I vescovi spagnoli hanno un nuovo presidente

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Confesso che mi sarebbe piaciuto scrivere queste righe su mons. Luis Argüello, il nuovo presidente della Conferenza episcopale spagnola, con una conoscenza maggiore di quella che mi forniscono i mezzi di comunicazione sociale o alcune sue dichiarazioni pubbliche.

L’ho incontrato in un paio di occasioni, che non sono andate oltre il protocollo. Ma conosco alcuni buoni amici che, per nulla sospetti di tendenze populiste o frontiste, hanno avuto la fortuna di parlare ampiamente con lui in diverse occasioni, e che, quindi, lo conoscono molto meglio di me. Mi permetto di riassumere, concretamente, alcune loro impressioni. Mi sembra un giusto e necessario contrappunto a non pochi giudizi e commenti che ho potuto ascoltare e leggere in queste ore, prima e dopo la sua elezione.

Poi, aggiungerò a quanto detto da questi buoni amici un altro argomento, in base al quale bisognerà valutare anche la sua gestione, ignorando molti giudizi negativi – e anche eccessivi elogi – che sto ascoltando.

«Luis Argüello – mi dicono – non è un allegrone, ma una persona esperta, un eccellente comunicatore e, in gioventù, fu molto vicino al Partito Comunista di Spagna, oltre ad essere stato un professore universitario (penso di diritto amministrativo). Non è un vecchio rimbambito, ma – come ho accennato – una persona esperta, che sa su quali strade cammina la politica, sia di destra sia di sinistra, in questo paese, e sembra molto vicino a tutto ciò che riguarda il movimento giovanile, la spiritualità e la teologia che si muovono intorno a Taizé».

Certamente – sottolineo da parte mia – si tratta di un movimento postconciliare ed ecumenico che poco o niente ha a che fare con altri movimenti giovanili che vanno di moda in questi anni, come, per esempio, Hakuna e simili.

Inoltre – aggiungono – L. Argüello non è assolutamente di estrema destra, bensì – come quasi tutti i vescovi – un conservatore. È comprensibile che molti suoi colleghi abbiano optato per lui, anziché per il “meteorite” come il cardinale Cobo.

La sua elezione è stata più che prevedibile, sapendo che il cardinale di Madrid aveva detto che non voleva impegnarsi nella presidenza, perché ne aveva abbastanza nel governare la diocesi di Madrid.

Da quello che ho detto e ascoltato non lo si può paragonare a mons. A.M. Rouco, anche se sicuramente ci causerà più di due o tre dispiaceri.

Già da alcuni mesi si è pronunciato contro l’amnistia, ma non sembra intenzionato a fare un gran pasticcio – come A.M. Rouco con la destra politica spagnola –, incoraggiando la Conferenza episcopale spagnola ad approvare un testo che negherebbe ogni possibilità ad altri nazionalismi che non fossero il suo, cioè quello spagnolo.

Quel documento si intitolava Valutazione morale del terrorismo in Spagna, le sue cause e le sue conseguenze (2002). La sua approvazione provocò l’immediata disaffezione di alcuni vescovi baschi e catalani dell’epoca. «Non sembra – concludono questi buoni amici – che L. Argüello sia così stupido da fare una cosa del genere. E non la farà, perché non è in alcun modo un talebano, nonostante l’immagine che stanno presentando di lui alcuni mezzi di comunicazione».

Fin qui la fiducia. Ma, chiuso questo punto, mi spingo ora per conto mio nell’offrire un breve accenno ad un altro argomento a partire dal quale dovremo valutare anche la sua gestione alla guida dei vescovi spagnoli: quello relativo al contrasto alla pedofilia ecclesiale.

Penso che sia molto importante che chiarisca cosa significhi – alla luce del Rapporto Dare luce II della Conferenza episcopale spagnola (2023) – che la pedofilia ecclesiale è, rispetto a quanto esiste in altri ambiti e istituzioni sociali, «quasi residuale».

E credo anche che sia necessario che chiarisca se intende promuovere un chiarimento – ovviamente esterno e indipendente – sui criteri particolari – e sui dati contrastanti – su cui si basano il Rapporto Cremades & Calvo Sotelo («denunce credibili») e quello della stessa Conferenza episcopale («casi comprovati»).

E, infine, se – una volta debitamente risolto questo problema di capitale importanza – promuoverà un’autocritica e una riforma ecclesiale di fondo, sullo stile, ad esempio, di quella promossa dalla Chiesa tedesca, o se, al contrario, come risposta intenderà rimanere in silenzio.

Nell’affrontare il dramma della pedofilia ecclesiale e nel modo di incoraggiare o rafforzare l’esigenza di una nuova forma di convivenza tra tutti noi – questione di fondo della legge sull’amnistia – è in gioco il giudizio che la sua gestione può meritare.

Io, per il momento, anche se non era il mio candidato preferito, sono disposto a concedergli i – politicamente corretti – cento giorni di fiducia.

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