Quando la pace sembra possibile, non c’è motivo per non invocarla, ma anche immaginarla, pensarla, sognarla. E la teologia nella sua natura profetizzante, equidistante da catastrofismi disperati e ottimismo presuntuoso, è la prima degli scibili che lo fa e fa bene a farlo. Ed è quello che ha ispirato e poi realizzato la dichiarazione dell’ATISM Facciamo la pace. Tuttavia, non basta fare il bene, ma farlo bene se si presentano occasioni ghiotte come quelle di non limitarsi alla Dichiarazione, ma a partire da questa procedere in avanti e chiarire che il compito dei teologi morali è molteplice.
Qui si sceglie di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti che orbitano attorno alla possibilità di rivedere se e in che modo oggi si possa ritornare a discutere delle condizioni della guerra, dei limiti morali, dei mezzi proporzionati ecc… Dunque, anche per la teologia vale l’assunto che non basta fare il bene, ma farlo bene. Essa in una delle sue più note e bene accette declinazioni al genitivo − teologia della pace − si auto-concepisce come naturalmente generata da quella pace del theo-loghein, del «dirsi (di) Dio» da parte di Gesù: «la pace sia con voi» (Gv 20,19-21).
Forma escatologica del discorso teologico apprezzabile, irrinunciabile, tuttavia non l’unico allorquando quell’intuizione, che i segni dei tempi sembravano propizi per sognare il realizzarsi del dono pasquale, sbiadisce nei tornanti della storia che non lasciano margine agli automatismi. Quando ciò accade, la teologia, che rimane escatologia, può e deve attingere alla sua tradizione per riattivare un discorso articolato e ben argomentato sulle condizioni di applicabilità di principi morali che sembrano essere stati ormai posti in soffitta.
E il motivo è presto detto: i contesti cambiano e pure i soggetti che fanno la storia e molto spesso alcuni fantasmi del passato tornano, o non se ne sono mai del tutto andati. Quando vengono meno le istituzioni internazionali insieme al diritto internazionale, ai patti multilaterali tra gli stati, la stessa idea del disarmo degli stessi ecc., tutte conquiste che sembrano oggi aver perso quella forza che da europei ci ha resi fieri dopo i conflitti mondiali che hanno insanguinato il continente, la teologia, nella fattispecie l’etica teologica, non può rimanere solo escatologia, ma deve tornare a praticare anche una ricerca etico-normativa rigorosa che implichi riflessioni precipue sulla teoria morale generale che va sempre per onestà intellettuale giocata a carte scoperte e che con pazienza argomentativa animi una sollecitudine a che tutti dialoghino per rispondere alla domanda: cosa è giusto fare?
L’incondizionato nella cruna della storia
Un’etica teologica all’altezza della questione «guerra» oggi non deve disfarsi della sua tradizione, ma chiedersi se le riflessioni sviluppate, consolidate e un tempo pacificamente accettate e condivise, siano superate o in crisi e per quali motivi. Poiché un principio etico, quindi anche quello della «guerra giusta», nasce e si sviluppa nella storia e non fuori dalla storia che ci impone di percorrere la via del confronto sulla realtà delle guerre e sulle ragioni che portano a un giudizio etico sui soggetti che le innescano.
La questione non si risolve nel proclamare nuove etiche teologiche, ma nel proseguire nella ricerca del giudizio morale in contesto. Dunque, se si vorrà pensare di affermare la pace a discapito della difesa dei più deboli, lo si potrà fare non a colpi di slogan, ma in forza di un ragionamento che pur affermando la responsabilità di difesa dei più deboli, dimostri che ciò non riesce a giustificare la scelta della guerra.
E di qui la domanda di quale guerra si sta parlando e non della guerra in sé. Solo così la legittima difesa può mostrarsi legittimata dalla valutazione proporzionata tra l’oggettività di uno stato di aggressione ingiusta in atto e l’oggettiva proporzione tra i beni da difendere e i mali che ne conseguono. Anche per l’etica teologica solo la storia è l’unico luogo per dare sostegno a ragionamenti che, se cambiano, non cambiano per motivi soggettivi ma per motivi oggettivamente legati alle guerre così come oggi è possibile farle.
Un’etica teologica coraggiosa
Di fronte ad un nuovo scenario mondiale, nel quale quella speranza di pace nel costruirla sembra abbia perso la strada di casa, con coraggio e audacia l’etica teologica deve saper porre – direi chirurgicamente – una domanda nella forma di una provocazione capace di innescare una vera e non finta discussione morale che vada oltre il pur immancabile universo delle esortazioni, incoraggiamenti, ammonimenti, richiami e appelli: l’impiego della violenza può contribuire al bene generale dell’umanità?
È una domanda che ho già posto in sedi diverse[1], servendomi di un ben preciso impianto argomentativo utile, in primo luogo, per non confondere il discorso della fondazione morale dal discorso della fondazione delle norme morali[2], e per affrontare, in secondo luogo, la vasta gamma delle questioni che richiedono di attivare una funzione dell’etica applicata che tecnicamente chiamiamo etica normativa[3].
La convinzione di fondo è che il conflitto è parte integrante di ogni discorso che vuole appellarsi come squisitamente morale tale che non c’è morale senza conflitto. Conflitto di cosa? Naturalmente la situazione di conflitto in morale si traduce nella questione ostica della realizzazione di certi valori rispetto ad altri così da promettere di conseguire migliori effetti rispetto ad altri. Cosa fare? Come ragionare sulle condotte degli attanti in guerra mentre il mondo è un teatro di guerre? In forza della considerazione delle conseguenze oppure in forza della sola presenza, insistenza e dichiarazione di valori?
Chi fomenta dilemmi non risolve problemi, e allora mai entrare nel vicolo cieco dell‘etica dei principi «o» dell‘etica del risultato[4], ma osare formulare ancora più precisamente:
che fare ormai mentre è in atto un conflitto bellico e vi è un aggressore e un aggredito? È sempre evidente chi è l’aggredito e l’aggressore?
La legittima difesa − lo diciamo senza colpo ferire − implica la difesa armata e deve contemplare senza infingimenti retorici l’uso della forza. Il problema morale di tale uso non sta nell’essere «contro» o «pro» la violenza stessa, ma nel fare scelte suscettibili di essere giustificate in casi particolari.
È condivisibile affermare che siamo tutti per la pace, tuttavia, pur essendo tutti per la pace, il pacifismo non è stato mai pacifico, e il motivo di fondo è che solo da un’analisi dei valori in gioco che entrano in conflitto, che sono inevitabilmente la non-violenza, da una parte, e la protezione di se stessi e dei propri prossimi, dall’altra, si può trovare la quadra.
Questi valori entrano in conflitto nel momento in cui mentre si condanna universalmente la violenza, a motivo di un’aggressione alla comunità a cui si appartiene in maniera stabile, bisogna proteggersi e proteggere coloro per i quali ci si sente responsabili. Di fronte ai due valori in conflitto, non violenza e protezione, c’è da chiedersi sempre: che cosa comporterebbe per chi non lo perseguisse se fossimo noi le vittime?
Ovvero: vorremmo che gli altri ci usassero violenza e non ci difendessero se ci trovassimo in una posizione di debolezza? Allora, fuori dal raggio dei proclami, l’individuazione del conflitto consente di configurare il cuore pulsante del problema vero della legittima difesa che è il seguente: posto che una condotta non violenta e la difesa dei più deboli sono entrambi dei valori, quale dei due deve prevalere in casi particolari?
La scelta cadrà ora nell’uno ora nell’altro dei valori coinvolti a seconda di quali certezze di natura empirica abbiamo nei confronti di questioni come la natura attuale della guerra, l’uso di armi disponibili e il loro potenziale distruttivo, l’effetto di una rinuncia sistematica all’uso organizzato e controllato della forza per respingere l’aggressore. Ciò comporta che nessuno ha la verità in tasca e che la pretesa che ci siano alcuni tipi di azione, giustappunto la guerra, che non sono mai moralmente giustificate è un abbaglio derivante dall’assunzione valutativa dei termini.
Se il termine ‘guerra’ è assunto come termine che possiede in sé un giudizio negativo, risulterà automatico pensare che ci si riferisca ad un tipo di azione mai moralmente giustificata. Ma l’oggetto della discussione deve includere tutto ciò che è moralmente rilevante di modo che non è possibile dire che questo tipo di azione è sempre sbagliata. Molto probabilmente i proclami abbondano in maniera direttamente proporzionale al vuoto di una teoria dell’azione che l’etica normativa invece pone al crocevia delle sue riflessioni.
Lo affermo senza remore: l’etica teologica nella sua funzione etico-normativa, se vuole riuscire a trovare quello per cui essa esiste ovvero ciò che è assolutamente giusto nelle possibilità della storia, deve riflettere e proporre azioni che modificano ‘uno-stato-di-cose-nel-mondo’, in quanto tali azioni producono valori o disvalori non morali per tutti i soggetti coinvolti. In altri termini, bisogna occuparsi a seconda della situazione non del «buono» del vissuto personale (valore morale), ma del «corretto» dell’esperienza morale (valore non morale).
Tutte le perplessità, le incertezze, anche le critiche, i dissensi, i giudizi contrastanti sui temi eticamente rilevanti, nascono secondo me dalla poca dimestichezza di questo dispositivo di distinzione, utilissimo per dare un quadro corrispondente il più possibile alla realtà della vita morale.
Destinatari e obiettivo dell’etica teologica
Le persone razionali e morali a cui spero di parlare, nel rispondere a questioni di carattere empirico, che mutano da caso a caso, da situazione a situazione, da periodo storico a periodo storico, una volta individuato il conflitto valoriale cruciale, non avranno timore a parlare di «guerra giusta» sulla base di ragioni. Non invento nulla, ma rimando i lettori alla storia: o per secoli ci siamo sbagliati oppure si sapeva distinguere il piano esortativo da quello etico-normativo, il primo oggi indolore ma edificante, il secondo ostico ma efficace sebbene non sempre soddisfacente.
Riflettendo, dunque, seriamente su cosa preferire, le persone non possono che agognare di vivere tutti all’interno di un ordine internazionale in cui viga la difesa dei più deboli, quindi contemplando solo l’uso della forza per motivi di autodifesa in quanto fedeli e leali ciascuno alla propria comunità di appartenenza.
Auspicare al disarmo nucleare è il massimo della realizzazione di ciò che «vale», in quanto tutte le donne e gli uomini razionali e morali riconoscono che l’uso delle armi nucleari causerebbe una catastrofe, quindi dal punto di vista delle conseguenze sarebbe qualcosa da scongiurare; ciò nondimeno, fin tanto che ci si collocherà nella sola prospettiva teologico-pastorale così come oggi succede, ci si muoverà a partire da un presupposto ermeneutico di livello parenetico (indolore ma edificante). Al contrario, se solo se ci si muoverà nella prospettiva del «male minore» (ostico ma efficace) si potrà procedere sul crinale di un presupposto ermeneutico di livello etico-normativo. A questo livello e solo su di esso è infatti possibile chiedersi se quella guerra e non un’altra è legittima difesa e ci si chiederà, altresì, se essa possa essere considerata una forma di violenza o una forma di resistenza attiva.
Bisogna per il futuro integrare nella riflessione e azione pastorale della comunità ecclesiale la prospettiva etico-normativa che può farsi, da una parte, critica sociale permanente nei confronti di un sempre possibile potere che falsamente pretende di difendere gli ideali di libertà, giustizia e indipendenza tramite la guerra in un contesto di minaccia nucleare, dall’altra, che non rinuncia a riconoscere il diritto alla difesa armata per il semplice motivo che è una categoria cruciale della riflessione etico-teologica in merito alla questione «guerra», un dispositivo di criteri valutativi finalizzato a discernere sull’uso della forza nella difesa dei diritti violati ingiustamente. Ed è alla luce di questo dispositivo che i giudizi morali si diversificano a seconda se parliamo di guerra nucleare o di guerra convenzionale oppure di guerra preventiva o ancora di deterrenza nucleare per fini di strapotere bellico tra superpotenze.
La prospettiva teologico-pastorale invita a guardare l’altro come fratello e non come nemico ed esorta al superamento di una pace esclusivamente fondata sulla sicurezza militare per giungere ad una cultura di pace fondata sulla sicurezza sociale. E fa bene!!!
Tuttavia, il bene va fatto bene, ed ecco che l’etica normativa si accosta ad essa e offre il suo contributo per lo stesso fine.
[1] Cf. P. Cognato, Sulla guerra: la prospettiva dell’etica teologica, in «ho theológos» 41 (2023) 2-3, 299-313; Id., Per una pace «giusta». Un contributo etico-teologico, in A. Castegnaro (a cura), Il contributo delle religioni alla terza guerra mondiale, Edizioni Messaggero, Padova 2025,114-131.
[2] Cf. P. Cognato, Come se Dio (non) ci fosse. Chiarificazioni metaetiche per il teologo moralista, in «ho theológos» 40 (1/2022) 107-115.
[3] Cf. P. Cognato, Male minore (principio del), in E. Sgreccia − A. Tarantino (a cura), Enciclopedia di Bioetica e Scienze giuridiche, vol. VIII, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2015, 172-181. Cf. anche G. Trentin, Etica applicata: per aiutare ad affrontare i dilemmi etici, in Etica applicata (dossier di Etica per le professioni) 1/2018, 23-28.
[4] G. Trentin ci avverte, in maniera illuminante direi, che quando Max Weber intende l’etica del risultato con l’etica della responsabilità induce erroneamente a ritenere che l’unica alternativa valida ad un’impostazione teleologica sia l’etica delle buone intenzioni ovvero legittima in tal modo l’etica dei principi come reazione a una mera etica del risultato. Cf. G. Trentin, Per una pace possibile. Nozioni e chiarificazioni preliminari sul rapporto tra religioni e guerre, in A. Castegnaro (a cura), Il contributo delle religioni alla terza guerra mondiale, Edizioni Messaggero, Padova 2025, 92-113, 102.





