Santi Pietro e Paolo

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Con questa solennità, la Chiesa, dopo aver meditato i principali misteri della vita di Cristo, intende fermare la sua meditazione su se stessa, cioè sul mistero di Cristo che, per volontà di Dio, si prolunga e si dilata attraverso la presenza e l’attività della Chiesa nel mondo.

Gli apostoli Pietro e Paolo sono considerati i fondatori della Chiesa di Dio che è in Roma, la madre di tutte le Chiese, la quale è sempre stata considerata come il modello di tutte le Chiese sparse per il mondo. Fare festa per noi oggi è motivato non solo dalla loro grande testimonianza, ma anche dal nostro sano orgoglio di essere cattolici.

1. La prima lettura proviene dagli Atti degli apostoli e narra della liberazione di Pietro dal carcere per l’intervento dell’angelo del Signore. È una pagina nella quale si respira un’aria squisitamente pasquale, che l’evangelista Luca ha saputo creare da grande maestro. «Erano quelli i giorni degli azzimi», i giorni della pasqua ebraica, ed Erode pensava di poter sacrificare al piacere dei giudei anche Pietro.

La prima riflessione che si impone alla nostra meditazione è che nei confronti dell’apostolo Pietro continua la persecuzione che era stata scatenata contro Gesù: cambiano i persecutori ma viene adottata sempre la stessa metodologia di avversione e di contraddizione. Dopo aver fatto uccidere Giacomo, fratello di Giovanni, Erode prende di mira Pietro, il primo degli apostoli e pensa così di estirpare la radice dei cristiani dall’intero Medio Oriente. Non è forse questa la situazione nella quale anche oggi in diverse parti del mondo si trovano tanti seguaci di Cristo?

Ma, nonostante le difficoltà esterne, la missione di Pietro e degli apostoli non conosce arresti o incertezze: è questo il compito che è stato loro affidato dal risorto Signore e ad esso gli apostoli rimangono fedeli, a costo di dover pagare di persona. Lo aveva affermato già con estrema chiarezza lo stesso Pietro in una precedente occasione: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Ma per lui ora non si tratta solo di tener viva la memoria di Gesù mediante la predicazione, ma anche di seguirlo con estremo coraggio fino alla croce.

La liberazione di Pietro avviene nottetempo e ciò sembra evocare la notte della grande liberazione di Israele dall’Egitto, la terra di schiavitù. A Pietro vengono sciolte le catene come erano state sciolte le catene del popolo eletto. Ma qui si evoca certamente anche la notte della risurrezione di Gesù, quella notte santa e beata nella quale la morte è stata sconfitta dalla vita e le tenebre sono state vinte dalla luce. È sempre la storia della salvezza che continua e conosce nuovi sviluppi, come del resto accadrà anche all’apostolo Paolo in altre circostanze (cf. At 16,25-34).

Tutto accade come in un sogno; ma, alla fine, Pietro esclama: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei giudei si attendeva». Queste parole del primo tra gli apostoli hanno tutto il sapore di una confessione di fede.

2. Il salmo responsoriale è un canto di lode a Dio liberatore. L’orante, infatti, ha motivo di ringraziare il suo Dio per aver sperimentato felicemente la liberazione da una situazione difficile, quasi disperata, della sua vita: «Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato».

L’orante sente però il bisogno di ribadire una la certezza di fede, per questo aggiunge: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce». Abbiamo molto da imparare da questo orante che, nella sua semplicità, pur assediato da molte prove, si abbandona all’aiuto del suo Dio.

Colpisce, però, anche il fatto che egli si ripropone di mantenere questa attitudine anche per il resto dei suoi giorni: «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode». Nello stesso tempo, egli invita altri a condividere la sua preghiera: «Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome».

A coloro che si uniscono all’orante nel rendimento di grazie, egli fa una promessa che dilata il cuore: «Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri  volti non dovranno arrossire». La fede in Dio e la preghiera, che ne è la manifestazione più concreta, vogliono essere partecipate e condivise il più possibile.

3. La seconda lettura è presa dalla seconda lettera dell’apostolo Paolo al discepolo Timoteo. Arrivato ormai quasi in porto, nella certezza che gli rimane ormai poco tempo da vivere su questa terra, l’apostolo si confida con quel discepolo amato che aveva condiviso molte delle sue missioni apostoliche. Ricordando questa collaborazione, l’apostolo scrive: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza (…) e così fui liberato dalla bocca del leone». Esattamente la stessa esperienza di liberazione che ha avuto anche Pietro (cf. prima lettura).

Anzitutto, Paolo legge l’evento della sua morte in termini pasquali: «Io sto per essere versato in offerta». Paolo avverte l’imminenza della sua morte, nella quale sperimenterà quel mistero della pasqua che è stato al centro di tutta la sua predicazione.

Inoltre, egli offre una meravigliosa sintesi del suo apostolato, gettando uno sguardo sul passato: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». Lo afferma certo in piena consapevolezza, ma anche confidando nella divina misericordia della quale ha fatto esperienza dall’evento di Damasco in poi.

Poi l’apostolo lancia uno sguardo sul futuro imminente e si augura di poter ricevere il premio tanto desiderato: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno». Paolo non presume di se stesso: cerca solo di esprimere la speranza che lo anima in questo momento della sua vita.

4. La pagina evangelica di questa solennità riferisce la solenne professione di fede che l’apostolo Pietro, a nome anche dei suoi colleghi, rivolge a Gesù, secondo la testimonianza dell’ evangelista Matteo.

Forse quello che preme a Gesù non è solo di conoscere l’opinione che la gente si è fatta su di lui, quanto piuttosto di mettere alla prova la fede dei suoi discepoli. È da loro che Gesù vuole sapere che concetto si sono fatti di lui, dopo alcuni anni di frequentazione e di vita comunitaria.

 Se Pietro si incarica di rispondere anche a nome dei suoi colleghi, lo fa perché ormai sa con certezza che li può rappresentare non solo di fronte alla gente ma anche dinanzi a Gesù.

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nessun altro evangelista, in questa circostanza, riferisce una professione di fede così chiara e così completa: segno che Matteo sta interpretando la fede pasquale dei primi cristiani; ne fa quasi un anticipo.

Quello che non dobbiamo tralasciare di dire è che Gesù nella professione di fede di Pietro riconosce una precisa rivelazione del «Padre mio che è nei cieli». Pietro ha colto nel segno e Gesù gli riconosce il merito di essere stato il portavoce di Dio stesso.

La promessa che segue, relativa al cosiddetto “potere delle chiavi”, va interpretata non con spirito apologetico e tanto meno polemico. Qui Pietro si pone tra Cristo e la Chiesa, in piena dipendenza da Cristo e a servizio della Chiesa.

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