Domenica delle Palme: Gesù, un uomo, non un superuomo

di: Fernando Armellini

La croce era lo strumento del più crudele e orribile dei supplizi, era la pena capitale riservata ai banditi, agli schiavi ribelli, ai marginali della società, colpevoli di delitti efferati. Cicerone, l’oratore e scrittore romano, vissuto nel I secolo a.C., ne parla come di “una pena della quale il nome stesso deve essere allontanato, non soltanto dalla persona dei cittadini romani, ma anche dal loro pensiero, dai loro occhi, dalle loro orecchie”.

Professarsi seguaci di un crocefisso? Una follia! Una vergogna, una scelta contraria al buon senso. Ai Corinti, Paolo scrive: “I giudei domandano miracoli e i greci cercano la sapienza; ma noi, noi predichiamo un Cristo crocefisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,22-23).

Fin dagli inizi della loro storia, i cristiani si sono scelti dei simboli della loro fede. Sulle tombe troviamo l’ancora, il pesce, il pescatore, il pastore, ma non la croce. Per lungo tempo hanno mostrato, per così dire, un certo pudore a riconoscersi nella croce. Solo nel IV secolo d.C., divenne il simbolo per eccellenza e si cominciò a fabbricare croci con i metalli più preziosi e a incastonarle di perle.

Durante la settimana santa, questo simbolo verrà proposto alla nostra contemplazione.

Venerare la croce non significa inchinarsi di fronte a un oggetto materiale e neppure soffermarsi sull’aspetto doloristico della passione di Gesù. La croce indica una scelta di vita, quella del dono di sé. Contemplarla vuol dire prenderla come punto di riferimento di ogni decisione.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Ti seguirò ovunque tu vada – ripete la sposa all’amato”.

Prima Lettura (Is 50,4-7)

4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come gli iniziati.
5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
6 Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.

Nella prima lettura della festa del battesimo del Signore, abbiamo incontrato un personaggio misterioso che entra in scena nella seconda parte del libro d’Isaia. Si tratta del “Servo del Signore”.

Nel brano di oggi è egli stesso che si presenta e che parla.

Descrive anzitutto la missione che gli è stata affidata: è inviato ad annunciare un messaggio di consolazione a chi è abbattuto e senza speranza (v. 4).

Chi si è smarrito su vie non buone e non ritrova il retto cammino, chi è avvolto dalle tenebre e brancola nel buio non deve temere: da lui non udrà rimproveri e minacce, ma sempre e solo parole di conforto.

Poi chiarisce il modo con cui porterà a compimento la sua missione (vv. 4-5). Il Signore gli ha dato un orecchio che sa ascoltare e una bocca capace di comunicare.

Ciò che ha udito non è piacevole, ma non è sceso a compromessi, non si è tirato indietro, ha saputo resistere (v. 5).

Infine racconta ciò che gli è successo, quali sono state le conseguenze della sua coerenza. Ha comunicato fedelmente il messaggio che gli è stato affidato ed è stato percosso, insultato, schiaffeggiato; gli hanno sputato in faccia, ma non ha reagito e ha continuato a confidare nel Signore (v. 7).

Se si riflette, soprattutto sull’ultima parte della lettura, si è spontaneamente indotti ad accostare questo Servo a Gesù. Subito dopo la Pasqua, infatti, i cristiani hanno fatto questo collegamento. Come il “Servo del Signore”, Cristo si è mantenuto in ascolto del Padre, ha pronunciato parole di consolazione e speranza, ha dato conforto agli sfiduciati e agli emarginati, la sua vita si è conclusa drammaticamente (cf. Mt 27,27-31).

Non basta soffermarsi a contemplare e ammirare la fedeltà di Gesù, commuoversi di fronte a ciò che egli ha sofferto, provare sdegno per le ingiustizie che ha subito e inchinarsi di fronte a qualche eroe che, anche oggi, ha il coraggio di affrontare la medesima, dolorosa esperienza del Servo del Signore.

Non qualche eroe, ma ogni credente è chiamato a riprodurre in sé la figura di questo “Servo”: mantenersi in ascolto della parola di Dio, tradurre in atto ciò che ha udito ed essere disposto anche a portarne le conseguenze.

Seconda Lettura (Fil 2,6-11)

6 Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

La comunità di Filippi era molto buona e Paolo ne era orgoglioso, ma, come spesso succede, c’era anche un po’ d’invidia fra i cristiani. Qualcuno cercava di attirare su di sé l’attenzione, voleva spadroneggiare un po’ sugli altri e imporre la propria volontà.

A causa di questa situazione Paolo, nella prima parte della lettera raccomanda in modo accorato: “Fate che la mia gioia sia piena, andate d’accordo, abbiate lo stesso amore, un’anima sola, un medesimo modo di sentire; non fate nulla per rivalità, nulla per vanagloria. Non badate al vostro bene, ma a quello degli altri” (Fil 2,2-4).

Per imprimere meglio nella mente e nel cuore dei filippesi questo insegnamento, Paolo presenta l’esempio di Cristo. Lo fa citando un inno stupendo, conosciuto in molte delle comunità cristiane del I secolo.

In due strofe l’inno racconta la storia di Gesù.

Egli esisteva già prima di farsi uomo; incarnandosi “si è svuotato” della sua grandezza divina ed ha accettato di entrare in un’esistenza schiava della morte. Si è fatto per sempre simile a noi: ha assunto la nostra debolezza, la nostra ignoranza, la nostra fragilità, le nostre passioni, i nostri sentimenti e la nostra condizione mortale. È apparso ai nostri occhi nell’umiltà del più disprezzato degli uomini, lo schiavo, colui al quale i Romani riservavano il supplizio ignominioso della croce (vv. 6-8).

Ma il cammino che egli ha percorso non si è concluso con l’umiliazione e la morte in croce.

La seconda parte dell’inno (vv. 9-11), infatti, canta la gloria alla quale egli è stato elevato: il Padre lo ha risuscitato, lo ha additato a modello per ogni uomo, gli ha dato il potere ed il dominio su ogni creatura. L’umanità intera finirà per essere unita a lui e in quel momento il progetto di Dio sarà compiuto.

Vangelo (Mc 14,1-15,47)

1 Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. 2 Dicevano infatti: “Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”.
3 Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. 4 Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: “Perché tutto questo spreco di olio profumato? 5 Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!”. Ed erano infuriati contro di lei.
6 Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; 7 i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. 8 Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto”.
10 Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 11 Quelli all’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo.
12 Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”. 13 Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo 14 e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? 15 Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi”. 16 I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.
17 Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. 18 Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: “In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. 19 Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. 20 Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. 21 Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!”.
22 Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. 23 Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24 E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25 In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.
26 E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27 Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto:
28 Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”. 29 Allora Pietro gli disse: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò”. 30 Gesù gli disse: “In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”. 31 Ma egli, con grande insistenza, diceva: “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.
32 Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego”. 33 Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34 Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. 35 Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. 36 E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”. 37 Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? 38 Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. 39 Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. 40 Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.
41 Venne la terza volta e disse loro: “Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
43 E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44 Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. 45 Allora gli si accostò dicendo: “Rabbì” e lo baciò. 46 Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. 47 Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l’orecchio. 48 Allora Gesù disse loro: “Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. 49 Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!”.
50 Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. 51 Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. 52 Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
53 Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54 Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55 Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56 Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. 57 Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58 “Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo”. 59 Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. 60 Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”. 61 Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. 62 Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”.
63 Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64 Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. Tutti sentenziarono che era reo di morte.
65 Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: “Indovina”. I servi intanto lo percuotevano.
66 Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote 67 e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù”. 68 Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che vuoi dire”. Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. 69 E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: “Costui è di quelli”. 70 Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: “Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo”. 71 Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo che voi dite”. 72 Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte”. E scoppiò in pianto.
1 Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. 2 Allora Pilato prese a interrogarlo: “Sei tu il re dei giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. 3 I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. 4 Pilato lo interrogò di nuovo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!”. 5 Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato.
6 Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. 7 Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. 8 La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. 9 Allora Pilato rispose loro: “Volete che vi rilasci il re dei giudei?”. 10 Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11 Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. 12 Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei giudei?”. 13 Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. 14 Ma Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Allora essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. 15 E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
16 Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. 17 Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. 18 Cominciarono poi a salutarlo: “Salve, re dei giudei!”. 19 E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. 20 Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
21 Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. 22 Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, 23 e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei giudei. 27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. 28 .
29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce!”. 31 Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32 Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”. 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.
39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.
40 C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41 che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
42 Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, 43 Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. 44 Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. 45 Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46 Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. 47 Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto.

Tutti gli evangelisti dedicano parecchio spazio alla passione e morte di Gesù. I fatti sono fondamentalmente gli stessi, anche se narrati in modi e con prospettive diversi. Ogni evangelista inserisce poi nel racconto episodi, dettagli, sottolineature che gli sono propri e che rivelano l’attenzione e l’interesse per alcuni temi di catechesi, ritenuti significativi e urgenti per le proprie comunità.

La versione del racconto della passione che oggi ci viene proposta è quella secondo Marco. Nel nostro commento ci limiteremo a mettere in risalto gli aspetti specifici.

Un primo elemento significativo è la mancata reazione di Gesù al bacio di Giuda e al gesto violento compiuto da uno dei presenti (Mc 14,46‑49).

Mentre gli altri evangelisti riferiscono qualche parola del Maestro a Giuda: “Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?” (Lc 22,48) e a Pie­tro: “Rimetti la tua spada nel fodero!” (Mt 26,52), Marco presenta Gesù che non si ribella agli avvenimenti che non può impedire, che accetta quasi passivamente quanto gli sta ac­cadendo e che, alla fine, conclude: “Si compiano dunque le Scritture!” (Mc 14,49).

L’evangelista tratteggia un Gesù mite e disarmato, che si consegna nelle mani dei nemici, senza reagire. Rileva questo fatto per sostenere la fede dei cristiani delle sue comunità, duramente provati dalla persecuzione. A suo Figlio, il Padre non ha riservato un trattamento privilegiato, non lo ha risparmiato dalle ingiustizie, dai tradimenti, dai drammi che colpiscono gli altri uomini. Come lui, anche i discepoli si dovranno confrontare con falsità, ipocrisie, dissimulazioni, violenze. È questa la sorte del giusto, destinato spesso a essere vittima della perfidia degli empi, come è annunciato nelle Scritture (Sl 37,14; 71,11).

In Marco, Gesù non degna di una parola di riprovazione il gesto scomposto e insensato di Pietro: il suo mettere mano alla spada è così lontano dai princìpi evangelici che non merita neppure di essere preso in considerazione.

Il discepolo che, come Pietro, ritiene di poter risolvere le ingiustizie, ricorrendo alla violenza, in realtà complica soltanto le situazioni e poi deve fuggire… Chi usa la violenza si allontana sempre dal Maestro e si immerge nel buio della notte.

Tutti gli evangelisti raccontano che i discepoli, non appena si furono resi conto che Gesù non reagiva, non lottava, non invitava a combattere, fuggirono. Solo Marco ricorda un particolare curioso: “Un giovanetto però lo seguiva, rivestito solo di un lenzuolo; lo fermarono, ma egli, lasciato il lenzuolo fuggì via nudo” (Mc 14,51-52).

Il dettaglio è davvero marginale e forse è stato inserito dall’evangelista come un tratto autobiografico: la tradizione, infatti, ha identificato in quel ragazzo lo stesso Marco.

Tuttavia, la scena un po’ comica del giovinetto che fugge nudo riproduce, nell’intenzione dell’evangelista, il comportamento disinvolto di tanti cristiani che facilmente vengono meno ai loro impegni. Per seguire il Maestro, gli apo­stoli hanno abbandonato tutto (Mc 10,28), ora, nel momento in cui si rendono conto che la meta del viaggio è il dono della vita, abbandonano tutto. Questa volta però non per seguire il Maestro, ma per fuggire. È quanto accade – insinua Marco – anche ai cristiani: chiamati, a volte, a confrontarsi in modo evangelico con le contrarietà della vita, per evitare rischi, abbandonano la veste battesimale che li identifica e rinunciano alle scelte coraggiose che la loro fede impone.

Tutti gli evangelisti rilevano che, dopo un’iniziale accoglienza entusiastica, le folle si staccarono gradualmente da Gesù che alla fine rimase solo con i dodici. Questi, a loro volta, nel momento della scelta decisiva, fuggirono. Nessuno quanto Marco, mette però in risalto la solitudine di Cristo durante la pas­sione. Leggendo gli altri vangeli, si trova sempre qualcuno che sta a fianco di Gesù o che prende posizione in suo favore: un angelo nel Getsemani (Lc 22,43), un discepolo o la moglie di Pilato durante il processo (Gv 18,15; Mt 27,19), una grande folla e un gruppo di donne lungo il cammino verso il Calvario (Lc 23,27-31); la madre, il di­scepolo prediletto, alcune amiche, il buon ladrone (Gv 19,25; Lc 23,40).

In Marco non c’è proprio nessuno: Gesù è tradito dalla folla che gli preferisce Barabba; è beffeggiato, percosso e umiliato dai soldati; è insultato dai passanti e dai capi del popolo presenti al mo­mento della sua crocifissione. Attorno a lui le tene­bre. Solo alla fine, dopo che è stata raccontata la sua morte, viene notato: “C’erano anche alcune donne che stavano a osservare, da lontano” (Mc 15,40-41).

Completamente solo, Gesù ha provato l’angoscia di chi, pur certo di essersi impegnato per la causa giusta, si sente sconfitto. Il suo grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34) sembra scandaloso, ma esprime il suo dramma interiore. Nel momento della morte, egli ha fatto l’esperienza dell’impotenza, del fallimento nella lotta contro l’ingiustizia, la menzogna, l’oppressione esercitata dal potere religioso e politico.

Chi si impegna a vivere in modo coerente la propria fede – è il messaggio di Marco ai cristiani delle sue comunità – deve mettere in conto che, nel momento cruciale, verrà lasciato solo, potrà essere tradito dagli amici e ri­fiutato dalla sua stessa fami­glia, sentirsi abbandonato da Dio e arrivare a chiedersi se valeva la pena di soffrire tanto per poi ritrovarsi sconfitto. In questi momenti potrà lanciare il suo grido al Padre, ma, per non cadere nel baratro della disperazione, dovrà gridare con Gesù. Solo così riceverà una risposta ai suoi angoscianti interrogativi.

Un’altra caratteristica del racconto di Marco è l’insistenza sulle reazioni molto umane di Gesù di fronte alla morte. Solo Marco nota che Gesù, nel giardino degli Ulivi, resosi conto che lo stavano cercando per metterlo a morte, “cominciò a sentire grande spa­vento e angoscia” (Mc 14,33). Gli altri evangelisti evitano di presentarci un Gesù timo­roso, quasi scosso da un terrore che, solo a fatica, riesce controllare.

La storia è piena di eroi che hanno affrontato la morte con serenità e spregio della sofferenza. Non è fra costoro che va collocato Gesù. Egli ha pianto, ha avuto paura, ha cercato qualcuno che lo capisse e gli stesse vicino nel momento della scelta più drammatica della sua vita.

È consolante che i fatti si siano svolti come ce li racconta Marco: contemplando questo Gesù uomo, non superuomo, nostro compagno di sofferenza, che ha provato, come noi, quanto sia duro e difficile obbedire al Pa­dre, ci sentiamo incoraggiati a seguirlo.

Nel racconto della passione secondo Marco Gesù sta sempre in silenzio.

Alle autorità reli­giose che gli chiedono se egli sia il messia e a Pilato che vuole sapere se è re, risponde semplicemente: “Sì, lo sono” (Mc 14,62; 15,2). Poi ba­sta. Durante il processo, dalla sua bocca non esce una sola parola. Di fronte agli insulti, alle provocazioni, alle menzogne, egli tace, non replica nulla (Mc 14,61; 15,4-5). Sa che chi lo vuole condannare è cosciente della sua innocenza. È consapevole che i suoi nemici hanno già decretato la sua morte e che non vale la pena abbassarsi al loro li­vello, accettando una discussione che non cambierebbe nulla.

C’è un silenzio che è segno di debolezza e di mancanza di coraggio: quello di chi non interviene per denunciare ingiustizie perché teme di perdere amici, di mettersi in qualche pasticcio o di inimicarsi la gente che conta. C’è invece un silenzio che è segno di forza d’animo: quello di chi non reagisce alle provocazioni, non si scompone di fronte all’arroganza, all’insulto, alla calunnia. È il silenzio nobile di chi è convinto della propria lealtà e rettitudine ed è certo che la causa giusta per cui si sta battendo finirà per trionfare.

Il cristiano non è un pavido che si rassegna, che non lot­ta contro il male; è uno che si sforza di stabilire la verità e la giustizia, ma è anche colui che, come il Maestro, ha la forza di tacere, rifiutando di ricorrere ai mezzi sleali impiegati dai suoi avversari: la ca­lunnia, la menzogna, la violenza. Non teme la sconfitta e non si preoccupa della vittoria dei suoi nemici: sa che il loro trionfo è effimero.

Il momento culminante di tutto il racconto della passione di Gesù secondo Marco è la professione di fede del centurione ai piedi della croce: “Allora il centurione, quando vide Gesù mo­rire in quel modo, disse: Davvero quest’uomo era figlio di Dio” (Mc 15,39).

Fin dall’inizio del vangelo di Marco, le folle e i discepoli si interrogano su Gesù, si chie­dono chi egli sia (Mc 1,27; 4,41; 6,2-3.14-15). Nessuno però riesce a cogliere la sua vera identità. Quando qualcuno lo proclama messia, egli, subito, interviene per imporre il silenzio (Mc 1,44; 3,12): la sua identità non deve essere rivelata, il segreto va mantenuto fino alla fine, perché solo dopo la sua morte e risurrezione sarà possibile comprendere chi egli è realmente.

Ora, ciò che sorprende è che la scoperta e la proclamazione di Gesù “Figlio di Dio” non sono fatte da uno degli apostoli o da un discepolo, ma da un pagano. È sulla bocca di un soldato straniero che si trova la formula, sconcertante per la sua purezza, che i primi cristiani impiegavano per proclamare la loro fede in Cristo.

E ciò che ha aperto gli occhi al centurione e gli ha fatto riconoscere in quel condannato il “Figlio di Dio” non sono stati il terremoto, l’oscuramento del sole o qualche altro prodigio, ma il modo come Gesù era morto: dando un forte grido, il grido del giusto di cui si parla nel libro dei Salmi (Sl 22,3.6.25).

Ciò che non era riuscito ad ottenere calmando le onde del mare, guarendo i malati, moltiplicando i pani, ora Gesù lo ottiene con il dono della vita. È con il prodigio della sua vita plasmata solo dall’amore che converte il centurione pagano.

In questo contesto diviene chiaro il significato del velo del tempio che “si squarciò in due, dall’alto in basso” (Mc 15,38). Non si tratta di un’informazione. Non è avvenuta alcuna rottura miracolosa della cortina che serviva da parete divisoria tra il Santo e il Santo dei santi (Es 26,33), così come, al momento del battesimo di Gesù, non si sono “squarciati” materialmente i cieli.

Marco sta raccontando un miracolo ben maggiore: un miracolo di ordine spirituale. All’inizio della vita pubblica i cieli “si sono squarciati”, cioè sono state ristabilite la pace e la comunicazione fra il cielo, dimora di Dio, e la terra, casa degli uomini. Ora il gesto supremo d’amore di Gesù ha fatto crollare tutte le barriere, anche sulla terra.

Nel Santo dei santi, ritenuta la dimora del Signore, aveva accesso solo il sommo sacerdote, una volta l’anno, nel giorno solenne della festa dell’espiazione dei peccati. Ora ogni uomo, sia giudeo che pagano, come il centurione, può entrare e uscire liberamente dal Santo dei santi, perché è la casa di suo Padre. Dio non può più essere immaginato lontano, inaccessibile; a lui, anche il più grande peccatore può accostarsi con fiducia, sapendosi suo figlio.

Dopo la morte di Gesù, tutti gli evangelisti introducono in scena Giuseppe d’Arimatea, il membro autorevole del sinedrio che si presentò a Pilato per ottenere l’autorizzazione a seppellire il Crocefisso. Solo Marco però specifica che il suo fu un gesto coraggioso (15,43). Dichiararsi discepoli di Gesù quando le folle lo acclamavano era facile, ma presentarsi come suo amico di fronte all’autorità che lo aveva condannato a morte richiedeva grande coraggio.

Giuseppe d’Arimatea è, per Marco, un richiamo a quei discepoli incostanti, opportunisti, deboli che non hanno il coraggio di professare la propria fede, che si vergognano dei valori morali insegnati da Cristo e che, per evitare fastidi o anche solo per non essere derisi, facilmente si adeguano alla morale corrente.

Solo Marco, riferendo la preghiera di Gesù al Padre, riporta l’appellativo aramaico che egli ha usato: Abbà, Padre! (Mc 14,36).

Abbà corrisponde a uno dei tanti termini che, anche da noi, i bambini impiegano per rivolgersi al loro genitore. Di­cevano i rabbini: “Quando un bambino inizia ad assaporare il frumento (cioè, quando è svezzato), impara a dire “abbà” (papà) e “immà” (mamma)”. Gli adulti evitavano questa espressione infantile, che però veniva ripresa quando il padre invecchiava, quando, divenuto un nonnino, aveva bisogno di assistenza e di maggior affetto. Abbà esprimeva dunque confidenza e tenerezza.

Nei vangeli questo termine ricorre solo qui. Gesù lo impiega nel momento più drammatico della sua vita, quando, dopo aver chiesto al Padre di risparmiargli una prova tanto difficile, si abbandona fiduciosamente nelle sue mani.

È l’invito a non dubitare mai, anche nelle situazioni apparentemente più assurde, dell’amore di Dio e a ricordare sempre che egli è Abbà.

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