Venerdì santo: Amore più forte della morte

di: Fernando Armellini

Il drammatico supplizio della croce ha spesso indotto i predicatori del passato a insistere in modo eccessivo sugli aspetti cruenti della passione di Gesù. Da questa predicazione sono derivate immagini, rappresentazioni popolari e alcune devozioni in cui si esasperava la violenza dei colpi della flagellazione, le cadute sotto il peso della croce, il sadismo dei soldati.

Questo tipo di approccio ai testi evangelici non ha reso un buon servizio alla comprensione degli avvenimenti della Pasqua, anzi, ne ha offuscato il significato.

I vangeli si muovono in tutt’altra prospettiva. Sono molto sobri nel raccontare gli orrendi tormenti inflitti a Gesù. Il loro obbiettivo non è impressionare o commuovere i lettori, ma far comprendere l’immensità dell’amore di Dio che si è rivelato in Cristo.

Non si attardano sulle sofferenze perché la passione che presentano non è quella del patire, ma la passione d’amore. Vogliono mostrarci che:

“Forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo” (Ct 8,6-7).

Nel presentare l’aspetto cruento della passione, Giovanni è il più sobrio di tutti gli evangelisti. Tralascia tutti i dettagli umilianti come le percosse sulla testa e gli sputi, accenna solo alla flagellazione e agli schiaffi.

Il suo racconto – quello che oggi la liturgia ci fa meditare – non narra il cammino di Gesù verso la morte, ma verso la gloria.

Nel Cristo sulla croce ci è dato di comprendere fin dove porta il peccato: conduce fino a rendere irriconoscibile un uomo. Ma subito Giovanni ci fa contemplare la risposta di Dio al peccato: il dono del suo Spirito e la risurrezione del Santo, del Giusto.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Signore, fammi comprendere quanto è grande la tua passione d’amore.

Prima lettura (Is 52,13-53,12)

52, 13 Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
14 Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo
15 così si meraviglieranno di lui molte genti;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
53, 1 Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
2 E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dá salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
8 Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
9 Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza.
Il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.

Per introdurci nei momenti culminanti della vita di Gesù, oggi ci viene proposto uno dei testi più celebri dell’Antico Testamento: il quarto carme del Servo del Signore.

Servo di Dio nella Bibbia è un titolo onorifico riservato a uomini eminenti come Mosè e Davide (Es 14,31; Sl 89,21) e, soprattutto, a un personaggio anonimo che compare nel libro di Isaia e che è chiamato il Servo del Signore.

 È una figura enigmatica. Di lui il profeta racconta anzitutto la vocazione: è stato chiamato ad essere luce, prima di Israele e, in seguito, di tutti i popoli. Poi ricorda il suo impegno nel portare a compimento la missione affidatagli da Dio, la sua delusione per l’incomprensione e l’insuccesso e infine il tragico epilogo della sua vita: è stato condannato a una morte ignominiosa.

Dopo la sua scomparsa, nel cuore dei discepoli è affiorato un inquietante interrogativo: era o no l’inviato di Dio? Se era innocente, perché Dio ha voluto che soffrisse? Come mai non è intervenuto per proteggerlo?

Un discepolo che, a lungo e in silenzio, ha riflettuto sulla vicenda tragica del maestro, nel quarto e ultimo atto del dramma, risponde pacato: Era innocente e in suo favore Dio ha compiuto un prodigio inaudito.

La meditazione di questo discepolo ci è riferita nella parte centrale della lettura (Is 53,1-11a).

È introdotta (Is 52,13-15) e conclusa (Is 53,11b-12) dalle parole del Signore che pronuncia il suo giudizio sulle vicende che hanno coinvolto il suo Servo fedele.

Dio, fin dall’inizio, dichiara che, contro ogni apparenza, il suo Servo avrà successo (v. 13). È vero, il suo aspetto è sfigurato al punto che chi lo avvicina ne rimane spaventato perché non sembra neppure più un uomo (v. 14). Eppure è accaduto – e un giorno tutti lo verificheranno con i loro occhi – un fatto inaudito, tanto straordinario da lasciare stupiti gli stessi dominatori del mondo (v. 15).

Quale prodigio?

Non viene detto. Ma noi oggi, rileggendo questo testo alla luce della Pasqua, nel Servo del Signore siamo in grado di riconoscere – come hanno fatto i primi cristiani (At 8,30-35) – inconfondibile, la figura di Gesù.

A questo punto inizia l’appassionata meditazione di un discepolo (Is 52,1-11a). Parla in nome di tutti coloro che – come lui – sono vissuti accanto al Servo e sono stati testimoni della sua integrità.

Chi mai potrà credere – si chiede – al nostro annuncio? (v. 1). Abbiamo assistito a un’impresa spettacolare compiuta dal braccio del Signore; abbiamo visto un prodigio tanto straordinario che ai più sembrerà incredibile. Anche per noi – assicura – non è stato facile capire l’intervento di Dio nella storia del suo Servo fedele. Solo in seguito, nella riflessione e nel silenzio, siamo riusciti a cogliere il senso di ciò che era accaduto. Ora continueremo a proclamare ciò che abbiamo visto, anche se forse nessuno o pochi crederanno al nostro annuncio.

Ecco la sua storia.

È sbocciato come un virgulto in terra arida (v. 2).

Comincia così il racconto della vita del Servo.

Non ha un nome, non si conosce la sua terra né chi sono i suoi antenati. Appartiene all’umanità, è cittadino del mondo, un mondo che, al suo apparire, era un deserto senza vita.

Poi è cresciuto e subito gli sono stati compagni il dolore e l’umiliazione (vv. 2-3).

Non aveva apparenza né bellezza, nulla di ciò che attira l’ammirazione degli uomini –ricchezza, potere, successo – è stato disprezzato perché, secondo i criteri umani, non contava nulla. A causa del suo fallimento è stato addirittura considerato un maledetto da Dio, uno da cui è bene stare lontani.

Eppure il suo dolore che pareva assurdo ha avuto un senso: le sue piaghe ci hanno guarito.

La sua sofferenza ci ha aperto gli occhi (vv. 4-5), mostrandoci a quali abiezioni porta il peccato.

I suoi dolori ci hanno fatto capire quanto fossero insensate le vie che stavamo percorrendo e ci hanno condotto alla saggezza (v. 6). Ci hanno trasmesso un messaggio che cambierà il mondo, una verità ignorata dagli amici di Giobbe e da tutta la sapienza dell’Oriente: il peccato non è commesso da chi soffre, ma da chi fa soffrire e la liberazione parte da chi, subendo un torto, non reagisce restituendo il male.

Il mondo nuovo non nasce da coloro che – come Lamech – rispondono all’ingiustizia con terrificanti rappresaglie, ma da coloro che – come Abele e come il Servo – spezzano con l’amore il cerchio infernale del male lasciandolo scaricare su di sé.

Il Servo ha dato questo messaggio non a parole, ma con la vita, con il suo dolore: “Maltrattato, resisteva, non apriva la bocca; come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte a chi la tosa, non apriva la bocca” (v. 7).

Ha compreso molto bene il messaggio di questo Carme Pietro che, rivolto ai domestici sottoposti spesso a umiliazioni da parte dei loro padroni, li esortava così: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e custode delle vostre vite” (1 Pt 2,21-25).

Dopo aver parlato dei dolori del Servo, il discepolo racconta come si è giunti alla sua condanna: “Con violenza e senza processo fu tolto di mezzo” (v. 8).

L’ingiustizia è stata commessa dagli uomini, non da Dio; sono stati loro a pronunciare la sentenza iniqua. Lo hanno ucciso, poi “gli hanno dato una sepoltura con i malvagi e una tomba con i malfattori” (v. 9a).

Hanno gettato le sue spoglie nella fossa comune dei giustiziati, convinti di aver così posto fine per sempre alla sua storia e di averne cancellato dalla terra il ricordo.

Sulla sua tomba non è stata collocata una lapide con l’iscrizione e il suo nome è stato dimenticato.

Il suo discepolo ci ha però lasciato, quasi fosse un epitaffio, una solenne dichiarazione: Non aveva commesso crimini né si era trovato inganno sulla sua bocca (v. 9b). Un riconoscimento questo che gli rende giustizia e lo onora più di qualunque monumento.

Gli avversari del Servo hanno deciso di togliere di mezzo non soltanto lui, ma anche la sua posterità; sono ricorsi al crimine pur di far scomparire il suo messaggio e la sua proposta di vita.

È dunque tutto finito?

Nell’ultima parte della sua riflessione (vv. 10-11a), il discepolo rivela il misterioso disegno di Dio: la passione silenziosa del Servo realizzerà il progetto di salvezza del Signore. Non solo non verrà cancellato il suo nome, ma egli avrà una sterminata posterità.

La lettura termina (vv. 11b-12) con il giudizio del Signore che conferma quanto detto dal discepolo. La passione del Servo introdurrà nel mondo la giustizia di Dio e tutti conosceranno il Signore, cioè, accoglieranno e faranno proprio il modello di uomo che hanno visto incarnato nel Servo.

Seconda lettura (Eb 4,14-16; 5,7-9)

4, 14 Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.
16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.
5, 7 Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; 8 pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Ben Sirac raccomandava al discepolo: “Figlio, preparati alla tentazione. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché (il Signore) mette alla prova gli uomini che gli sono ben accetti nel crogiuolo del dolore” (Sir 2,1.4-5).

Nella Bibbia non si parla mai degli empi tentati da Dio; la tentazione è un privilegio riservato ai giusti perché è attraverso di essa che la loro fedeltà è stimolata alla crescita.

Essendo realmente uomo ed essendo un giusto, Gesù non poteva essere risparmiato dalla tentazione e difatti i vangeli sinottici ci raccontano che, all’inizio della sua vita pubblica, fu sottoposto alla prova da satana. Marco riferisce questo fatto in due soli versetti, Luca e Matteo sviluppano maggiormente il tema e, per fare comprendere quali sono state le tentazioni che hanno accompagnato Gesù durante tutta la sua vita, introducono tre parabole che sono immagini delle tentazioni del potere, dell’avere e dell’apparire con cui anche noi ci dobbiamo confrontare.

L’autore del brano della nostra lettura riprende l’argomento e indica quale significato ha per la nostra vita il fatto che Gesù sia stato tentato.

Essendo stato provato in tutto come noi, egli è in grado di capire le nostre debolezze. Fra lui e noi c’è una sola differenza: mentre noi spesso siamo infedeli a Dio, egli non ha mai avuto alcun cedimento, non è mai stato neppure sfiorato dal peccato.

Il fatto che anch’egli sia passato attraverso le nostre stesse vicissitudini ce lo fa sentire molto vicino, sensibile ai nostri problemi, comprensivo per i nostri errori.

La prova più dura egli l’ha affrontata nel Getsemani e sulla croce.

L’evangelista Marco riferisce che, al Monte degli ulivi, Gesù “cominciò a sentire sgomento e angoscia” di fronte al dramma che stava per coinvolgerlo e che lo terrorizzava (Mc 13,33). Era  sconvolto perché, al termine della sua vita, verificava il fallimento della sua opera: sia il popolo che i suoi discepoli non avevano aderito alla sua proposta. Si è certamente chiesto se avesse senso che la sua esistenza, dedicata alla costruzione di un mondo nuovo, si concludesse in quel modo. Quale utilità poteva avere la sua morte?

Eccola la tentazione, il dubbio che il fallimento e la sconfitta non sarebbero serviti a cambiare il mondo. Valeva la pena sacrificare la vita o era meglio fuggire come altre volte aveva dovuto fare (Gv 8,39; 11,54)? Infine l’ultima tentazione, quella che traspare dal grido sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

Nella seconda parte della lettura (Eb 5,7-9) viene comunicata un’altra verità consolante per noi: dalle cose che ha patito, Gesù ha appreso quanto sia duro obbedire al Padre.

Possiamo ricorrere a lui con fiducia, certi che, se pregheremo con lui e se accoglieremo il suo Spirito, non saremo esentati dalla fatica e dalle prove, ma avremo la sua stessa forza per superarle.

Vangelo (Gv 18,1-19,42)

1 Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5 Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8 Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato”. 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.

Gesù davanti ad Anna e a Caifa. Rinnegamenti di Pietro

12 Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno. 14 Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È meglio che un uomo solo muoia per il popolo”.
15 Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; 16 Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. 17 E la giovane portinaia disse a Pietro: “Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non lo sono”. 18 Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
19 Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. 20 Gesù gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto”. 22 Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. 23 Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. 24 Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote.
25 Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. 26 Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. 27 Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Gesù davanti a Pilato: la regalità di Gesù

28 Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
29 Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: “Che accusa portate contro quest’uomo?”. 30 Gli risposero: “Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato”. 31 Allora Pilato disse loro: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!”. Gli risposero i Giudei: “A noi non è consentito mettere a morte nessuno”. 32 Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.
33 Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Tu sei il re dei Giudei?”. 34 Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. 35 Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. 36 Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37 Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. 38 Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”.
E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: “Io non trovo in lui nessuna colpa. 39 Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?”. 40 Allora essi gridarono di nuovo: “Non costui, ma Barabba!”. Barabba era un brigante.
19 1 Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: 3 “Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi.
4 Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. 5 Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”. 6 Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa”. 7 Gli risposero i Giudei: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio”.
8 All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura
9 ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: “Di dove sei?”. Ma Gesù non gli diede risposta. 10 Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. 11 Rispose Gesù: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”.
12 Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare”.
13 Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14 Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. 15 Ma quelli gridarono: “Via, via, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i sommi sacerdoti: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”. 16 Allora lo consegnò loro perché fosse crocefisso.

La crocifissione

17 Essi allora presero Gesù ed egli, portando la sua croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, 18 dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo.
19 Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. 20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocefisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21 I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”. 22 Rispose Pilato: “Ciò che ho scritto, ho scritto”.

La divisione dei vestiti

23 I soldati poi, quando ebbero crocefisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24 Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”.
E i soldati fecero proprio così.

Gesù e la madre

25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. 27 Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

La morte di Gesù

28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. 29 Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30 E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

Il colpo di lancia

31 Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocefisso insieme con lui. 33 Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34 ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
35 Chi ha visto ne dá testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36 Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

La sepoltura

38 Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39 Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. 40 Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. 41 Ora, nel luogo dove era stato crocefisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Tutti e quattro gli evangelisti dedicano due capitoli al racconto della passione e morte di Gesù. Fanno riferimento agli stessi drammatici avvenimenti e, benché le loro versioni dei fatti non siano identiche e nemmeno si riesca a riunirle in un unico racconto perfettamente coerente dal punto di vista storico, sostanzialmente concordano.

Le diversità derivano dalla particolare sensibilità di ogni evangelista, per cui alcuni episodi sono narrati da uno e ignorati dagli altri, alcuni dettagli che sono tralasciati dai sinottici sono invece sviluppati da Giovanni.

L’obbiettivo degli evangelisti non era redigere un verbale, una cronaca dei fatti, esatta fin nei minimi particolari, ma alimentare la fede dei credenti e illuminarli sul significato degli eventi accaduti durante la Pasqua.

La morte assurda di Gesù aveva colto impreparati i discepoli e aveva suscitato in loro inquietanti interrogativi, gli stessi che ci poniamo noi oggi: sarà saggio dare fiducia a uno sconfitto, tradito e rinnegato dai suoi stessi amici? Ha senso prendere a modello un uomo che le legittime autorità religiose hanno giudicato un bestemmiatore e che il procuratore romano ha condannato al supplizio come un malfattore? Ammettiamo pure che fosse un giusto perseguitato, ma allora perché Dio non è intervenuto per difenderlo?

Con il suo racconto della passione, Giovanni, più che darci informazioni su come si sono svolti i fatti, vuole aiutarci a capire il senso di ciò che è accaduto.

Prima di entrare nei dettagli del messaggio che questo evangelista intende comunicare, è necessario premettere una riflessione sulle ragioni per cui Gesù è stato giustiziato.

A chi ha interiorizzato una certa immagine abbastanza superficiale della sua persona, la sua morte non può che risultare del tutto assurda. Come si può uccidere uno che cura i malati, abbraccia e accarezza i bambini, ama i poveri e si fa servo di tutti?

Si deve allora attribuire la sua morte a una misteriosa volontà del Padre che, per perdonare il peccato dell’uomo, aveva bisogno di vedere scorrere il sangue di un giusto?

Una simile spiegazione non può nemmeno essere presa in considerazione.

Perché allora Gesù è stato crocefisso? In che senso ha dato la sua vita per noi? Da quali schiavitù ci ha liberato consegnandosi nelle mani degli uomini?

La ragione dell’ostilità che si è scatenata contro di lui è chiaramente indicata da Giovanni fin dalla prima pagina del suo vangelo: Gesù era la luce, “la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5); “egli era la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), “ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19).

Alcuni raggi di questa luce che ha rischiarato la notte del mondo sono stati particolarmente intensi e provocatori. Hanno illuminato i cuori delle persone semplici colmandole di gioia e di speranza, ma hanno infastidito coloro che preferivano agire nelle tenebre.

Quattro di questi raggi sono apparsi particolarmente insopportabili ai detentori del potere religioso e politico.

Il primo è stato proiettato da Gesù sul volto di Dio.

Le guide spirituali d’Israele, poste da parte le dolci immagini di Dio sposo e padre predicate dai profeti, avevano educato il popolo a credere in un Dio legislatore e giudice rigoroso, pronto a scatenare rappresaglie e ritorsioni contro chi trasgredisse i suoi comandi.

Il Dio predicato da Gesù è Padre ed è buono, solo buono. A lui ci si rivolge con la semplicità e la fiducia del bambino perché egli riserva la stessa tenerezza a chi ascolta la sua parola e a chi la rifiuta (Mt 5,45), nutre gli uccelli del cielo e riveste i gigli del campo (Mt 6,25-31), conta i capelli del nostro capo e conosce i nostri bisogni prima che glie ne parliamo (Mt 6,8ss). Di lui nessuno, nemmeno il peggior peccatore, può avere paura. Egli “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito e non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,16-17).

Nulla di più sovversivo per la mentalità degli scribi e dei farisei che si sono costruiti un Dio a loro immagine e somiglianza, un Dio che non vuole aver nulla a che fare con pubblicani e peccatori.

Per queste guide spirituali Gesù è un pazzo e un eretico (Gv 8,48), un bestemmiatore che deve essere lapidato (Gv 8,59;10,31.39), che deve essere tolto di mezzo, al più presto, perché pericoloso per la fede tramandata dai padri e travia il popolo semplice.

Un secondo raggio di luce nuova è stato proiettato sulla falsa religione.

C’è una pratica religiosa che è espressione di fede autentica e questa comunica serenità e pace e c’è una religione che è solo un insieme di pratiche esteriori, inventate dagli uomini per alimentare, magari inconsciamente, l’illusione di un rapporto autentico con il Signore. Questa affatica e schiaccia, è un giogo pensante e insopportabile (Mt 11,28-30). È la religione che riduce il rapporto con Dio all’osservanza scrupolosa di riti e finisce sempre per ridursi a culto e formalismo ipocrita.

Gesù non corregge questa religione, non si limita a denunciarne gli abusi. La rifiuta, in nome dell’adesione a Dio con il cuore. In più occasioni egli cita la frase di Isaia che gli è particolarmente cara: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mc 7,7). Rispetta il sabato, ma ritiene l’uomo superiore al sabato.

Il punto culminante di questo rifiuto è la drammatica cacciata dei venditori del tempio.

Giovanni la colloca all’inizio del suo vangelo (Gv 2,13-22) perché sintetizza il rifiuto delle pratiche rituali che non sono espressione di una vita di amore. L’unico culto gradito a Dio è infatti quello reso “in spirito e verità”.

Anche questo secondo raggio di luce ha infastidito coloro che preferivano l’oscurità alla luce.

Dal rifiuto sono passati all’ostilità e infine hanno preso la decisione di eliminarlo perché turbava lo svolgersi ordinato delle loro pratiche religiose: “È meglio che un uomo solo muoia per il popolo” – ha esclamato Caifa, il sommo sacerdote che presiedeva le solenni liturgie del tempio (Gv 11,50).

Un terzo raggio è stato proiettato sull’uomo.

Qual è il modello di uomo, l’ideale di persona realizzata nella nostra società?

Al tempo di Gesù, uomini di successo erano i membri del sinedrio, i sacerdoti del tempio, i rabbini che amavano “passeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (Mc 12,38-39). Degni d’onore erano Filippo e Antipa, i due figli di Erode il grande che vivevano in splendidi palazzi ed erano ossequiati dai loro sudditi.

Per Gesù puntare a questo successo e ottenerlo non è una riuscita, ma un fallimento: “Come potete credere – chiede un giorno ai Giudei – voi che prendete la gloria gli uni dagli altri?” (Gv 5,44).

Anche Gesù si aspetta di essere “glorificato” e prega: “Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17,5). Ma il giorno glorioso che egli attende non quello in cui, montando un asinello, riceve l’applauso al suo ingresso nella città santa, ma quello del Calvario. Là, innalzato sulla croce, egli riesce finalmente a mostrare fin dove giunge l’immenso amore del Padre per l’uomo.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,24-25).

È il capovolgimento dei valori di questo mondo. Per Gesù il modello di uomo non è colui che vince, ma chi perde; non chi domina, ma chi serve; non chi pensa al proprio tornaconto, ma chi si sacrifica per gli altri.

Anche questo terzo raggio di luce era inaccettabile per coloro che – come un giorno, con una punta di ironia, osservava Gesù – “amavano la gloria degli uomini più della gloria di Dio” (Gv 12,43).

Il quarto raggio di luce è stato proiettato sulla società.

Noi viviamo in una società competitiva. Fin da piccoli assimiliamo la convinzione che, se non competiamo per emergere, rischiamo di non contare nulla. Eminente – Eminenza – è colui che sovrasta gli altri, che attira l’attenzione.

Quale raggio di luce proietta Gesù su una società basata su questi principi di vita?

Un giorno egli si siede, prende un bambino, lo pone in mezzo e abbracciandolo dice ai Dodici: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,36-37).

Al tempo di Gesù i bambini erano il simbolo di chi non conta, di chi non ha valore, dipende completamente dagli altri, non produce nulla, consuma soltanto, ha bisogno di tutto.

Nel mondo nuovo queste persone passano dalla periferia al centro. A loro viene offerto il posto d’onore. La comunità di Gesù “abbraccia” i poveri, i “bambini” che hanno bisogno di essere assistiti in tutto e magari intralciano la vita ordinata degli altri. Li “abbraccia” non nel senso che ne accetta passivamente i capricci e ne favorisce l’indolenza, ma perché li aiuta a crescere e si impegna a farli diventare adulti, autosufficienti, capaci di progettare e costruire la loro vita.

Se la morte di Gesù è stata provocata dalla luce liberante da lui introdotta nel mondo, allora – ci chiediamo – poteva essere evitata?

Certamente sì. Se egli si fosse allontanato da Gerusalemme, come già altre volte aveva fatto (Gv 11,54; 7,1; Mt 12,15-16), se fosse tornato a Nazaret a lavorar di pialla e martello e avesse lasciato che nel mondo tutto continuasse come prima della sua venuta, non v’è dubbio che lo avrebbero lasciato tranquillo.

Gesù non ha ricercato la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto spegnere la luce che aveva acceso e rinnegare tutte le sue proposte; avrebbe dovuto rientrare nei ranghi, adeguarsi alla mentalità corrente, rassegnarsi al trionfo del male, abbandonare per sempre l’umanità nelle mani del “principe di questo mondo”.

È stato tentato di farlo e, se avesse acconsentito ai suggerimenti del maligno, non solo non sarebbe finito sulla croce, ma avrebbe avuto successo, avrebbe ottenuto quei “regni di questo mondo” che, fin da principio, satana gli aveva promesso. Ma sarebbe stato il fallimento della sua missione.

Quanto detto fin’ora ci aiuta a capire i messaggi teologici del brano evangelico che ci viene proposto in questo venerdì santo.

Nel suo vangelo Giovanni tratteggia una figura di Gesù abbastanza diversa da quella degli altri evangelisti e la differenza traspare soprattutto nei racconti della passione.

La si rileva fin dalla prima scena, quella dell’arresto nel Getsemani (Gv 18,1-11).

I sinottici presentano Gesù prostrato a terra, colto da “paura e angoscia”, “triste fino alla morte”, bisognoso del sostegno morale dei discepoli. Li supplica di stargli vicino, di vegliare e pregare con lui.

Giovanni non accenna a nessuna di queste emozioni molto umane di Gesù. Non parla dell’agonia, della sua lotta interiore, della preghiera rivolta al Padre di risparmiargli “il calice”.

Lo presenta risoluto, consapevole di tutto. Non travolto dagli avvenimenti, ma capace di guidarli in modo sovrano. Non sono i soldati che lo catturano, è lui che si consegna spontaneamente, ripetendo, per due volte: “Sono io”. Nessuno gli toglie la vita, è lui che, serenamente, si fa avanti e la dona (Gv 10,17-18).

 Di fronte a lui, i malvagi che, come sempre, si muovono e agiscono nell’oscurità della notte, indietreggiano e cadono (Gv 19,16).

La scena va letta e capita alla luce delle Scritture. “Io sono” nella Bibbia introduce una manifestazione di Dio e quando il Signore si presenta le forze del male sono costrette a battere in ritirata, sono colte dal panico, rotolano a terra.

Il brano è un midrash con cui l’evangelista veicola un prezioso messaggio teologico. Invita a leggere la cattura di Gesù e gli eventi della sua passione alla luce dei Salmi: “I miei nemici retrocedono, davanti a te inciampano e periscono” (Sl 9,4). “I malvagi mi assalgono per straziarmi la carne, ma sono essi, avversari e nemici a inciampare e cadere” (Sl 27,2).

Con questo richiamo alle Scritture Giovanni vuole infondere coraggio e speranza in coloro che, coinvolti nel drammatico conflitto fra la luce del cielo e la notte del mondo, temono di venire sopraffati dalle forze del male.

Li invita a non perdersi d’animo perché il regno delle tenebre ha sì dalla sua parte il potere delle armi, ma queste nulla possono contro la luce di Cristo. Anche se le schiere del maligno sembrano trionfare, in realtà sono allo sbando, i suoi guerrieri “vanno a tentoni nelle tenebre, senza luce e barcollano come ubriachi” (Gn 12,25).

I vangeli sinottici riferiscono che, dopo la cattura, Gesù fu portato nella casa del sommo sacerdote Caifa. Lì, durante la notte, si riunirono gli anziani e gli scribi per mettere a punto un’accusa da portare davanti al governatore Ponzio Pilato.

Giovanni dà una versione leggermente diversa dei fatti. Dice che l’interrogatorio notturno avvenne di fronte ad Anna, suocero di Caifa (Gv 18,12-24).

Come mai pone in primo piano quest’uomo ormai vecchio e apparentemente innocuo?

Anna è stato sommo sacerdote per dieci anni – dal 6 al 15 d.C. – ma, anche dopo essere stato destituito dal prefetto romano, è rimasto potentissimo. Dopo di lui, l’ambita e prestigiosa carica ha continuato ad essere appannaggio, per altri cinquant’anni, della sua famiglia: quattro (forse cinque) suoi figli, un genero e un nipote gli sono succeduti come sommi sacerdoti.

Era il patriarca della famiglia che controllava tutta l’attività “religiosa” del tempio. Era lui che controllava e gestiva le offerte dei pellegrini, i guadagni dei cambiavalute, i commerci dei buoi, degli agnelli e delle colombe per i sacrifici e intascava i soldi che circolavano sottobanco per l’assegnazione degli appalti…

La cacciata dei venditori – operata da Gesù – più che una provocazione sacrilega, per lui era stata un attentato agli enormi interessi economici della sua famiglia. Non poteva tollerare più a lungo che il figlio di un carpentiere galileo si azzardasse ad accusarlo di aver ridotto il tempio del Signore a una “spelonca di ladri”.

Anna è la figura più sinistra dei vangeli. È stato lui a tessere tutte le trame del processo a Gesù. Per questo Giovanni lo presenta come il simbolo stesso delle forze del male, come la personificazione di chi preferisce le tenebre alla luce, di chi è deciso a perpetuare con ogni mezzo, anche con il crimine, il proprio potere basato su intrighi, ingiustizie e menzogne.

Con lui Gesù si confronta senza paura. Alla richiesta di chiarimenti sulle sue posizioni dottrinali, ribatte senza scomporsi: “Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco essi sanno che cosa ho detto” (Gv 18,21).

Anna è il prototipo di chi riesce a commettere violenza senza sporcarsi le mani. Ha educato i suoi servi a intuire, anche senza un suo ordine, quando e come devono intervenire per porre fine a qualunque avvisaglia di ribellione contro il padrone.

È uno di questi suoi servi che dà uno schiaffo a Gesù.

La reazione del Maestro è calma, ma decisa: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” (Gv 18,23).

Come altri personaggi del vangelo di Giovanni, anche questo servo ha assunto un valore simbolico. Rappresenta coloro che, il più delle volte per ignoranza o per ingenuità, ma spesso anche per interesse, si schierano dalla parte del più forte.

È facile lasciarsi soggiogare da chi – non importa come e con quali mezzi – riesce ad emergere e ad imporsi. Si rimane affascinati da chi ha successo e, senza rendersene conto, si finisce per consegnargli la propria libertà ed essere disposti a tutto pur di ottenere la sua approvazione e la sua gratitudine.

Giovanni invita tutti a riflettere sulla personalità di questo servo perché, per compiacere i potenti di questo mondo e convinti di difendere la religione, si può giungere a schiaffeggiare Cristo e a rinnegare la sua parola.

Nel racconto della passione, Giovanni dedica ampio spazio al processo di fronte a Pilato – il doppio rispetto a Marco – (Gv 18,28-19,16).

Leggendo il brano, sorprende l’insistenza dell’evangelista sugli spostamenti del procuratore romano, il suo continuo entrare e uscire dal pretorio.

Questo andirivieni aveva una motivazione religiosa – i giudei non potevano entrare nella casa di un pagano perché ne sarebbero rimasti contaminati – ma Giovanni se ne serve per comporre una scenografia con cui introdurre il tema della regalità di Gesù.

Se suddividiamo il testo in base ai movimenti del governatore, ci troviamo di fronte a sette scene molto ben strutturate (Gv 18,29-32; 18,33-38a; 18,38b-40; 19,1-3; 19,4-7; 19,8-11; 19,12‑16). In esse, oltre al protagonista – Gesù – si muovono vari personaggi – Pilato, i giudei, i soldati, Barabba – che sono reali, ma che, nell’intenzione dell’evangelista, sono anche simboli di diversi modi di posizionarsi di fronte alla regalità di Cristo.

Pilato rappresenta la regalità di questo mondo, l’opposto di quella di Gesù. È l’immagine di chi ha come valore supremo il raggiungimento e la conservazione del potere, non la giustizia e la verità. È colui che ritiene che al potere tutto debba essere sacrificato e pensa che anche l’innocente possa essere messo a morte se la ragion di Stato lo richiede.

I giudei sono l’icona di quei credenti che storpiano la regalità di Cristo adattandola ai loro criteri meschini. Sono persone ligie alla pratica religiosa, ma incapaci di rinunciare all’immagine di Dio che hanno in mente.

Ai piedi della croce si indigneranno per l’iscrizione posta da Pilato per proclamare la regalità universale di Gesù. Vogliono continuare a credere nel Dio che vince con la forza, non con l’amore; non accettano un re umiliato e sconfitto.

I soldati del pretorio sono dei poveri uomini, più vittime che colpevoli. Sradicati dalla loro terra, lontani dalle famiglie, spesso umiliati dai loro superiori, hanno smarrito tutti i sentimenti umani e si sfogano infierendo su chi è più debole di loro. Sono l’immagine di chi è stato educato a credere solo nella forza, a rispettare i vincitori e a schernire chi perde. Rappresentano coloro che si schierano, senza porsi interrogativi, dalla parte del potere e sono disposti ad eseguire anche ordini iniqui.

Barabba – che significa figlio di padre ignoto – era il nome dato ai figli di nessuno.

È un criminale, un vero figlio di quel “padre” – il maligno – che è stato omicida fin dall’inizio del mondo (Gv 8,44). Rappresenta tutti i briganti della storia, tutti coloro hanno commesso violenze e versato sangue. Gli uomini li hanno spesso considerati degli eroi e li hanno sempre preferiti ai deboli.

Dopo aver osservato i personaggi, consideriamo le due indicazioni di tempo che compaiono nel brano e che sono molto significative.

La prima si trova nell’esordio: Era l’alba (Gv 18,28).

È spuntato il nuovo giorno, è finita la notte su cui l’evangelista ha richiamato l’attenzione quando Giuda ha lasciato il cenacolo: “Preso il boccone, Giuda subito uscì. Era notte” (Gv 13,30).

Nell’oscurità di questa notte si sono mossi vari personaggi: Giuda che, con il distaccamento di soldati muniti di lanterne, torce e armi, è andato al giardino e ha consegnato Gesù; Malco, il servo cui Pietro ha tagliato l’orecchio destro; Anna e suo genero Caifa, marionette nelle mani del “principe delle tenebre” (Gv 12,35-36) e poi di nuovo Pietro che ha rinnegato il Maestro.

Finalmente il buio di questa notte in cui il male ha celebrato il suo trionfo si sta dissolvendo e la luce comincia ad avere il sopravvento.

La seconda indicazione dell’ora – Era verso mezzogiorno – è rilevata nel momento culminante del processo (Gv 19,14). Sarà quando il sole splenderà sul mondo in tutto il suo fulgore che Pilato proclamerà: “Ecco il vostro re”.

Siamo così introdotti nel tema della regalità di Gesù attorno alla quale ruotano tutte e sette le scene.

Compito del re – nell’antico Medio Oriente – era far sì che il suo popolo godesse di libertà e di pace. L’esperienza monarchica di Israele era stata però disastrosa. Per quattro secoli e mezzo, sul trono di Gerusalemme si erano succeduti sovrani innetti ed empi.

Impietosito, il Signore aveva annunciato, per bocca dei profeti, che un giorno sarebbe venuto egli stesso a governare il suo popolo. Come?

Il modo in cui Dio realizza le sue promesse è sempre sorprendente, non corrisponde mai alle attese umane.

Giovanni ha già accennato alla regalità di Gesù nella prima parte del suo vangelo (Gv 1,49; 6,15; 12,13.15), ora, nei capitoli 18-19, riprende per ben 12 volte il termine “re”.

L’apice è raggiunto in due scene, in quella centrale (Gv 19,1-3) e nell’ultima (Gv 19,12-16).

Nella prima abbiamo la parodia della regalità di questo mondo. I soldati si divertono a proclamare Gesù re da burla.

Giovanni, così sobrio nel raccontare le sofferenze, dà risalto invece a tutti gli elementi che caratterizzano l’intronizzazione di un imperatore: la corona (di spine), il mantello di porpora, le acclamazioni.

Gesù che ha reagito allo schiaffo del servo di Anna non si oppone a questa parodia.

La accetta perché demolisce l’immagine del messia davidico – forte e vincitore – atteso dal popolo. Ridicolizza tutte le ambizioni, le manie di grandezza, la frenesia per il potere, l’aspirazione ai titoli onorifici e agli inchini, la corsa ai primi posti. Ora è sotto gli occhi di tutti il vero il re, l’uomo riuscito secondo i criteri di Dio: è colui che consegna la propria vita per amore.

La scena finale (Gv 19,12-16) è introdotta con grande solennità.

Pilato conduce fuori Gesù, lo fa sedere su una tribuna sopraelevata e proclama: “Ecco il vostro re”.

Nessuno può capire la portata dell’evento. Eppure è con queste parole che il rappresentante dei regni di questo mondo, senza rendersene conto, ha passato le consegne del potere, ha riconosciuto in Gesù il nuovo re.

Per i giudei (…non dimentichiamo chi rappresentano!) la proposta del procuratore romano è tanto assurda che la ritengono una provocazione. Un re così non lo vogliono, delude ogni attesa, è un insulto al buon senso: “Via, via, crocifiggilo!” – gridano.

Secondo i criteri umani, Gesù è un fallito. Nei piani di Dio, invece, la sua sconfitta dissipa le tenebre che hanno oscurato il mondo e permesso il perpetuarsi di ogni forma di ingiustizia e di disumanizzazione.

Gesù è lì, in silenzio, non aggiunge una parola perché ha già spiegato tutto. Attende che ognuno si pronunci, che faccia la sua scelta. Si può puntare sulle regalità di questo mondo oppure impegnare la propria vita con lui nella costruzione del regno secondo il cuore di Dio.

Da questa scelta dipendono la riuscita o il fallimento della vita.

In Giovanni, la descrizione del cammino verso il luogo dell’esecuzione è brevissima: “Gesù, portando la sua croce, si avviò verso il luogo del Cranio” (Gv 19,17). Tutto qui. Non ci sono le donne che piangono su di lui né il cireneo che lo aiuta a portare la croce. È egli stesso che va deciso verso la meta dove manifesterà la sua “gloria”.

Nel racconto della crocifissione (Gv 19,18-37) invece, Giovanni introduce alcune scene e alcuni dettagli ignorati dagli altri evangelisti.

Il primo riguarda l’iscrizione posta sulla croce. Serviva a spiegare ai passanti il motivo della condanna.

Mentre i sinottici non le riservano che un rapido accenno, Giovanni la pone in grande risalto (Gv 19,19-22). Ricorda che è stata composta e fatta collocare da Pilato e che era redatta in ebraico (la lingua sacra d’Israele), in latino (la lingua dei dominatori del mondo) e in greco (la lingua parlata in tutto l’impero).

Il rappresentante dell’imperatore Tiberio confermava di nuovo, in modo solenne e ufficiale, la regalità di Gesù e il nuovo modo di essere re. Tutti i popoli dovevano sapere che nel mondo era stata introdotta una nuova regalità.

I giudei (di ieri e di oggi) la rifiutano, ma essa continuerà ad essere proclamata dall’alto della croce fino alla fine dei tempi. È una proposta definitiva, irrevocabile, non può più essere modificata.

Senza saperlo, Pilato è stato un profeta.

Dopo che il nuovo re è stato installato sul suo seggio di gloria – la croce – che cosa accade?

A differenza degli altri evangelisti, Giovanni non ricorda gli insulti lanciati contro Gesù dai passanti, dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. C’è una ragione: questo re scandaloso per i giudei e follia per i pagani (1 Cor 1,23) può essere accolto o rifiutato, ma nessuno, fino alla fine dei tempi, potrà più ignorarlo o prendersi gioco di lui.

La divisione delle vesti (Gv 19,23-24) è ricordata anche nei sinottici, ma solo Giovanni precisa che furono divise in quattro parti; solo lui parla del sorteggio della tunica tessuta tutta d’un pezzo e cita esplicitamente il versetto del Salmo: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte” (Sl 22,19).

Come mai accorda tanta importanza a un episodio apparentemente secondario?

Gli antichi attribuivano valore simbolico all’abito. Ritenevano che il vestito si impregnasse dello spirito di colui che lo indossava. L’abito indicava la persona stessa, le sue opere, il suo modo di atteggiarsi e di rapportarsi con gli altri. È per questo che, nel rito del battesimo, i neofiti si spogliavano dell’abito vecchio e indossavano una veste nuova.

Le vesti di Gesù rappresentano la sua persona, tutta la sua vita donata.

Il numero quattro indica i quattro punti cardinali, cioè il mondo intero al quale Gesù è consegnato.

Ora diviene chiaro il messaggio teologico che Giovanni vuole trasmettere: il sacrificio di Cristo ha un valore universale, è distribuito ad ogni uomo.

A differenza delle vesti, la tunica è mantenuta intatta.

Pur annunciato a tutti i popoli e consegnato agli uomini di diverse culture, il suo vangelo – che è Gesù stesso – rimarrà sempre integro; nessuno potrà mai apportarvi aggiunte o ritagliarne qualche parte.

La terza scena che si svolge sul Calvario (Gv 19,25-27) è quella della madre che, ai piedi della croce, è affidata al discepolo che Gesù amava.

Dal punto di vista storico l’episodio presenta serie difficoltà.

Marco riferisce che alcune donne – e le cita per nome – assistevano da lontano, ma né lui né gli altri due sinottici ricordano che ai piedi della croce ci fossero Maria e Giovanni.

Oltre a questo, pare che la legge romana vietasse ai parenti di avvicinarsi al luogo dell’esecuzione ed è davvero poco verosimile che Maria di Magdala e le altre donne siano state così poco sensibili da permettere a una madre di assistere all’orrendo supplizio del figlio.

Sono sorprendenti anche – se intese come cronaca – le parole pacate di Gesù (che sta morendo fra spasimi atroci) e il modo con cui egli si rivolge a sua madre. “Donna” – la chiama – come ha fatto a Cana (Gv 2,4); ma in Israele nessun figlio ha mai chiamato così sua madre.

Tutti questi dati ci orientano verso un’interpretazione diversa dalla cronaca.

Giovanni non vuole richiamare l’attenzione sul gesto premuroso di Gesù che, preoccupato delle sorti di Maria, l’avrebbe affidata al discepolo prediletto. Conoscendo la stima che questa donna godeva all’interno della comunità dei discepoli, c’era se mai da aspettarsi una competizione per accoglierla nella propria casa.

Siamo di fronte a una pagina di teologia, composta prendendo spunto da un fatto reale: la presenza, nei pressi del Calvario, di alcune delle persone più care a Gesù.

La madre è – per Giovanni – il simbolo dell’Israele fedele al suo Dio.

Nella lingua ebraica, Israele è femminile, per questo, nella Bibbia, il popolo eletto è immaginato come donna, vergine, sposa e madre. È da questa “donna”, da questa madre‑Israele, che è nato il popolo nuovo dell’era messianica.

Gesù esorta prima questa donna‑Israele ad accogliere come figlio, come erede legittimo delle promesse messianiche, ogni discepolo che segue Lui, nuovo re del mondo, fino al Calvario, cioè, fino al dono della vita.

Poi si rivolge alla nuova comunità – rappresentata dal discepolo amato – e la invita a considerarsi figlia della madre‑Israele da cui è nata.

Se questa volontà di Gesù morente fosse stata compresa e accolta, quante incomprensioni e quanti crimini sarebbero stati evitati!

La morte di Gesù avviene – secondo quanto ci riferisce Giovanni – in modo dolce e sereno (Gv 19,28-30). Nessun grido, nessun terremoto, nessun oscuramento del sole. Dall’alto della croce egli è il re intronizzato che controlla in modo sovrano il proprio destino.

Ha portato a compimento la missione che il Padre gli ha affidato: il velo che impediva all’uomo di contemplare il volto di Dio‑amore è caduto per sempre.

Manca ancora un tassello, un’ultima tessera per completare il mosaico.

Per adempiere la Scrittura Gesù dice: Ho sete (Gv 19,28).

Solo Giovanni riporta queste parole e le ritiene importanti. Il testo biblico cui fa riferimento non può che essere il Sl 42,3: “L’anima mia ha sete del Dio vivente”.

Con questa espressione il salmista dichiarava il suo ardente anelito di incontrare il Signore.

Giovanni rilegge in senso simbolico la sete reale di Gesù dissanguato e ormai morente.

La sete cui allude è il suo ardente desiderio di effondere sull’umanità l’acqua viva di cui ha parlato alla samaritana. Anche là e solo là – lo si noti bene – aveva avuto sete e aveva chiesto da bere, cioè accoglienza e disponibilità a ricevere il suo dono.

Il suo desiderio ora sta per realizzarsi. Dopo aver ricevuto l’aceto dice: “Tutto è compiuto!” e, chinato il capo, dona lo Spirito (Gv 19,30).

Eccola l’acqua che disseta l’umanità, l’acqua che è all’origine della vera vita e che è effusa su tutti coloro che si accostano al Crocefisso.

Dopo la morte di Gesù tutto è concluso, lo Spirito è stato donato. Si potrebbe passare al racconto della sepoltura. Ma Giovanni si rende conto che è necessario aiutare i discepoli a capire l’evento straordinario che è accaduto.

Lo fa ricordando un fatto in sé marginale e privo di importanza: un soldato ha scagliato la sua lancia contro il corpo esanime di Gesù (Gv 19,31-37).

Su questo fatto l’evangelista richiama l’attenzione con un’insistenza che può apparire eccessiva; per ben tre volte fa appello all’attendibilità della sua testimonianza: “Chi ha visto ne dá testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

In questo episodio egli ha dunque intravisto un significato profondo.

Una prima chiave di lettura è offerta dalla menzione – all’inizio del brano – del tempo in cui è accaduto: era la parasceve; era l’ora in cui, nella spianata del tempio, i sacerdoti stavano immolando gli agnelli pasquali.

È un palese invito dell’evangelista a leggere l’avvenimento alla luce dei racconti dell’Esodo.

È sul Calvario – vuole dirci Giovanni – che, nel giorno della parasceve, è stato immolato il vero agnello pasquale. Donando il proprio sangue, Gesù ha salvato l’umanità intera dall’angelo sterminatore, dallo spirito del male che è radicato in ogni uomo e che è causa di morte.

Per evidenziare ancor più questo messaggio, l’evangelista ricorda un altro dettaglio ignorato dagli altri evangelisti: ai due briganti crocifissi con Gesù, i soldati, per accelerarne la morte, spezzarono le gambe, mentre lasciarono intatte quelle di Gesù che era già morto.

Ecco un nuovo richiamo all’agnello pasquale al quale – secondo le disposizioni del libro dell’Esodo – non doveva essere spezzato alcun osso (Es 12,46).

Infine il dettaglio più importante: uno dei soldati, con la lancia, colpì il costato di Gesù e dalla ferita subito uscì del sangue e qualcosa di simile all’acqua.

Il fatto fisiologico in sé è ben poco rilevante, ma, per Giovanni, diviene un segno straordinario.

Il sangue per un semita è il simbolo della vita: versarlo fino all’ultima goccia significa donare la propria vita.

Attraverso la ferita del costato da cui esce l’ultima goccia di sangue è dunque possibile scorgere il cuore di Dio, vedere il suo amore senza limiti: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Quali benefici sono derivati al mondo da questo immenso amore?

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24) – aveva detto Gesù.

Il frutto è l’effusione dello Spirito, simboleggiato dall’acqua uscita dal costato di Cristo.

L’acqua viva, promessa alla donna di Samaria, sgorga dal cuore di Dio.

Giovanni conclude in modo solenne la sublime pagina di teologia che ha tratteggiato: “Guarderanno verso colui che hanno trafitto”.

È una citazione biblica che fa riferimento a una misteriosa profezia pronunciata verso la fine del IV secolo a.C. e conservataci nel libro di Zaccaria (Zc 12,10). Parla di un uomo giusto e innocente che è stato trafitto; subito dopo però il Signore ha risvegliato nel popolo, responsabile di quel crimine, un vivo dolore, una sincera compunzione. Tutti si pentirono e guardarono a colui che avevano trafitto; scoppiarono in un pianto disperato, un pianto simile a quello dei genitori che perdono il loro unico figlio, paragonabile al lutto per la morte di un primogenito (Zc 12,10-11).

Chi è quest’uomo e perché è stato ucciso? Il profeta si riferiva certamente a una vicenda drammatica accaduta al suo tempo. Non sappiamo altro. Ciò che a noi interessa è che Giovanni ha riconosciuto in questo misterioso personaggio l’immagine di Gesù.

A Cristo, giustiziato e trafitto sulla croce, tutti gli uomini guarderanno come al loro salvatore; il Crocefisso diverrà il punto di riferimento di ogni loro scelta, orienterà tutta la loro vita.

Il racconto della deposizione del corpo di Gesù nel sepolcro (Gv 19,38-42) sostanzialmente corrisponde a quello dei sinottici; tuttavia Giovanni ricorda alcuni preziosi particolari che gli altri evangelisti ignorano.

A Giuseppe d’Arimatea, egli affianca Nicodemo, “quello che era andato da lui di notte”; ora viene con una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. I due prendono il corpo di Gesù e lo avvolgono in bende insieme con gli oli aromatici.

Questi dettagli sono sorprendenti. Anzitutto stupisce la profusione dei profumi: si tratta di 32,7 litri di essenze preziose, costosissime. Una quantità eccessiva: per ungere un cadavere sarebbe stata più che sufficiente la millesima parte.

Inoltre, gli aromi impiegati non sono adatti all’imbalsamazione; sono quelli impiegati nelle feste di nozze per profumare gli abiti (Sl 45,9) e l’alcova: “Ho profumato il mio giaciglio di mirra, di aloe e di cinnamomo” – esclama la donna nel libro dei Proverbi (Pr 7,17).

Giovanni non sta raccontando la sepoltura di un cadavere (si noti che non accenna nemmeno alla pietra di chiusura del sepolcro), ma la preparazione del talamo in cui sta per essere adagiato lo sposo.

L’immagine più bella impiegata dai profeti per spiegare l’amore di Dio era stata quella delle nozze. Il Signore – avevano detto – è lo sposo fedele e Israele è la sposa che, purtroppo, spesso all’amore del suo Dio preferisce quello degli idoli.

Nei Vangeli lo sposo è Gesù. È lui il Figlio di Dio venuto dal cielo a riprendersi la sposa che lo ha abbandonato.

Fin dall’inizio del suo vangelo Giovanni lo ha indicato come lo sposo (Gv 3,29-30).

Sulla croce Gesù ha dato la prova massima del suo amore. Amore immenso perché “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita” (Gv 15,13), amore appassionato come quello di cui parla il Cantico dei Cantici: “Forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,6-7).

Ora lo sposo che tanto ha amato attende l’abbraccio della sposa, la nuova comunità, rappresentata dai discepoli Giuseppe e Nicodemo che si trovano ai piedi della croce.

Questa comunità compie un gesto carico di simbolismo: sparge sulle bende – abito di nozze che avvolgerà il corpo dello sposo – tutti i profumi di cui dispone, senza calcolo, come ha fatto Maria di Betania (Gv 12,1-11). Con gli occhi gonfi di lacrime, mostra di avere finalmente capito quanto è stata amata.

La menzione dell’orto, infine, rievoca le sepoltura dei re di Giuda (cf. 2 Re 21,18.26).

Durante il processo, Gesù è stato proclamato re, è stato incoronato, rivestito del manto di porpora e intronizzato sulla croce.

Ora viene sepolto non soltanto come sposo, ma anche come re.

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