La migliore teologia

di:

Facoltà cattoliche di teologia

Lo ha detto bene Alberto Melloni, in un articolo del 6 gennaio sul Corriere della Sera: il percorso che si è inaugurato con il Concistoro dei giorni 7-8 gennaio, nel suo intento di affrontare le questioni riguardanti l’annuncio del Vangelo, la struttura ecclesiale e ministeriale, la tradizione liturgica e la riforma della curia romana, dovrà necessariamente confrontarsi con questioni così profonde e così vitali, che chiedono la predisposizione di un pensiero teologico all’altezza delle sfide.

Ognuna delle questioni messe in campo da papa Leone XIV, nel suo atto di confronto con il corpo cardinalizio universale, domanda un nuovo investimento teologico, che negli ultimi decenni è venuto meno. Abbiamo provato a rinunciare alla teologia.

Mi colpisce il fatto che negli stessi giorni, la stessa idea sia venuta da ambienti e da prospettive diverse, non strettamente legate al Concistoro. Da un lato Marco Vergottini, su Avvenire, ha sottolineato la difficoltà della teologia a essere riconosciuta nel suo valore decisivo, correndo il rischio di perdere la sua funzione vitale, che è intelligenza critica della fede. Negli stessi giorni, Giuseppe Guglielmi, sulle pagine di SettimanaNews, delineava le difficoltà di avvalorare la funzione specifica della parola teologica nel campo della comprensione delle fede, denunciando non solo l’irrilevanza pubblica del pensiero teologico, ma anche l’irrilevanza ecclesiale.

Sempre tra fine anno e inizio del 2026 la pubblicazione di un bel volume di Luigi Mariano Guzzo (che ho già presentato qui) mostrava bene come anche lo stesso diritto canonico patisca di lacune teologiche gravi, quando prova a pensare la tradizione giuridica di fronte a nuove questioni.

D’altra parte, come aveva poco prima segnalato Marcello Neri (in un illuminante post su SettimanaNews che si può leggere qui) anche il riferimento alla sinodalità, nel momento stesso in cui si istituzionalizza, rischia di immunizzarsi nel garantire soltanto la “ripetizione del medesimo”. Lo spazio della profezia è sempre stretto, ma non può essere negato dal sistema.

Ecco allora il quadro di una questione appassionante, che merita qualche parola di chiarimento.

La teologia e il cammino della tradizione cristiana 

Un’illusione è nata tra metà Ottocento e metà Novecento: che la Chiesa possa procedere bene nella sua storia di grazia facendo a meno della mediazione teologica. La gerarchia magisteriale, nelle sue forme più autorevoli, di fronte al mondo tardo-moderno, ha progressivamente costruito un modello di “dottrina” che poteva di fatto sostituire ogni mediazione teologica.

Così è nato il mito del modernismo da combattere e dell’antimodernismo da affermare. Si tratta appunto di un “mito”, ossia di un’“eresia che non è mai esistita” (come ha efficacemente affermato Manuel Belli in un intervento brillante, che si può ascoltare qui).

A cominciare dalla metà del XIX secolo ci si era persuasi che fosse possibile immunizzare la dottrina ecclesiale dalla cultura e che si potesse fare teologia solo deduttivamente, partendo dal magistero: nel magistero ecclesiale era contenuta tutta la teologia possibile e necessaria. Perciò la relazione con la cultura diventava semplicemente accessoria, marginale, irrilevante, o fuorviante e pericolosa.

Per questo si è iniziato a pensare che la formazione al ministero, la catechesi, l’organizzazione giuridica, l’amministrazione ecclesiale, la stessa vita cristiana non avesse alcuna necessità di confrontarsi con il “sapere umano”. È evidente come questo secolo di “antimodernismo”, che ha trovato la sua punta di fuoco tra gli anni 10 e 5o del XX secolo, sia stato superato dalla fase storica inaugurata dall’elezione di Giovanni XXIII, nel 1958.

Da quel momento in poi, per un decennio, abbiamo conosciuto un momento di grazia, in cui la sana tradizione poteva conoscere un legittimo progresso, mettendosi in relazione con le sua fonti più ricche e con i segni dei tempi: da un lato, “ressourcement”, ossia recupero di fonti bibliche, patristiche, liturgiche ed ecumeniche dimenticate; dall’altro, “segni dei tempi”, ossia prodotti culturali del mondo moderno, che la Chiesa doveva imparare a riconoscere e dai quali aveva qualcosa di importante da apprendere.

Questa fase ha innestato nel corpo della Chiesa una serie di potenziali riforme, di cui solo quella liturgica ha preso immediatamente forma. Tutte le altre possibilità si sono configurate, immaginate, progettate, ma non hanno, di fatto, raggiunto una forma efficace. Così, a partire dagli anni 70-80, le cose sono cambiate.

Il dispositivo di blocco e la illusione di una teologia senza cultura

La reazione alle aperture verso il recupero di un passato più ricco e di un presente meno fosco si sono manifestate già negli anni ’70 e hanno preso figura coerente e significativa negli anni Ottanta e Novanta, segnando anche l’inizio del nuovo millennio: è iniziato un modo di ragionare che ha conseguito, in 40 anni, grande successo e che si può così formulare: la Chiesa non ha la autorità di modificare sé stessa e, per questo, ha solo il potere di confermare ciò che ha ricevuto, senza la possibilità di ripensarlo e di riformularlo.

Ogni apertura a una rilettura diversa del passato o al pensiero contemporaneo con la sua diversa sensibilità, tornava ad essere considerato sospetto, deviante, pericoloso: una nuova fase di “antimodernismo” (presentato come “magistero parallelo” o come “assenza di vocazione ecclesiale della teologia”) diventava forte tra gli anni Ottanta e il primo decennio del nuovo secolo. La teologia cattolica rischiava di nuovo di essere ridotta a “commento del magistero” e così di perdere la sua funzione di inquietudine, di incompletezza e di immaginazione.

Questa reazione alimentava, indirettamente, un progressivo sospetto verso la teologia e l’illusione che si potesse “guidare la Chiesa”, “annunciare il Vangelo” e “vivere la fede” senza alcun bisogno del controllo critico e dell’ispirazione intellettuale della ragione teologica. Il pontificato di Francesco, tra il 2013 e il 2025, ci ha in larga parte liberato da questo pregiudizio. Proprio mettendo in luce il compito teologico di alimentare l’inquietudine del cuore credente, l’incompletezza del sistema teologico e la necessaria immaginazione per rispondere a questioni nuove, i 12 anni di papa Francesco hanno dischiuso un nuovo rapporto necessario con la tradizione e con la cultura.

Si è trattato più di spunti profetici, di gesti simbolici, di formule efficaci che di ripensamenti del sistema: ma la nuova “fase conciliare” –  che ha assunto i nomi esemplari di “Chiesa in uscita”, di “gioia nell’evangelizzare”, di “periferie esistenziali”, di “sinodalità”, di “lotta alla cultura dello scarto” – hanno lasciato il segno, anche sul piano teologico.

La migliore teologia per il disegno del Concistoro

In questo quadro deve essere inserita anche la nuova iniziativa di papa Leone XIV, che lavora con uno strumento nuovo (il Concistoro) ma su un disegno non nuovo (le riforma della Chiesa).

Su ognuno dei punti su cui il lavoro dovrà procedere, l’ascolto reciproco tra cardinali e papa chiede le mediazioni teologiche migliori, più fini, più adeguate. Questo è mancato alla ripresa voluta da papa Francesco: alla profezia delle intuizioni è mancata, molto spesso, la consequenzialità teologica del sistema. Alcuni esempi sono illuminanti. Provo ad accennarli:

  • Amoris laetitia: le tre parole chiave del processo ecclesiale (discernere, accompagnare, accogliere) non corrispondono a procedure giuridiche: se non si cambia la forma giuridica, i discorsi sul matrimonio, sulla coppia e sulla famiglia restano a mezz’aria.
  • Commissione sul Diaconato e le donne: il lungo processo di elaborazioni, durato 10 anni, se alla fine genera proposizioni teologicamente improponibili, che spaccano a metà la Commissione, indica una drammatica carenza teologica dei soggetti implicati in una delle questioni centrali. Senza una teologia all’altezza delle sfide, le commissioni pestano l’acqua nel mortaio e alimentano solo illusioni: non si affrontano questioni nuove con parole vecchie.
  • Curia romana e esercizio dell’autorità: far spazio alle donne nell’esercizio della autorità nella Chiesa e nella Curia romana non può  essere giustificato solo attribuendo al papa l’arbitrio del “re Sole”. Un riconoscimento della “donna nello spazio pubblico della Chiesa” non può essere sostituito né da vecchi paternalismi giuridici, né da pretese spudorate di misticismi nuziali.
  • Sinodo e deliberazioni: quando un lungo processo di elaborazione sinodale arriva a proposizioni belle, ma senza efficacia, manca una dimensione teologica, che resta impensata, sull’esercizio concreto dell’autorità nella Chiesa.
  • Liturgia e tradizione: se ci si attarda su soluzioni teologicamente sbagliate, che mettono in parallelo esperienze celebrative ed ecclesiali diverse e incompatibili, si può uscirne solo tornando alla relazione vitale tra legittimo progresso come rimedio alla tradizione malata. Senza questa chiarezza teologica, ogni discorso sulla liturgia diventa ideologico e divisivo.
La prospettiva del lavoro teologico

Nel discorso con cui papa Leone ha concluso la prima esperienza rinnovata di questo Concistoro, il giorno 8 gennaio, ha voluto sottolineare con forza l’esigenza di ripartire e di ritornare al Concilio Vaticano II: sia di ripartire, sia di ritornare. E ha anche precisato, non senza parresia, che la speranza non può alimentarsi né di scetticismo né di malinconia: “Al termine di questo Concistoro, desidero ribadire quanto affermato nell’omelia dell’Epifania: «Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). È questa la speranza che ci viene donata”.

Se “finisce un certo di tipo di tranquillità”, questo accade perché la funzione di servizio del pensiero teologico non è aggirabile: se vogliamo affrontare davvero lo sfide dei 4 punti identificati come decisivi, dobbiamo avvalerci delle forme migliori di elaborazione concettuale a disposizione. La teologia non sostituisce mai la mediazione pastorale. Ma una guida pastorale, e una coscienza ecclesiale, che non si nutra del miglior pensiero teologico a disposizione, finisce facilmente nell’insignificanza e nell’inefficacia.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto