Giovedì santo: Li amò fino alla fine

di: Roberto Mela

Con la celebrazione eucaristica “in coena Domini” entriamo in piena libertà nel vestibolo del santuario non costruito da mani d’uomo, nella prima stanza di quel santuario “costruito” «per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente, che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,20; cf. 9,11). In quel santuario egli è penetrato «come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi…» (Eb 6,19-20a).

Dopo l’’Ûlām e l’Hêkāl – il “Vestibolo” e il “Santo” –, una volta solo all’anno, il giorno dello Yôm Ha-Kippûr/Espiazione, il sommo sacerdote entrava nel Debîr, il “Santo dei Santi”, pronunciando il santo nome di YHWH.

L’aspersione del popolo otteneva il perdono del Signore YHWH, ma le coscienze degli uomini restano vecchie e inalterate. I doni e i sacrifici offerti in quell’occasione «non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre» (Eb 9,9).

Entriamo nel vestibolo del triduo santo pasquale in cui è entrato il sommo sacerdote definitivo, «degno di fede e misericordioso» (Eb 2,17), Figlio di Dio che ama gli uomini e non «non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11).

La «via nuova e vivente» per andare a Dio Padre è l’amatissimo corpo del nostro Signore Gesù Cristo, la sua vita donata, l’offerta nello Spirito che rinnova le nostre coscienze e ci dona la comunione definitiva col Padre. Passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, sono la nostra Pasqua definitiva sulla terra, il “passaggio” di liberazione che ci porta alla «patria migliore, cioè a quella celeste» (Eb 11,16).

In quella notte io passerò

L’elezione di Israele che il Signore YHWH ha deciso di compiere per grazia acquisendolo progressivamente come suo popolo particolare per farne un segno di benedizione per tutte le genti, procede lentamente per le strade sinuose della libertà umana, del cammino dei popoli, delle loro guerre e oppressioni, delle loro lotte per la sopravvivenza, per l’acquisizione e il recupero della propria dignità.

La festa primaverile della transumanza, segnata dal rito apotropaico del sangue asperso sui pioli delle tende per allontanare gli spiriti del male, diventa in quell’anno per le tribù israelite uscite dall’Egitto, con altra gente raccogliticcia, l’anno della liberazione dalla schiavitù patita in Egitto. Nel cammino nel deserto il popolo acquisirà progressivamente la coscienza di essere diventato il popolo di YHWH, segnato dalla fede in un Dio liberatore che cammina con la sua gente tra le tende e la polvere del deserto.

Le scelte di Dio passano umanamente attraverso la libertà dei movimenti dei popoli, lotte, guerre, tragedie naturali ed espulsioni, pulizie etniche e fughe per la libertà.

Un pasto serale consumato in piedi, condividendo tra famiglie la carne dell’agnello, è un pasto che segna comunione fra cuori e fra volontà di costruirsi la propria libertà, ma sempre in dipendenza dal Signore YHWH.

Sarà una notte di veglia anche per lui, quella notte. Il suo popolo sta per assaporare la libertà, e niente supera nel procurare gioia al cuore di Dio se non la libertà dei suoi figli. La storia si muove fra morti e vivi, sopravvissuti e affogati nel mare, fra sommersi e salvati.

La liberazione è grazia, è un “salto” che il Signore YHWH compie fra le tende degli uomini. C’è un tempo per la scelta, il “saltare”, il fare “Pasqua/passaggio” scegliendo e mettendo altri da parte per il momento, ma non in modo definitivo (cf. Rm 9,6-18). Ciò che non è scelto in quel momento non è scartato per sempre. Dio procede sempre con la sua libertà, finché raccoglierà il suo popolo con tutte le altre genti, per farne la famiglia dei suoi figli.

In quella notte di liberazione il Signore YHWH “si ricorda” del suo popolo, attraversa il paese, compiendo “salti” di elezione e redenzione. Quella notte diventerà per sempre una notte in cui i redenti “ricorderanno al Signore YHWH di ricordarsi sempre di loro” – un memoriale/zikkārôn –, perché la loro libertà si accresca, diventi vera, stabile, che cambia le coscienze. Un pasto notturno veloce, in comunione, già pronti per partire. È la notte di Pasqua, non si può dormire.

Cominciò a lavare i piedi

Anno dopo anno, il popolo continua a camminare, a fare memoria. I suoi piedi sono sporchi, la sua mobilità non è sempre stata immune da colpe gravi, omissioni scandalose, indifferenza a tratti globalizzata. Il cammino esteriore non è entrato in profondità nelle coscienze, non ha smosso completamente i pregiudizi, non ha corretto tutte le miopie, i risentimenti, i particolarismi, le emarginazioni. Il sangue non è salito al cuore e il cuore non riesce più a purificare i piedi, il cammino, le decisioni operative, le mete a cui tendere. C’è bisogno di un segno forte, un altro segno da parte del Signore YHWH, il Padre, attraverso il suo Inviato, l’amato Figlio, Gesù.

Durante la cena pasquale (almeno per lui lo fu) – probabilmente un martedì in casa di amici esseni, nel loro quartiere a sud-ovest della città dove li aveva condotti un uomo che era andato ad attingere l’acqua con la brocca (cf. Mc 14,13) – Gesù compie un gesto sovversivo di «inversione sociale» (Destro – Pesce). Neanche una schiava o uno schiavo ebrei, prima della cena, era tenuto a lavare i piedi agli ospiti.

Gesù si alza da tavola, «pone» le sue vesti (13,4) come il buon pastore (cf. 10,11) e, preso un asciugamano, se lo cinge – come Pietro sarà cinto da anziano ormai «in-capace» (cf. 21,18) – e inizia a lavare i piedi ai discepoli.

Gesù sceglie volontariamente una figura e un gesto sovversivo, l’unico che gli permettesse di mostrare chiaramente ciò che lo muoveva nel cuore e il senso profondo e duraturo della sua vita e del pasto pasquale che stavano consumando. Per un momento e “fuori tempo” Gesù si fa schiavo per mostrare la logica profonda che lo ha guidato da quando è entrato nel mondo inviato dal Padre.

“Pone” le sue vesti, segno antropologico della sua “vita”. Le “pone” come ha sempre fatto negli anni passati, ma stasera le “pone” come gesto straniante ma riassuntivo di un pasto pasquale non raccontato, ma che a questa logica e a questa prassi deve portare per essere fedele a se stesso. La liberazione pasquale non deve far dimenticare che il Signore YHWH si è fatto servo del suo popolo, lo ha accompagnato ed educato nella storia col sangue del suo cuore di Padre. «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me;… A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4).

Il pastore buono “pone” in anticipo “sacramentale” la sua vita, che donerà fisicamente da lì a poche ore. “Pone” (Gv 10,11.17) la sua vita liberamente, sovranamente, perché lui ha il potere di “riprenderla” (cf. 10,17-18; 13,12). «Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla (lett. “porla”) e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (10,18).

La logica del servizio è quella che esce dal nutrimento della cena pasquale, che ne esprime il senso profondo, il frutto maturo e duraturo della pasqua di liberazione dal triste egocentrismo.

Pietro rischia di non capire questa logica e, in tal modo, rischia di “non aver parte” a ciò che guida il cuore e le scelte di autodonazione di Gesù, la sua pro-esistenza. Se non capisce e non “abbraccia” il servizio, Pietro dimostrerà di non aver capito il cuore, la missione e lo scopo della vita di Gesù. In tal modo non avrà nessuna parte con lui né riceverà alcunché in eredità. Questa è la logica del Servo straniante, dell’onnipotentemente debole, dell’amore che si abbassa in modo che tutto l’egoismo sia espulso dal cuore dell’uomo.

Li amò fino alla fine

Sono terminati i giorni fissati nel “Libro dei segni” (Gv 1-12). Gesù imprime coscientemente una svolta ai suoi giorni, conoscendo molto bene la missione ricevuta dal Padre: venire fra gli uomini, incarnandosi e ponendo la sua vita fra le loro tende (cf. 1,14), rivelarne il volto del Padre, mostrare alcuni i segni della sua sovranità regale per portare gli uomini alla fede, perché, amando e credendo in lui, possano avere la gioia piena e la vita buona, “eterna”. «Dalla sua pienezza [di Figlio] noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su (lett. “al posto di”) grazia» (1,16).

Gesù sa bene da dove viene e dove va. La sua fonte e la sua foce. La sua patria e il suo riposo. Sente nel cuore e fra le mani il potere che il Padre gli ha dato su ogni realtà, perché tutto potesse avere la vita vera. Sente la potenza, sente che può esercitarla solo con la “debolezza” dell’amore. Il potere asserve umiliando. L’amore del servo convince attraendo.

Tutto è in suo potere e il suo potere è l’amore che domina il suo cuore. Da lì nasce ogni offerta, ogni dono di vita, ogni riscatto pasquale. Non è un rito di lavanda di piedi quello che la Chiesa deve perpetuare. Il comando di Gesù è quello di fare memoria del dono del suo corpo e del suo sangue nel segno del banchetto pasquale.

La lavanda dei piedi è un segno “di derivazione”, il mosto spremuto dal pasto pasquale. Ma il segno “sacramentale” del dono totale di sé Gesù ce lo offre anticipatamente nella cena pasquale, da ripetere in sua memoria come memoriale perenne (cf. Es 12,14). Cena di comunione, cena “veloce”, perché i fratelli aspettano il nostro servizio sotto tante forme, non rituali, sul “modello/hypodeigma” della lavanda dei piedi di quella notte pasquale. «… Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio (hypodeigma), infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,12-15).

Siamo nel vestibolo del santuario pasquale. Leviamo i calzari, perché è “terra santa” quella che stiamo calpestando (cf. Es 3,5). E il roveto ardente è lì davanti a noi e noi lo fissiamo estasiati, bimbi dagli occhi sgranati in braccio alla Chiesa nostra madre.

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