II Pasqua: credere è gioire

di: Carlo Ghidelli

La pasqua è certamente un mistero, ma non nel senso che è qualcosa di impenetrabile, bensì nel senso che si lascia conoscere poco a poco. È importante, perciò, che ciascuno di noi si faccia discepolo non solo dei testimoni di Gesù, ma anche di quel “maestro interiore” che è lo Spirito Santo, il quale ci parla attraverso le sacre Scritture.

Questa continua scoperta del senso della pasqua ci mantiene perciò vigili e desiderosi di ascoltare e comprendere le pagine bibliche che, domenica dopo domenica, la santa madre Chiesa propone alla nostra meditazione. Le pagine di oggi ci consegnano messaggi estremamente importanti, capaci di alimentare la nostra preghiera e di orientare la nostra vita.

 

1. Gli Atti degli apostoli, nella pagina proposta dalla liturgia odierna, con toni forse un po’ troppo ideali (ma noi sappiamo che Luca era anche un ottimo propagandista) ci presentano l’attività taumaturgica degli apostoli in seno alla primitiva comunità dei credenti: «Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo». Con questa scarna notizia l’evangelista Luca intende certamente affermare la continuità tra il ministero di Gesù e il ministero degli apostoli. Esiste, infatti, una profonda continuità tra «i detti e i fatti» di Gesù di Nazaret (cf. At 1,2) e ciò che hanno predicato e operato i suoi apostoli.

In questa breve notizia ci sono alcuni dettagli che meritano la nostra attenzione: anzitutto, il fatto che «sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne». Altrove indicherà anche il numero: tremila (At 2,41), cinquemila (At 4,4). La notizia depone a favore dell’impatto positivo che la predicazione apostolica esercitava sulla gente. Ovviamente, per l’azione della grazia che accompagnava la parola dei predicatori, ma anche per il genere di vita semplice e povera (cf. At 2,41-47) dei «servitori della Parola» (Lc 1,2).

L’altra notizia riguarda ancora ciò che gli apostoli operavano a favore degli ammalati, provenienti sia da Gerusalemme sia dalle città vicine. Anche solo l’ombra di Pietro era sufficiente per operare guarigioni: forse questo è un modo molto delicato per dire che, attraverso la persona di Pietro, agiva una potenza divina invisibile ma efficace.

Luca aggiunge un’altra informazione: che «il popolo li esaltava». Questo è detto per contrapporre l’atteggiamento del popolo a quello degli anziani e dei farisei, gli eterni oppositori a tutto ciò che è nuovo e viene a scombinare i loro sistemi.

2. Il salmo responsoriale è introdotto dal ritornello: «Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre»: un chiaro invito a trasformare la nostra preghiera in una vera e propria contemplazione. Questo sarà possibile a condizione che noi impariamo a meditare i salmi, che sono una vera e autentica “scuola di preghiera”.

Contemplare non significa altro che passare in rassegna le cose meravigliose che Dio ha operato a favore del suo popolo per approdare, infine, a fissare lo sguardo della nostra mente sull’operatore divino, esclamando: «Il suo amore è per sempre».

Per un credente, contemplare non è un’attività che eccezionalmente si realizza nella nostra vita; al contrario, è atteggiamento costante che ci consente di celebrare giorno dopo giorno gli interventi salvifici di Dio nella storia della salvezza: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo».

Poi, la contemplazione si trasforma in preghiera: «Signore: Dona la salvezza!… Signore: Dona la vittoria!». Preghiera che facciano nostra, proprio mentre facciamo memoria della vittoria di Cristo sulla morte. Speriamo anche noi di diventare partecipi della sua vittoria.

 

3. La seconda lettura ci è offerta dal libro dell’Apocalisse. L’evangelista Giovanni, mentre era ancora vittima della persecuzione («mi trovavo nell’isola chiamata Pàtmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù»), ebbe una visione. Per questo egli si definisce: «vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù».

È motivo di grande consolazione, per noi, sapere che l’evangelista Giovanni ci è «fratello e compagno nella tribolazione». Ma come possiamo sperimentare questo genere di consolazione? Attraverso la lettura orante della sua opera, segnatamente del libro dell’Apocalisse. Esso infatti, se lo meditiamo attentamente, ci offre una rilettura teologica della storia, resa possibile dagli eventi pasquali che hanno caratterizzato la vita di Gesù di Nazaret.

Egli «è il Primo e l’Ultimo, e il Vivente»: dinanzi a lui non abbiamo motivo alcuno per temere, perché egli era morto ma ora vive per sempre. La vittoria di Gesù può diventare anche la nostra vittoria, a condizione che accogliamo nella fede la sua persona e il suo mistero.

Il messaggio che si sprigiona non solo da questa pagina ma da tutto il libro dell’Apocalisse è un messaggio di speranza. A noi il compito di conservarlo vivido nel nostro cuore e di preservarne l’efficacia a beneficio di tanti fratelli e sorelle.

4. La pagina evangelica corrisponde al racconto nel quale Giovanni narra delle due apparizioni di Gesù agli apostoli: la prima assente Tommaso, la seconda, invece, con la presenza dell’apostolo Tommaso.

Con questa pagina si chiude il quarto vangelo; presumibilmente l’evangelista Giovanni intende chiudere in bellezza, lasciandoci qualcosa di veramente prezioso. In effetti, qui troviamo informazioni della massima importanza che ora andiamo a meditare raccogliendo il messaggio in alcuni punti nevralgici.

Credere è possibile e reca gioia: è esattamente quello che sperimentarono i discepoli, «mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano» e udirono il saluto di Gesù: «Pace a voi!». «E i discepoli gioirono al vedere il Signore»: questa gioia, tipica della pasqua, è anche la nostra, di quanti, con l’animo aperto alla novità, accolgono il messaggio pasquale di Cristo risorto.

Credere è difficile: è esattamente quello che sperimentò l’apostolo Tommaso, il quale non volle credere ai suoi colleghi che gli riferivano di aver visto il Signore e si arrende solo quando il Risorto lo invita a toccare il suo costato. Ma è stata anche la difficoltà di quei giudei e di quei greci di cui parla l’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani». Anche oggi, non è affatto facile credere in Gesù morto e risorto: per molti di noi Gesù morto è troppo debole per poter essere creduto come salvatore; e Gesù risorto è troppo evanescente per essere considerato un personaggio reale.

Credere significa entrare nell’orbita di Gesù; per gli apostoli significa addirittura condividere la sua missione di salvezza. Infatti Gesù «soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo; a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Con ogni evidenza l’evangelista intende dire che, trasmettendo ai suoi discepoli un potere che è esclusivo di Dio, il risorto Signore voleva ammetterli alla condivisione della sua stessa missione, che è sempre stata e deve continuare ad essere una missione di salvezza.

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