
S. Eremo di Camaldoli, 2 febbraio 2026.
Carissimi Priori, Priori Locali, Priori Amministratori, Vicepriori, Responsabili delle Residenze, Maestri dei Novizi e dei Professi Semplici,
internet, l’uso dello smartphone e dei social, i video e i film online, l’uso di WhatsApp senza regole sono una sfida per la vita monastica e religiosa. Non possiamo far finta che questa sfida non esista. Noi che non siamo “nativi digitali” siamo solo preoccupati delle prestazioni e delle possibilità che i social e internet possono offrire.
Ma per le nuove generazioni questi “mezzi” sono il modo di comprendere se stessi e di entrare in relazione con il mondo. Penso sia quindi necessaria una profonda e anche coraggiosa riflessione su questi temi, soprattutto per le persone in formazione. Anche nel mondo laico ci si sta interrogando circa l’utilizzo di questi mezzi, soprattutto da parte dei più giovani. A maggior ragione ce ne dobbiamo occupare noi.
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San Romualdo nella Piccola Regola afferma: «Siedi nella tua cella come nel Paradiso. Scordati del mondo e gettalo dietro le spalle». È possibile vivere questo incipit della Piccola Regola senza nessuna attenzione ai social e a internet, con tutto ciò che comporta? La cella, da crogiuolo di ascolto, preghiera e vita di sapienza, può davvero trasformarsi in luogo di dispersione, di perdita di tempo, di fuga da se stessi e dalle proprie tensioni interiori?
Se la cella si trasforma in luogo di dispersione e in una sala cinematografica individuale e individualistica, dove va a finire la nostra spiritualità monastica e romualdina? Ci sono vere e proprie “dipendenze” cinefile che possono portare i monaci a diventare esperti di filmografia, più che ricercatori di Dio. La dipendenza poi genera l’incapacità di mettersi in discussione e di riconoscere l’assurdità di certi modi di vivere.
Credo che la cella monastica non sia il luogo per guardare film individualmente e che sia molto più sano pensare a momenti comunitari, che potrebbero avere un valore formativo per tutti e anche di crescita nella comunione e nella fraternità.
Netflix e altre piattaforme di streaming online, così come social come Instagram e TikTok, pensate appositamente per dare dipendenza, penso siano da evitare assolutamente, anche per una questione di povertà e di sobrietà.
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In modo particolare credo sia indispensabile inserire questo tema nel percorso formativo delle nostre comunità. Propongo un provvisorio schema di riflessione che attraversa le varie fasi della vita monastica.
Il postulantato (e pre-postulantato): il tempo del senso critico. Le Costituzioni, riguardo al tempo del postulantato dicono: «Il postulantato ha lo scopo di favorire nei giovani un graduale adeguamento psicologico e spirituale alla nuova situazione, perché in un clima di serenità e sotto la guida esperta del Maestro possano studiare a fondo la loro vocazione» (Cost. 131).
Perché questo possa avvenire occorre condurre gradualmente i candidati ad avere un senso critico verso l’utilizzo di internet e dei social, dei rischi e del valore del vivere la cella e la solitudine. In questo tempo, in dialogo con il Maestro, si può cominciare a maturare una sana disciplina e un distacco. Per molti si tratta di interrogarsi sul loro modo passato di vivere queste dimensioni, delle quali spesso non si vedono i rischi e l’incompatibilità con la scelta monastica.
Il noviziato: il tempo del distacco. Le Costituzioni dicono: «Il noviziato ha come scopo principale quello di far conoscere e sperimentare al candidato le esigenze fondamentali del vivere monastico di cui un giorno farà professione in risposta a quel personale appello di amore con cui Dio lo ha chiamato a vivere il Battesimo» (Cost. 135).
In questo tempo occorre vivere un reale distacco sospendendo l’uso dei social, l’uso di internet in cella, la visione individuale di filmati o di film, l’abbonamento a piattaforme come Netflix e disciplinare la comunicazione con la famiglia e gli amici tramite WhatsApp. Anche l’utilizzo dello smartphone andrebbe concordato con il Maestro. In un tempo come il nostro, una sana disciplina, anche attraverso scelte concrete, come affidare lo smartphone al Maestro, penso sia da valutare seriamente.
La professione semplice: il tempo della responsabilità. Affermano le Costituzioni: «Un prolungato e speciale approfondimento della formazione dopo il noviziato è assolutamente necessario a tutti per un progresso effettivo nella vita monastica, sebbene il raggiungimento di questo traguardo impegni l’esistenza intera (cfr. PC, 18)» (Cost. 150).
Nel tempo della professione semplice occorre che le persone in formazione imparino a fare uso saggio di internet e dei social, anche scegliendo responsabilmente di non farne uso, se non lo richiedono incarichi comunitari. Non si deve demonizzare questi strumenti – sarebbe semplicemente controproduttivo – ma non si può ignorare che essi plasmano il nostro modo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio.
Occorre condurre i Professi semplici a usare questi mezzi con responsabilità e coerenza. Ad esempio, sarebbe utile che ci si astenesse da qualsiasi uso di social o di internet, se non per lavoro o servizio comunitario, dopo cena o dopo compieta. La Regola parla chiaramente del “silenzio” dopo compieta: «I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte» (RB XLII,1).
Penso che questa custodia del silenzio con amore oggi riguardi anche e soprattutto i social, internet, i film. I Professi semplici dovrebbero abituarsi responsabilmente a usare questi mezzi come strumenti di lavoro e come utilizzo saggio del tempo e non come occasione di dispersione, di fuga e di “ozio”, nemico dell’anima (cf. RB XLVIII,1).
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Carissimi, credo che queste indicazioni, bisognose di una più pratica concretizzazione nella vita delle singole comunità, siano fondamentali sia per le persone in formazione sia per chi è già Professo solenne. Si tratta infatti di un processo formativo che inizia con l’arrivo in monastero e prosegue nel tempo, se non altro in ragione del fatto che si tratta di strumenti in costante evoluzione.
Ripensare al percorso di formazione, tenendo conto delle sfide del presente, credo sia un’opportunità di verifica e di discernimento anche per i Professi solenni, perché la nostra vita monastica sia sempre più autentica e priva di ipocrisia. Non possiamo chiedere alle persone in formazione ciò che i Professi solenni non vivono. L’uso dei social e di internet rischia di trasformare la pratica della cella in un mero formalismo. Come in passato potevano essere viste come formaliste certe pratiche della vita monastica, oggi può essere puro formalismo rimanere in cella senza vivere seriamente ciò che lo spazio della cella implica.
Si potrebbe pensare all’opportunità di alcuni incontri comunitari dove, magari con l’aiuto di qualche persona esperta dell’argomento, si mettano in evidenza opportunità e rischi legati a tali mezzi di comunicazione. In altre parole si tratta, per tutti, di apprendere un modo di fruizione positiva di tali strumenti e quindi di governarne l’uso in modo positivo e conforme alla vocazione monastica.
Vi ho scritto queste cose per avviare una riflessione comune e per non far finta che questa sfida per la vita monastica del presente non esista.
Dom Matteo, Priore Generale.





