XXI Per annum: Una parola dura ma salvifica

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La liturgia di questa domenica ci pone davanti a uno di quei momenti che, prima o poi, si presentano in ogni percorso di fede, soprattutto se si è fatta una scelta vocazionale. Le domande si affollano. Credi ancora al tuo progetto o la delusione ti sta bloccando? Continui a fidarti di colui al quale hai affidato la tua vita o ti sei stancato?

La conclusione del discorso sul pane di vita è proprio uno di questi momenti decisivi: il tema – o il problema – va sotto il nome di rinnovo dell’alleanza, quel patto che ci lega a Dio, per il quale egli ci assicura la sua protezione indefettibile in cambio del nostro impegno a seguire la sua legge.

Non è un caso che tale problema si presenti all’interno di un “cammino”, magnificamente esemplificato nell’immagine dell’Esodo, perché, come in ogni cammino, su una strada può accadere di arrestarsi, o addirittura di tornare indietro, ma è pur sempre possibile, quando non necessario, rinnovare la volontà di proseguire.

Certo, è pure possibile, e forse è anche normale, proseguire con l’impegno piuttosto “per inerzia”, o – come si dice – a velocità di crociera, ma questo non si fa senza attraversare delle crisi, che dunque bisogna imparare a superare. Questo è il percorso delle letture odierne.

Sichem, luogo dell’alleanza

Uno di questi momenti è raccontato oggi nella prima lettura (Gs 24,1-2a.15-17.18b), dove, sul modello di quanto era già accaduto più di una volta allo stesso Mosè, vede protagonista Giosuè, che di Mosè è il successore, chiamato a portare a conclusione l’arrivo nella terra promessa e l’occupazione del territorio.

Non è un caso che l’episodio odierno sia di fatto non solo la conclusione del libro, ma anche ne diventi per così dire una sintesi e un riassunto della missione di Giosuè, sulla quale viene posto alla fine il marchio del compito eseguito.

Il momento ha la massima solennità possibile: a Sichem vengono convocate «tutte le tribù d’Israele, con gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi», così che tutto il popolo di ogni ordine e grado “si presenta davanti a Dio”.

Il brano utilizzato – come si può vedere dai versetti citati – elimina purtroppo quella parte dell’arringa in cui Giosuè ricostruisce la memoria di tutto quello che è successo fin lì, che dimostra la costante protezione di Dio verso il “suo popolo”, ed è solo alla luce di questa presentazione che si capisce la domanda totalizzante: «Volete continuare a servire gli dèi dei vostri padri o quelli dei popoli che abitano il territorio che ora occupate?». E quella che è di fatto una professione di fede è pronunciata con decisione da Giosuè stesso e dalla sua casa.

La risposta è illuminante. Il popolo ripete, anche se in modo più conciso, l’elenco dei fatti ricordati da Giosuè: l’uscita dalla condizione servile patita in Egitto, i “grandi segni” con cui il Signore ha accompagnato la traversata del deserto, e la protezione offerta da Dio «per tutto il cammino fatto in mezzo a tutti i popoli attraversati».

Sulla base di questa “memoria”, elemento assolutamente imprescindibile come base della fede, il popolo risponde in totale sintonia con Giosuè: «Anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

Non so quanto ci si rende conto dell’altissimo rischio corso da Giosuè, come capiterà con Gesù nel brano evangelico di oggi, quello di essere abbandonato da quegli stessi che pure erano al suo seguito e che potremmo a buon diritto chiamare “discepoli”. Ma come per Giosuè, così per Gesù, la domanda è secca e senza alternative o scappatoie. Tale chiarezza va ritrovata ad ogni crisi.

Gli effetti dell’alleanza

Non entra immediatamente in questo discorso il testo di Ef 5,21-32, che presenta una serie dettagliata di raccomandazioni morali mirate a fornire l’immagine di una «Chiesa senza macchia e senza ruga, ma santa e immacolata». Tuttavia è un ottimo esempio di quali siano gli effetti dell’“alleanza” e di cosa questo comporti come riflesso nelle nostre vite, in particolare nella rete delle nostre relazioni, con al centro e come modello quella tra marito e moglie che diventano “una sola carne”.

È spettacoloso che l’intera esortazione sia posta sotto l’invito alla “sottomissione reciproca” di cui tutti i comportamenti indicati successivamente non sono altro che l’esplicitazione pratica. Mi pare bello citare a proposito un passo mirabile di Isacco della Stella (XII secolo) che, sotto l’unico prefisso sub, organizza una vertiginosa sintesi di antropologia teologica:

La condizione della natura, infatti, aveva stabilito l’uomo sotto il Signore;

la violazione dell’obbedienza lo ha messo sotto il giogo del nemico;

la riconciliazione della grazia invece lo ha sottoposto a un fratello servo come lui.

La natura l’ha sottomesso a Dio, la colpa al diavolo, la riconciliazione invece a un uomo suo amico (Sermone 50,10. Un commento in D. Pezzini, Fede, ragione e sentimento, Lindau 2021, pp. 68-77).

La vita nelle parole del Maestro

Siamo ora al testo cruciale che dà il senso a questa domenica, Gv 6,60-69. Qui – come è stato giustamente detto – il “discorso” finisce, perché il tema diventa la reazione alle parole di Gesù: c’è chi non capisce e se ne va, c’è chi capisce e accoglie le sue parole e riconferma la sua fede in lui.

Il rigetto è totale, e viene attribuito alla durezza del discorso, che si traduce in impossibilità ad ascoltarlo. San Bernardo fa in proposito un’osservazione intelligente, proprio scavando sul significato di tale “durezza”, e dice in sostanza che: «Non è il discorso che è duro, ma lo sono le orecchie che l’ascoltano, e il cuore al quale è rivolto», perché – dice Gesù – «Le mie pecore ascoltano la mia voce» (Gv 10,27), così come è detto: «Oggi, se udrete la sua voce non indurite i vostri cuori (Sal 94,7-8)»! (Sermoni Diversi, 2-3, in OpSB/IV, p. 80).

Quelli che lo seguivano avevano già visto dei segni che avrebbero dovuto condurli all’ultima conclusione: il miracolo dei pani e dei pesci (Gv 6,5-15), il suo camminare sulle acque (vv. 16,21) e avevano udito il discorso che ripetutamente evocava il pane “venuto dal cielo” (vv. 25-69), ma non avevano saputo compiere l’ultimo passo: “molti” di loro (ripetuto due volte!) si allontanano da lui.

Certo, Gesù deve aver provato un grande senso di sconforto, ma il testo lascia intendere che tale conclusione era in certo senso prevista, anzi peggio. Anzitutto, Gesù non tenta neanche di addolcire le sue parole, perché a quelli che “mormoravano” dice: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla: le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita». Non è l’informazione che fa il discepolo: in effetti, chi ascoltava Gesù si era già chiesto da dove venisse colui di cui conoscevano famiglia e professione (v. 42).

Certo, un grande sforzo è richiesto per pensare che Gesù possa «salire là dov’era prima», uno sforzo che molti “discepoli” non riescono a fare perché il loro ascolto è superficiale, non sono capaci di approfondire e ancor meno sanno riaggiustare le loro aspettative legate a Mosè e alla Legge. Per loro, dunque, non resta che andarsene: l’esperimento è finito.

Ma una seconda cosa viene aggiunta dall’evangelista: «Gesù sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano in lui, e chi era colui che l’avrebbe tradito». Sul seguito di tale incomprensione si proietta pure l’ombra del tradimento! E dunque si torna al motivo da cui si è cominciato, la lotta tra la luce e le tenebre.

Ma la storia non finisce qui. Alla domanda «Volete andarvene anche voi?», risponde Simon Pietro, che parla anche per quelli che decidono di non andarsene ma di continuare a seguire il Maestro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Questa professione di fede rimanda inevitabilmente alla “confessione di Cesarea” (Mc 8,29; Lc 9,19; Mt 16,16), ma qui le parole di Pietro sono molto più chiare e precise, perché comprendono tre affermazioni di valore crescente: il riconoscimento che quelle di Gesù sono “parole di vita eterna”, di un’importanza che va ben oltre le parole di Mosè, cui si aggiunge la dichiarazione di “fede” che, a sua volta, dipende dalla “conoscenza”.

Pietro con questo entra nell’ottica prefigurata da Gesù quando disse: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato»! E va oltre, perché è il primo protagonista di questa vicenda a dire apertamente: «Tu sei il Santo di Dio!». È la prima volta, infatti, che qualcuno raggiunge la vera origine di Gesù, la vera radice della sua santità: la provenienza da Dio, come è detto nell’incipit del Prologo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio».

È stato scritto che «la Pasqua fornisce lo sfondo essenziale dal punto di vista cronologico, letterario e teologico del discorso sul Pane di vita» (F.J. Moloney, The Gospel of John, 1998, p. 230).

Rimane da osservare che se, alla fine, il discorso trova una conclusione chiara e decisiva, non così è la storia che segue. Queste parole hanno prodotto conflitti e sofferenze nella prima comunità cristiana, segnalati del contrasto tra “giudei” e “molti discepoli” e il piccolo gruppo che ne uscì confermato.

In effetti, «una cosa è stabilire una teologia e una cristologia che risponde alla crisi creata da Gesù, e un’altra è che ciascun membro della comunità accetti queste stesse nozioni e viva in base ad esse» (ibidem). E questo vale oggi come allora.

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